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Il 1° luglio, a Écône, la Fraternità San Pio X consacra quattro vescovi senza mandato pontificio, sfidando l’ultimo appello di Leone XIV. Scatta la scomunica automatica prevista dal diritto canonico. È solo uno dei tanti fatti emblematici di un’epoca in cui comunità e Stati, quando percepiscono una minaccia al proprio ordine, scelgono di rifugiarsi nell’identità e di nascondersi dietro lo stato di necessità: la Russia che invoca la sopravvivenza del proprio spazio imperiale, Washington che liquida il multilateralismo come vincolo insopportabile, ogni forma di fortezza che preferisce l’isolamento alla regola condivisa. Lo scisma lefebvriano ne è la versione più piccola e più nitida: la stessa sintassi psicologica dell’assedio, applicata a un seminario svizzero invece che a un confine.
Colpisce, per contrasto, la risposta di Roma. Di fronte a una frattura che avrebbe potuto liquidare con un atto di autorità, Leone XIV ha scelto fino all’ultimo il registro del dialogo: una lettera che riconosce ai lefebvriani l’attaccamento alla vita liturgica e lo zelo apostolico, un appello a “tornare sui propri passi” scritto nel giorno dei Santi Pietro e Paolo, la fermezza sulla comunione gerarchica tenuta insieme alla carità dell’ultima parola aperta.
È lo stesso registro con cui la diplomazia vaticana affronta il resto del mondo: il mantenimento dei canali con Pechino nonostante le violazioni dei diritti umani, il rifiuto di isolare integralmente Mosca, la proposta di una “pace disarmata e disarmante” che non cede all’utopia ma neppure alla logica delle crociate ideologiche. La Chiesa, di fronte alla frammentazione, risponde con l’apertura, non con la fortezza.
Non è solo una preferenza etica: è un modello che raccoglie l’eredità di Francesco – il pontefice che più di ogni altro ha fatto della critica ai muri, del dialogo interreligioso e dell’accoglienza i tratti distintivi del proprio magistero, guadagnandosi non a caso l’aperta insofferenza di Trump – e lo porta a maturazione proprio mentre il sovranismo identitario, alla prova dei fatti, mostra i propri limiti. Il nazionalismo che promette sicurezza attraverso la chiusura ha prodotto, in questi anni, l’esatto opposto: la Russia che ha invocato la difesa del proprio spazio vitale si ritrova impantanata in una guerra di logoramento pluriennale, isolata economicamente, incapace di tradurre l’aggressione in una vittoria politica stabile; il ripiegamento unilaterale di Washington sui propri interessi ha eroso la fiducia delle alleanze che per ottant’anni ne avevano garantito l’influenza, senza sostituirla con nulla di altrettanto solido.
Il sovranismo identitario funziona come promessa elettorale, ma fallisce come strategia: pretende di risolvere in modo unilaterale problemi – sicurezza energetica, catene di approvvigionamento, terrorismo transnazionale, crisi migratorie – che per natura non hanno soluzione se non cooperativa. Produce, ogni volta, più conflitto e più caos di quanto ne pretenda di risolvere.
Il modello dell’apertura e del ponte – non a caso “pontefice” significa letteralmente costruttore di ponti – non è dunque un’opzione più nobile ma più debole: è, ad oggi, l’unica che nella pratica abbia prodotto ordine duraturo invece di macerie, come dimostra la stessa ricostruzione europea del dopoguerra. Ed è il metro con cui si dovrebbe giudicare, da qui in avanti, la credibilità di ogni potenza – Europa compresa – che voglia proporsi come costruttrice di stabilità.
Ma la forza di questa risposta ha un limite strutturale, ed è un limite che Stalin colse con brutale efficacia quando, davanti alla proposta di coinvolgere il Vaticano negli equilibri europei, chiese sarcastico: “Quante divisioni ha il Papa?”. Nessuna. Il potere della Chiesa è di natura morale e spirituale: può ammonire, mediare, tenere aperti i canali che altri chiudono, illuminare le coscienze dei potenti. Non può imporre nulla. È un’autorità che si esercita per persuasione, non per capacità di far rispettare le proprie richieste.
L’Unione Europea non ha questa scusante, perché non le è consentito di rifugiarsi in un’autorità di tipo spirituale: l’unica autorità che le è concessa, se vuole averne una, è politica. E qui sta il nodo. Per decenni l’Ue ha coltivato l’equivoco di comportarsi come se fosse un’autorità morale – una superpotenza etica, un grande regolatore di principi – senza volersi dotare degli strumenti di un’autorità politica. Ma senza potenza politica, i suoi principi restano magistero senza seguito – parole che la Cina, la Russia o Washington possono permettersi di ignorare, perché sanno che dietro non c’è nessuna divisione, in nessun senso della parola.
