Linton Johnson, dall’Nba al Caiazzo in Serie B2: “Smetterò di giocare solo un anno dopo Lebron. Ehi ragazzi, se volete essere grandi atleti studiate”

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“Il Fatto a spicchi” è la rubrica dedicata a chi ama il rumore dei rimbalzi e il fischio delle suole sui parquet dei templi del basket o sul cemento dei campetti di quartiere, a chi non rinuncia a giocare con gli amici neppure se più vecchio e meno tutto di Lebron o a chi vorrebbe farlo senza rompersi le ossa, a chi sogna di diventare campionessa o campione, a chi si commuove quando la figlia o il figlio fanno canestro in palestra e poi nella vita. Perché il basket può essere una scuola di vita. Vediamo come con grandi personaggi che ne hanno fatto e ne fanno la storia in Italia. Quinta puntata

Prima puntata: Datome

Seconda puntata: Capobianco

Terza puntata: Sottana

Quarta puntata: Bufacchi

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Get in the game è diventato un brand, un marchio di fabbrica, un motto, un saluto, un incoraggiamento. Linton Johnson III è un mito Nba che da anni, ormai, ha scelto l’Italia come casa. Per Linton la pallacanestro è vita, anima e respiro. Lo si percepisce da come ne parla, dal tempo che gli dedica, dai consigli che con le “storie” su Instagram elargisce a ragazze e ragazzi, giovani atlete e atleti, con un sogno nel cassetto, sfondare nel basket, o anche solo con la volontà di fare al meglio la propria parte nel livello raggiunto. Linton ancora calca campetti e parquet alla ricerca del gesto tecnico, della perfezione cestistica, della vittoria di squadra. Ma facciamocelo raccontare da lui.

Linton, qual è il valore che il basket le ha dato?
Giocare a pallacanestro può salvare la vita. Noi siamo testa, corpo e anima. Bisogna spingere il corpo ad agire prima della testa, il fisico deve essere più forte della mente, ma il cuore deve essere ancora più forte. Perché il cuore prima della testa riesce a capire e avvisare fin dove possiamo arrivare. L’istinto. Non devi pensare: tira, passala, non perdere secondi. Così bisogna stare sul parquet. A me non importa nulla se non sei un professionista, devi vincere nella vita e per stare sul parquet serve la fame, l’aggressività controllata, più del talento. Se sei innocuo non vai da nessuna parte. Tutto questo è il valore che il basket mi ha dato.

Ha quasi 46 anni e ancora gioca… ma chi glielo fa fare?
Sono un giocatore del Caiazzo, siamo stati promossi in Serie B Interregionale lo scorso anno, in questa stagione siamo finiti ai play out per non retrocedere in C. Purtroppo sono fuori per infortunio e non potrò giocare sabato 30 maggio la partita decisiva. Ma B Interregionale o C anche la prossima stagione sarò in the game col Caiazzo. Chi me lo fa fare… difficile pensare di smettere per uno come me che è cresciuto con pane e pallacanestro. Ho un grande sogno: giocare un giorno con Linton IV, mio figlio, che ha 12 anni, anche se ora lui è distratto dal tennis… E poi mi sono ripromesso che finché giocherà Lebron, a un altro livello lo sappiamo, ma finché giocherà giocherò anche io.

E se Lebron smettesse adesso?
Farò almeno una stagione in più, farò più di Lebron.

In che modo la sua vita, Linton, si è intrecciata a quella della pallacanestro?
A Chicago tutta la mia famiglia amava il basket. Mio zio Mickey Johnson, il primo MJ della Nba, prima di Magic, prima di Jordan, mi portava nello spogliatoio dei Bulls. Avevo sei anni, una volta Dave Corzine per scherzare disse a zio: “Questo ragazzo diventerà più forte di te”. Immaginate un bambino che cosa può provare… Ogni giorno dopo la scuola tiravo a canestro, giocavo con gli amici. Ma l’Nba è rimasta una fantasia, un sogno, fino agli anni del liceo. Speravo in una borsa di studio per una buona università.

