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Look back ci ha rapito. Proprio come fanno gli alieni con l’astronave. Un fascio di luce e via. Nel Concorso di Venezia 83 arriva finalmente il nostro coup de coeur. Koreeda Hirokazu non è nuovo a lampi di folgorante ispirazione (After life, Nobody knows, Shoplifters). E questo racconto di formazione e crescita dell’amicizia di due bambine, poi adolescenti e appena ventenni o poco più, attraverso la passione condivisa nel disegnare manga, è prima di tutto un inarrestabile treno in corsa di pura emozione. Esempio supremo, irripetibile, universalmente riconoscibile e vendibile, del connubio non così ovvio e naturale tra cinema e fumetto (è tratto dal manga omonimo di Fujimoto Tatsuki), Look back è costruito come se non fosse previsto nemmeno un momento di controllo dell’orologio.
Tutto inizia in medias res, tra i banchi di una scuola elementare dove viene fatto girare il nuovo numero del giornalino dell’istituto. Sopra ci disegna, con una striscia sintetica di quattro quadri, l’intraprendente e determinata Fujino (da adulta interpretata da Deguchi Natsuki). La bambina è fiera come pochi del successo della sua creatività, ma tempo pochi istanti di gioia personale e il maestro le chiede se di fianco ai suoi fumetti possa essere pubblicata anche la striscia disegnata della introversa e solitaria Kyomoto (Makita Aju) per aiutarla ad uscire dal suo riserbo. Così quello che all’inizio pare una buffa schermaglia di rivalità tra le bimbe, si trasforma subito, attraverso la comune passione, il rispetto del talento e della fantasia altrui, in una collaborazione proficua e duratura che attraverserà gli anni dell’adolescenza, del primo ingaggio editoriale, fino ad un distacco doloroso ma necessario negli anni della maggiore età, prodromo di una manipolazione del fattore temporale che trascinerà lo spettatore in venti minuti finali di grazia inaudita che si srotolano e riavvolgono continuamente.
Fujino e Kyomoto condividono la stanzina di casa per ore. Matite, china, gomme pane e curvilineii, ma soprattutto elaborano storie fantastiche e di successo tra cui lo squalo vendicatore di uomini a cui hanno mangiato la pinna. Poi certo Fujino è la più spigliata e protagonista, mentre Kyomoto lavora in modo certosino soprattutto sugli sfondi. Eppure è nella loro sintesi collettiva e comune che trovano un’armonia che ricolora la vita e il mondo. La trascinante ipnotica bellezza di questa opera apparentemente semplice ad angolazione fanciullesca sta proprio in questa sovrapposizione tra la composizione pittorica su carta delle due protagoniste (poi su schermo enorme e professionale da pc) e la composizione pittorica di regia sullo schermo con alcuni sfondi che si animano e le protagoniste che prendono vita “anime” come fossero in un film di Miyazaki.
Look back ha, infine, una fluidità rapida di montaggio ed una essenzialità nella scelta di ogni singola inquadratura tali da non farti sentire cesure, pause, scarti, rispetto alla magia del flusso del racconto. Tanto per capirci Koreeda riesce a rendere attraenti, nonché significanti, le inquadrature della porta della cameretta delle ragazze o quelle di loro due di schiena o profilo a figura intera mentre disegnano. L’ulteriore vivace e gioioso contributo del commento musicale di Yuta Bandoh chiuderà a chiave dentro la sala anche il pubblico più riottoso. Fosse per noi è un Leone d’oro diretto, ma si accontenterà del premio Mastroianni per le due giovani attrici cadute su terra giapponese per diventare per pochi istanti della loro carriera Fujino e Kyomoto. Distribuiranno in Italia Lucky Red e Bim.
L'articolo Look Back, il cinema che diventa poesia manga: Koreeda rapisce Venezia con la storia di Fujino e Kyomoto proviene da Il Fatto Quotidiano.




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