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Nell’arcipelago di Okinawa è successo di nuovo: una donna è morta strangolata e tutto lascia supporre che a compiere l’atto sia stato un marine statunitense. Sabato scorso la polizia della prefettura di Okinawa ha arrestato il caporale Devin Jacob Ballard, 20 anni, di stanza presso la base aerea di Futenma, con l’accusa di aver strangolato Yagi Anna di 39 anni, in un hotel di Naha, (capoluogo dell’isola) oltre ad averle sottratto portafoglio e zaino. Il marine nega le accuse.
Ecco l’ennesimo episodio che si aggiunge alla lunga storia di violenze nei confronti degli e delle abitanti dell’isola da parte delle forze armate degli Stati Uniti, iniziate nel 1945 durante la seconda guerra mondiale, specialmente nei confronti delle donne. Dalla fine della guerra con il Giappone fino al 1972, l’isola è stata governata dagli Stati Uniti, dopodiché Okinawa è diventata territorio giapponese. Tuttavia la presenza dei militari Usa è continuata creando non pochi problemi a Tokyo, che gestisce la situazione alla meno peggio giustificando ogni incidente e problematiche varie con la necessità della “Difesa”. Sono circa 31 le basi militari statunitensi presenti sull’isola, di cui 13 quelle del corpo dei Marines, la presenza militare più importante di tutta Okinawa. Si legge che siano circa 371 i casi di violenze sessuali denunciati dal ’45 a oggi e secondo la polizia della prefettura lo scorso anno il numero di casi penali legati alle forze armate statunitensi è salito a 101, rispetto ai circa 40 del 2020.
Le persone sono stanche e arrabbiate a causa di queste ricorrenti ingerenze. Già nel 1995 a seguito dello stupro di una ragazzina di 12 anni ad opera di tre militari statunitensi, cittadini e cittadine hanno protestato contro la massiccia presenza di truppe statunitensi a Okinawa, senza raggiungere nessun risultato significativo. Stessa indignazione per lo stupro di un’adolescente da parte di un militare statunitense nel 2024 e per il ritardo nella divulgazione del crimine. E dopo questo ultimo caso, con una prima ministra donna al governo? Ebbene in apertura della sessione parlamentare d’autunno iniziata lunedì Takaichi Sanae ha condannato il crimine sentitamente e ha chiesto agli Stati Uniti piena collaborazione, misure disciplinari, preventive e più severe per il proprio personale presente in Giappone. È sincera? I dubbi sono molti, perché una presa di posizione forte del governo circa l’omicidio, potrebbe complicare fortemente l’impegno preso dalla prima ministra con il presidente Donald Trump, volto a rafforzare la difesa militare giapponese sull’isola, e a collaborare più strettamente con le forze armate statunitensi per scoraggiare l’assertività della Cina nella regione.
Genta Koja, il governatore di Okinawa eletto recentemente e sostenuto dal partito di maggioranza LDP di cui Takaichi fa parte, ha dichiarato ai giornalisti: “È assolutamente imperdonabile e siamo indignati” affermando inoltre che il caso ha messo in luce l’inefficacia delle misure disciplinari adottate in passato dalle forze armate statunitensi a seguito di reati simili. Il ministro della Difesa, Koizumi, ha nel frattempo convocato presso il proprio ministero il comandante delle forze statunitensi in Giappone, tenente generale Stephen Jost, mentre il ministro degli Esteri, Motegi, ha espresso la propria indignazione all’ambasciatore statunitense in Giappone, George Glass. Procedure dovute, la sostanza però è ancora vaga.
In base all’accordo bilaterale sulle forze armate, il caso è di competenza delle autorità giapponesi poiché il sospettato non era in servizio ed è stato arrestato fuori dalla base. Quindi i pubblici ministeri giapponesi hanno avviato l’esame del caso per stabilire se formulare un’accusa formale nelle prossime settimane. Se condannato, Devin Jacob Ballard, potrebbe rischiare l’ergastolo o la pena di morte. Chi sta davvero dimostrando il proprio profondo disappunto è la gente di Okinawa con cartelli e cortei in cui si urla la richiesta di smantellare le basi nell’isola. Anche a Tokyo uomini e soprattutto donne hanno dimostrato di fronte all’Ambasciata Usa, urlando “Basta uccidere donne” “Non vogliamo più omicidi a Okinawa” “Ne abbiamo abbastanza” “Stop alle basi”.
Le persone si chiedono da tempo se le basi Usa proteggano davvero la democrazia e i diritti umani, o piuttosto garantiscano il potere geopolitico degli Stati Uniti con la complicità del governo centrale di Tokyo, distante e indifferente verso chi a Okinawa vive. Secondo Jon Mitchell, giornalista di “Okinawa Times” la verità è: “Poiché oltre i due terzi delle basi statunitensi del Giappone sono concentrate a Okinawa, i residenti delle isole principali sono in gran parte al riparo da crimini militari, incidenti e danni ambientali”. Questa sorta di discriminazione verso Okinawa tuttavia, dovrebbe finalmente smettere.
L'articolo Marine arrestato per l’omicidio di una donna a Okinawa: nuove proteste in Giappone contro le basi militari Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.





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