Quando ha capito che l’Nba era possibile?
Verso i 20 anni ho cominciato a pensare fosse possibile arrivare in Nba. Ero alla Tulane University di New Orleans. Lì capitò una cosa che avrebbe potuto stroncare la mia carriera cestistica prima che iniziasse. Era l’estate prima dell’ultimo anno, andai nell’ufficio del coach e presi un codice per telefonare a casa, al college all’epoca gli atleti non potevano essere pagati. Se ne accorsero e mi squalificarono per nove partite. Così la stagione successiva non entrai in forma, non trovai il ritmo e la condizione se non verso la fine del campionato. Non ho fatto il draft per quel motivo e ho dovuto passare un ulteriore anno al college per laurearmi in Economia senza mai giocare. Poteva essere finita la mia storia col basket.

Invece? Che è successo?
Tornato a Chicago con la laurea in tasca partecipai a un torneo uno contro uno organizzato da Randy Brown dei Bulls. Non avevo un dollaro in tasca, così dovetti chiedere la quota di 100 euro a mio padre. Il primo premio erano 5 mila dollari. Vinsi. Il coach dei Bulls Pete Myers mi chiamò ad allenarmi con la squadra durante la preparazione e un giorno Scottie Pippen che, nel 2003, era appena ritornato a Chicago mi vide in allenamento e disse: “Chi è questo ragazzo?, mi piace, lui deve restare a giocare con noi”. Andai da un procuratore dicendogli che non lo avrei pagato, avevo già il contratto firmato, ma che poteva gestire le mie cose da quel momento in avanti… Era successo un miracolo, ero in Nba.

Momento più bello della carriera?
La vittoria del titolo Nba coi San Antonio Spurs, la conquista dell’anello, al secondo anno nella lega. Anche se quell’anno non ho giocato quasi niente, una sola partita, per un infortunio alla caviglia, tre viti ho nella caviglia. Però c’ero dalla prima all’ultima partita e ho imparato tantissimo da coach Gregg Popovich, un grandissimo. Che squadra: Tim Duncan, Manu Ginobili… Mi è rimasto un insegnamento valido per tutta la vita anche oltre il basket: bisogna applicarsi ogni giorno per vincere perché ogni giorno c’è un problema o qualcosa da risolvere.

Perché, poi, ha scelto l’Italia?
Ho giocato in Nba sette anni, ultima squadra gli Orlando Magic. Poi il mio procuratore Mark Bartelstein mi ha proposto di venire in Italia, per giocare con l’Avellino. All’inizio non volevo e Mark mi ha detto: “Per come sei fatto tu, se vai in Italia, non ritornerai più qui”. Poi a ottobre dovevamo andare a giocare a Bologna, all’aeroporto di Napoli incontrai Delia, mia moglie, andava ad Amsterdam, i nostri voli erano entrambi in ritardo. Abbiamo due figli: Linton IV e Lia Mary.

Nostalgia degli Stati Uniti?
Io sono americano, porto l’America con me. Mi manca il resto della mia famiglia. Cugini, zii, persone che magari con gli anni invecchiano e poi non ci sono più. Ma non ho bisogno di essere là per sentirmi americano.

Qual è la cosa che un genitore non deve fare portando il figlio o la figlia al minibasket?
Mettersi in mezzo. Facciamoli sbagliare questi ragazzi. Devono imparare a rialzarsi dopo essere caduti, perché se gli capita per la prima volta a vent’anni sarà poi un problema. Bisogna essere presenti, parlare con loro, ma mai durante la partita, mai urlare consigli dagli spalti. Loro già hanno la pressione, le indicazioni dei coach, le loro sensazioni. E un’altra cosa che non bisogna fare è lamentarsi: “Ah mio figlio non gioca…”. Bene, se non gioca bisogna osservare come il ragazzo risponde, come reagisce, quando la vita è difficile e il legno della panca fa male bisogna far di tutto per rialzarsi, senza l’intromissione dei genitori. Bisogna essere cani dentro, dog, serve quell’aggressività controllata necessaria a superare gli ostacoli. Lo sport è una scuola di vita per questo motivo.

Lei è diventato anche un motivatore, un mental coach, con i social…
Non è una cosa che volevo fare, non l’ho programmata, ma adesso sento una responsabilità per il seguito che ho.

Ci lasci con un consiglio per i giovani atleti che leggono il Fatto a spicchi.
Primo: svegliarsi prima che il sole sorge; secondo: subito esercizi fisici appena svegli; terzo: mangiare sano, no fast food, soprattutto qui, siete italiani… quarto: imparare sempre qualcosa, studiare, un atleta deve essere anche intelligente e preparato; quinto: aiutare qualcuno, come nei passaggi, come con un bell’assist. E, come sempre ragazzi, get in the game.

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