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Ancora una volta Eni contro ReCommon. Questa volta per le dichiarazioni sugli interessi (tra gare vinte e dietrofront) della compagnia nella Striscia di Gaza. Fallito un tentativo di mediazione obbligatoria avviato su richiesta del colosso energetico (nella foto, l’amministratore delegato Claudio Descalzi), racconta l’associazione, la compagnia è intenzionata a chiedere 800mila euro. Il colosso italiano dell’energia, che già aveva intentato, nell’autunno 2024, una causa per diffamazione contro Greenpeace Italia, Greenpeace Paesi Bassi e ReCommon, ora accusa quest’ultima di diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo e dei social media. Al centro, le dichiarazioni di Eva Pastorelli, responsabile Finanza pubblica e multinazionali di ReCommon durante la trasmissione Report andata in onda su Rai 3 il 14 dicembre 2025 e riprese in articoli pubblicati sul sito dell’associazione. Oggetto: interessi e attività di Eni nella striscia di Gaza e il suo ruolo nel consorzio che a ottobre 2023 si era aggiudicato i diritti all’esplorazione e all’eventuale sfruttamento dei giacimenti di gas in acque rivendicate dall’Autorità palestinese sulla base degli accordi di Oslo e di decisioni dell’Onu.
Eni: “Dichiarazioni che alimentano odio”. ReCommon: “Ennesima slapp”
Secondo Eni, le dichiarazioni di Pastorelli, riportate da ReCommon sarebbero false e avrebbero “alimentato sentimenti di odio e ostilità verso Eni e i suoi dipendenti, mettendo in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie”. Per ReCommon, però, le contestazioni non hanno fondamento e quella di Eni è “l’ennesima causa strumentale nei confronti dell’associazione, per provare a mettere a tacere i suoi esponenti. Una slapp che introduce un nuovo contenzioso legale”. L’ong si dice pronta ad affrontare un’eventuale nuova citazione in giudizio, a pochi giorni dalla chiusura, con un accordo di mediazione, della causa che sempre Eni aveva mosso nei confronti del campaigner di ReCommon, Antonio Tricarico.
La gara per le licenze di esplorazione anche nella zona economica palestinese
La gara d’appalto per l’esplorazione e lo sfruttamento di giacimenti di gas al largo della Striscia era stata lanciata a fine 2022 e inizialmente prevedeva la partecipazione palestinese alle royalties, da definire nei dettagli. Poi, però, ci sono stati gli attacchi di Hamas del 7 ottobre e l’inizio dei bombardamenti di Israele su Gaza. In quel contesto, il 29 ottobre 2023, il ministero dell’Energia israeliano dà notizia degli esiti della gara. E del fatto che il consorzio composto da Eni, come operatore, dalla israeliana Ratio energies e dall’inglese Dana petroleum, risulta vincitore per sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo. In particolare nel cosiddetto “Blocco G”, quello che si trova per il 62% della sua estensione all’interno della zona economica palestinese. Tant’è che il consorzio riceve anche una diffida da parte delle ong palestinesi, Al-Haq, Al Mezan e Pchr, che chiedono di non avviare alcuna attività. A ottobre 2025, quindi due anni dopo, Eni ha notificato al commissario per il petrolio del ministero dell’Energia la sua decisione di ritirarsi dal consorzio, ma la compagnia lo ha annunciato pubblicamente solo di recente, a fine marzo. Nel frattempo, è accaduto di tutto.
Le dichiarazioni sotto accusa
La mediazione obbligatoria, infatti, fa seguito a una diffida con richiesta di rettifica recapitata a inizio gennaio e a cui ReCommon aveva risposto sul suo sito web. Eni contesta le dichiarazioni di Eva Pastorelli e il riferimento a quelle “sei nuove licenze di esplorazione nel mar Mediterraneo” e ad “accordi di aggregazione tra la controllata Eni Uk e la britannica Ithaca Energy”, allora per l’89% di proprietà dell’israeliana Delek Group. “Attualmente – spiegava la responsabile della campagna multinazionali di ReCommon – Eni ha all’attivo due partnership con società o istituzioni israeliane: la prima con il ministero dell’energia israeliano che il 29 ottobre 2023 ha assegnato licenze di esplorazione al largo delle coste di Gaza a due consorzi di compagnie energetiche nazionali, la seconda con la società israeliana Delek Group che si trova nella lista nera delle Nazioni Unite perché opera nei Territori Palestinesi occupati e opera illegalmente in questi”.