È la differenza decisiva rispetto al Vaticano: la Santa Sede può permettersi di essere pura autorità morale, perché non ha mai preteso di essere altro. L’Unione Europea, se resta pura autorità morale senza potenza politica, non ottiene la credibilità della Chiesa: ottiene l’irrilevanza. Per interloquire da pari con Washington, per dissuadere Mosca, per negoziare con una Pechino che agisce sempre più come nodo di coordinamento delle risposte asimmetriche degli attori revisionisti, l’Europa deve smettere di comportarsi da autorità morale mancata e diventare, con tutti gli attributi che questo comporta, un’autorità politica.
Quando quella potenza politica esisterà, l’Europa non partirà da zero nel definire cosa farne: ha già il proprio codice genetico, le radici giudaico-cristiane che ne hanno formato la civiltà – non intese nell’accezione confessionale e identitaria che ne fanno i movimenti nazionalisti, come clava contro chi viene da fuori, ma come software operativo di un modello che ha già prodotto le categorie con cui l’Europa pensa se stessa: l’inviolabilità della persona contro ogni collettivismo autoritario, la solidarietà internazionale tradotta in politica di sviluppo verso il Sud Globale come alternativa democratica alla trappola del debito imposta da Pechino, la cultura della riconciliazione che dal perdono franco-tedesco in poi resta l’unico modello esportabile per la risoluzione dei conflitti cronici, dal Mediterraneo al Medio Oriente. È un software che sa già come si fa pace attraverso il multilateralismo cooperativo: lo ha già dimostrato una volta, ricostruendo un continente sulle macerie del 1945 attorno a statisti come Schuman, Adenauer e De Gasperi.
Ma un software, per quanto sofisticato, non funziona senza hardware. Le radici giudaico-cristiane possono orientare la bussola valoriale dell’Europa, non sostituire la capacità di farla contare al tavolo dove si decidono guerra e pace. È lo stesso limite, per traslato, che incontra la Chiesa: un magistero senza mezzi materiali resta magistero. Perché il codice genetico europeo smetta di essere solo eredità culturale e torni a essere strumento operativo nel mondo, serve l’hardware che oggi manca – ed è qui che il discorso, dai principi, deve tornare agli strumenti.
Questo significa una politica estera comune e una capacità di difesa autonoma – non come fine in sé, ma come condizione perché il resto del patrimonio europeo, quello dei valori e della cooperazione, torni ad avere peso reale nel mondo. Il problema è come costruirla, ed è qui che la retorica del “superamento dei veti nazionali” va tradotta in un percorso giuridico preciso.
L’orizzonte resta la riforma dei Trattati: solo modificando l’articolo 31 Tue, che oggi impone l’unanimità per le decisioni di politica estera e sicurezza comune, l’Unione potrà decidere a maggioranza qualificata anche sulle materie più sensibili. È un traguardo di lungo periodo, che richiede un consenso oggi non disponibile.
Ma tra l’immobilismo attuale e la riforma dei Trattati esiste uno spazio giuridico già pienamente operativo: la cooperazione rafforzata dell’articolo 20 Tue e degli articoli 326-334 Tfue, che permette a un gruppo di almeno nove Stati membri di procedere insieme quando l’unanimità a ventisette è irraggiungibile. Nella difesa questo strumento ha già una declinazione dedicata – la Cooperazione Strutturata Permanente, articolo 42.6 e articolo 46 Tue – alla quale la maggioranza degli Stati già aderisce, ma che finora ha prodotto più progetti industriali paralleli che una reale capacità operativa integrata. A questo si affianca l’articolo 44, che consente al Consiglio di affidare l’esecuzione di una missione a un gruppo ristretto di Stati disposti e capaci, senza attendere il consenso di tutti.
È da qui che dovrebbe partire un percorso credibile: non un esercito europeo a ventisette voci, ma un nucleo duro a geometria variabile, costruito attraverso cooperazione rafforzata e Pesco, con comando condiviso e procurement comune, aperto all’adesione di chi vorrà unirsi in un secondo tempo. Le premesse esistono già – la cooperazione franco-tedesca sui programmi di nuova generazione, i formati minilaterali attorno al sostegno all’Ucraina, i progetti Pesco sulla mobilità militare. Manca la volontà politica di farli convergere in un’architettura unica con obiettivi verificabili.
Solo un’Europa che esce dall’irrilevanza geopolitica può fare, sul piano politico, quello che la Chiesa fa sul piano spirituale: tenere aperti i canali di dialogo con chi non la pensa come lei, promuovere un multilateralismo cooperativo, offrire un modello di riconciliazione credibile – non perché lo predica con più insistenza, ma perché ha la forza politica perché quel modello venga preso sul serio. Roma può permettersi di rispondere allo scisma con la sola autorità della persuasione. All’Europa, se vuole avere un ruolo nella pace e non solo nelle sue omelie, tocca la strada più difficile: costruire la potenza politica che le manca, per guadagnarsi il diritto di essere ascoltata quando parla di pace.

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