Meloni: “Tetto agli stranieri in classe”. Esiste già e in migliaia di scuole non si può applicare, ecco perché

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Un tetto per legge al numero di studenti stranieri in ogni classe. Lo ha annunciato Giorgia Meloni dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale, formazione giovanile di Fratelli d’Italia. “Sta per arrivare in Cdm un provvedimento che introduce per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe”, ha detto la presidente del Consiglio. Il provvedimento, ha aggiunto, introdurrà anche “l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastico di imparare l’italiano” e “il divieto di burqa e niqab a scuola”. Tornando al tetto per gli studenti stranieri, la premier ha fatto una premessa: “Se in una classe c’è un solo bambino che non capisce l’italiano, probabilmente riuscirà a imparare la lingua, a integrarsi velocemente. Però se i bambini che non capiscono la lingua diventano molti o addirittura la maggioranza, quella non è più integrazione, quello è abbandono. E l’unica cosa che quei bambini rischiano di imparare è l’emarginazione. E aggiungo – prosegue Meloni – che non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza: non si può fare”.

Cosa dice oggi la legge?

Il principio esiste già. La circolare ministeriale n. 2 del 2010, dell’allora ministra Mariastella Gelmini, fissa “di norma” al 30% la presenza massima di alunni con cittadinanza non italiana nelle singole classi. Ma proprio quel “di norma” ha fatto, finora, tutta la differenza: sono previste deroghe verso l’alto, tra l’altro quando gli studenti stranieri hanno già una buona conoscenza dell’italiano, per garantire la continuità didattica o più semplicemente “in assenza di alternative”. Una legge potrebbe ora rendere vincolante quel tetto o addirittura definirne uno diverso. A quel punto, però, entrano in gioco le norme di rango superiore, dalla Costituzione al diritto europeo e agli obblighi internazionali. L’articolo 45 del Dpr 394/1999 stabilisce inoltre che i minori stranieri abbiano diritto all’istruzione “nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani” e prescrive di distribuirli, a partire dalle proposte che il collegio dei docenti formula proprio per evitare le cosiddette “classi ghetto”, quelle dove la presenza straniera diventi predominante. Insomma, con un po’ di buonsenso. Al resto pensano gli articoli 3 e 34 della Costituzione, con il principio di uguaglianza e quello per cui “la scuola è aperta a tutti”.

Come stanno le cose in Italia?

Poi ci sono i numeri. Nell’anno scolastico 2024/25 gli alunni con cittadinanza non italiana sono 931.323, l’11,6% del totale, ma la distribuzione è fortemente disomogenea: oltre il 65% frequenta le scuole del Nord e più di un quarto si trova in Lombardia. Sono dati ufficiali del ministero e mostrano quanto il problema sia già concreto: nel 2021/22, su 55.026 scuole censite, 2.125 avevano tra il 30 e il 40% di alunni con cittadinanza non italiana e altre 1.822 erano già al 40% o oltre. Quasi quattromila scuole, già oltre l’attuale obiettivo del 30%. Nella Città metropolitana di Milano, secondo un rapporto elaborato su dati Ministero dell’Istruzione, la concentrazione è ancora più alta: l’8,6% delle scuole aveva tra il 30 e il 40% di studenti extra-Ue e il 9,8% superava addirittura il 40%. E parliamo di un dato che non comprende gli stranieri comunitari.

Una legge a rischio cortocircuito?

Una soluzione inderogabile rischia di ritrovarsi subito in un vicolo cieco. Se in una scuola gli stranieri rappresentano il 40% degli iscritti, è impossibile distribuirli tutti in classi dove non superino il 30% mantenendo invariata la popolazione scolastica. È matematica. Non basta infatti aumentare il numero delle sezioni: bisogna trasferire una parte degli studenti in altre scuole oppure far arrivare studenti italiani da altri bacini, ridisegnando iscrizioni, distretti e, dove serve, trasporti pubblici. Possibile? Più che le scuole, “il problema è come sono fatte le città”, commenta al Fatto l’avvocato Alberto Guariso, esperto in diritto discriminatorio. “La distribuzione non può essere imposta per legge; è ovvio che se una scuola sta in un quartiere con una elevata percentuale di famiglie stranieri il problema si porrà, ma non si può pensare di risolverlo imponendo alle famiglie straniere di iscrivere i figli a chilometri di distanza, come aveva ipotizzato già anni fa la circolare Gelmini, poi di fatto mai applicata proprio per questo motivo”, spiega Guariso. “Per non dire poi che dividere i bambini sulla base della cittadinanza sarebbe assurdo e discriminatorio essendo se mai il problema la conoscenza della lingua non certo la “diversità” in quanto tale”.

L'articolo Meloni: “Tetto agli stranieri in classe”. Esiste già e in migliaia di scuole non si può applicare, ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.

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