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Quanto accaduto nei giorni scorsi alla Camera dei Deputati tra la vicepresidente Anna Ascani (Partito democratico) e colui che, adottando il femminile universale, chiamerò ‘la deputata’ Emanuele Pozzolo (Futuro Nazionale) è stato liquidato da molti come una banale polemica linguistica. Non lo è affatto. Dietro quel botta e risposta è evidente che ci sia qualcosa di più profondo: la difficoltà di una parte del Paese ad accettare pienamente l’autorità femminile e a riconoscere il ruolo delle donne nei luoghi istituzionali. Ascani, che stava presiedendo la seduta, ha chiesto di essere chiamata “la Presidente” al femminile, o comunque “signora Presidente”. Una richiesta del tutto legittima e che segue, banalmente, le regole grammaticali che tutte impariamo alle elementari, tranne i somari, i sessisti, e i deputati di Futuro Nazionale. Tutti aggrappati al ramo di un machismo tanto caricaturale e ridicolo, quanto pernicioso perchè carico di livore.
Dobbiamo però avere pazienza e comprensione per Pozzolo che si è trovato completamente solo contro tutta quella lettera A che fluttuava alla Camera e incombeva su di lui come una spada di Damocle. Doveva essere una A gigantesca e lui si sarà sentito così piccolo per cui si è appellato , sbagliando, all’Accademia della Crusca che da anni, promuove la declinazione al femminile nei ruoli istituzionali e amministrativi.
E siamo ancora lì.
Quando una donna ricopre una carica istituzionale e qualcuno insiste nel nominarla al maschile, il messaggio implicito è che quella funzione sia destinata ad un uomo e che una donna è solo vicaria di una autorità che non le spetta. La reazione che spesso accompagna la richieste delle donne di declinare al femminile il loro incarico ci dice qualcosa di più inquietante. Una parte della politica e dell’opinione pubblica respinge il cambiamento lessicale perchè non vuole un cambiamento culturale e sociale che percepisce come una minaccia.
Il momento più interessante di quello scontro alla Camera, è accaduto quando, la presidente Anna Ascani ha chiamato “deputata” Emanuele Pozzolo che ha reagito con stizza. Si era sentito sminuito. Il maschile quindi eleva, il femminile invece avvilisce. Quella provocazione fu fatta anche, 30 anni fa, da Emilia Caronna, in Consiglio comunale a Parma, nei confronti dei consiglieri che si rifiutavano di chiamarla ‘consigliera’. E già! Sono più di trent’anni che si lotta per una A.
Emilia mi raccontò di averla avuta vinta quando agitò lo spauracchio della femminilizzazione nei confronti dei colleghi. Una sera entrò in Consiglio comunale e dichiarò: ‘Da oggi vi chiamo tutti consigliera’. Li mise in riga con la minaccia di una evirazione lessicale e se la rideva.
La sfuriata di Pozzolo al sentirsi appellare “deputata” ci ha mostrato anche che costringere i sovranisti e il loro sessismo a specchiarsi nell’universale femminile ne svela l’intrinseca fragilità. Le parole non sono mai neutre, così come non lo è la declinazione al maschile. Finché l’uso del femminile verrà percepito come una minaccia in Parlamento, uomini piccoli alzeranno la voce pur di non vedere le donne occupare spazi che loro considerano una propria esclusiva.
Spaventati all’idea di perdere un potere che le donne hanno cominciato a cancellare. Anche con una A.
L'articolo Lo scontro tra Anna Ascani e ‘la deputata’ Pozzolo non è una banale polemica sulla lingua proviene da Il Fatto Quotidiano.




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