La diffida di Eni
La compagnia conferma che, insieme ad altri operatori, ha partecipato all’inizio del 2023, “in piena conformità al quadro normativo applicabile”, a una gara per l’assegnazione di una licenza esplorativa dallo Stato di Israele per la zona G, area marittima al largo delle coste israeliane e oggetto di una parziale rivendicazione da parte della Palestina. Questa partecipazione, sottolinea Eni, non ha alcun legame con le vicende relative al conflitto in Palestina e, nell’istanza di avvio alla mediazione, tiene a puntualizzare che la gara in questione riguardava esclusivamente l’assegnazione di una licenza di esplorazione Eni. ReCommon, però, spiega che le affermazioni di Eva Pastorelli, definite da Eni “palesemente false e prive di fondamento fattuale”, sono basate sull’annuncio pubblicato sulla pagina istituzionale del ministero dell’Energia israeliano, in cui il 29 ottobre 2023 – in effetti – si parlava di “assegnazione” di 12 licenze di esplorazione a sei compagnie, inclusa Eni. Sulla stessa pagina, il ministero citava l’aggiudicazione di 6 licenze in Zona G al consorzio composto da Eni (operatore), Dana Petroleum e Ratio Energies. Notizia ripresa da organi di stampa, come Reuters e Times of Israel. Ma Eni ammonisce, sostenendo che l’annuncio riportava l’esito della gara, non il completamento dell’iter di assegnazione. Il colosso energetico spiega di non aver mai avuto diritti sull’area.
La replica di ReCommon e la notizia dell’uscita di Eni dal consorzio
Eppure il ministero israeliano non è stata l’unica fonte da cui si è attinto. In una risposta ad una interrogazione parlamentare, il 12 settembre 2024, anche il ministro Tajani aveva parlato di “assegnazione di blocchi esplorativi offshore ad Eni da parte di Israele”. In realtà, poco più di un anno dopo, Eni avrebbe rinunciato a quel progetto. Notizia confermata solo di recente. Proprio in risposta alla sollecitazione di Report, e proprio nella puntata del dicembre 2025, Eni aveva manifestato l’intenzione “di non essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”. Una notizia riportata anche da ReCommon sul suo sito. A fine marzo, poi, è stato il quotidiano finanziario israeliano Globes a raccontare che Eni era uscita dal consorzio. E la multinazionale italiana ha confermato. “Eni sembra intenzionata a mantenere il suo primato in Europa per numero di liti temerarie, rivolgendoci pesanti e infondate accuse con l’obiettivo di silenziare l’attività di informazione condotta dall’associazione su questioni di indiscutibile pubblico interesse. Il tutto per aver riportato dati inconfutabili, tra cui le dichiarazioni della stessa Eni” commenta Eva Pastorelli.
Il nodo dei diritti umani
Un altro punto contestato è stato il riferimento alla “lista nera” nella quale rientrerebbe Delek Group. “Locuzione usata più volte in ambiti giornalistici” ribatte ReCommon, ricordando che l’elenco stilato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani “comprende la Delek Group”. Secondo Eni non sarebbe una “lista nera” e non sarebbe “un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi”, ma si tratta di un documento che stila un elenco di tutte le imprese commerciali coinvolte nelle attività descritte nel paragrafo 96 della relazione della missione internazionale indipendente. La missione, cioè, incaricata di indagare le implicazioni degli insediamenti israeliani sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del popolo palestinese. “Se si legge il documento – spiega ReCommon – salta immediatamente all’occhio che la lista di attività non è un esercizio di stile, bensì definisce quelle attività che hanno sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani (that raised particular human rights concerns)”.
L'articolo “Licenze Eni in acque rivendicate dalla Palestina”. Il colosso lascia il progetto, ma vuole fare causa a Recommon proviene da Il Fatto Quotidiano.






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