Libano, nel ginepraio dei non-cessate-il-fuoco. L’analisi di Cristiano

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Donald Trump ha detto non molti giorni fa che il Medio Oriente è quella parte di mondo dove cessate-il-fuoco vuol dire sparare di meno. Vedremo nelle prossime ore se ha ragione, o se non voglia dire sparare di più. Infatti ieri gli americani hanno annunciato la tregua tra Hezbollah e Israele, mediata dal Qatar raccontano i più. Questa mattina un raid israeliano ha ucciso cinque libanesi.

Ieri in Libano è scorso molto sangue, 50 libanesi sono stati uccisi, secondo i resoconti ufficiali, portando il totale dei morti intorno ai 4mila. Il conto dei morti è ufficiale, quello delle tregue firmate e salate non lo tengono più. Quattro soldati israeliani ieri sono stati uccisi dai miliziani di Hezbollah. Il ministro Ben Gvir ha invocato di bruciare tutto il Libano. Poi la tregua.

Rappresentare le opposte posizioni è più difficile. Distruggere Hezbollah, è questo l’obiettivo israeliano. Hezbollah da parte sua dice di non volere alcuna tregua con l’invasore, ma l’ha rotta prima che invadesse il Paese. E il Libano?

Ciò che si vede non è la distruzione di Hezbollah, ma la distruzione del Libano meridionale, da dove opera Hezbollah: è più del 20% dell’intero Paese. 4mila morti dal 2 marzo ad oggi. La scomparsa di quelle terre vuol dire un’amputazione territoriale e un milione di libanesi quasi nullatenenti che vagano altrove nel Paese. Scompaiono le infrastrutture, i centri abitati, le coltivazioni. È una guerra a Hezbollah o al Libano?

La guerra del Libano arriva in piena campagna elettorale per Israele, con tutto ciò che ne consegue, in un contesto nel quale molti ritengono che l’accordo con Teheran segni un cedimento, la rinuncia a liberarsi del male, di un nemico esistenziale. Arriva in campagna elettorale anche per Trump, che per recuperare consensi ha scelto di prendere atto che la vittoria non c’è stata e lui deve riaprire lo stretto di Hormuz, per riportare il mondo almeno a come era prima della guerra.

La vera bomba atomica è questa: questa guerra ha dato all’Iran la bomba globale, la dimostrazione che l’arma mai usata, il blocco di Hormuz, si può fare e fa tremare il mondo. Le ruvide parole di JD Vance lo confermano, sebbene lui, depositario del verbo Maga, avrebbe potuto anche pensarci prima. Ora sembrano rivolgersi al suo popolo.

Ma il piano di Trump (se c’è) sembra essere “calce e martello”, cioè un grande fondo per ricostruire ciò che lui stesso ha distrutto durante questa guerra in Iran; sarebbe finanziato in gran parte dagli arabi del Golfo e probabilmente gestito anche con aziende americane: il business per Trump oltre ad essere utile cambierebbe l’Iran, lo renderebbe malleabile, il capitale e gli affari come arma di trasformazione politica. E questo con l’attuale regime ad alcuni appare possibile, essendo più militare e meno religioso.

Lo stesso Mojtaba Khamenei darebbe attenzione al mattone, come dimostrerebbero le sue attenzioni tra Church Street e Kensington Palace Gardens, London. Sembra questa la cifra dell’amministrazione Trump, insieme alla forza come architrave sul quale fondare le relazioni bilaterali. Ma la forza non ha funzionato, l’Iran non ha ceduto, il regime non ha ceduto, Trump è dovuto venire a patti. Ecco i cedimenti evidenti nel memorandum, che lasciano moltissimo in sospeso, incerto, non solo il nucleare.

Aggrappato alla sua capacità di resistere grazie soprattutto all’arma Hormuz, il regime iraniano vuole che sia chiaro che lui è un attore regionale, non vale solo per il suo perimetro territoriale. E firma l’accordo con Trump chiedendo che comprenda anche il Libano, che ha a cuore solo come cartina di tornasole della sua influenza. Hezbollah non si distrugge, e ieri il suo leader, Naim Qassem, lo ha affermato; “il complotto è fallito”.

Per gli israeliani però questa deve essere l’ora della resa dei conti finale. Quella che così non arriva dagli anni Ottanta del secolo scorso. A Trump non dispiacerebbe ma vede l’incapacità: in questi giorni ha detto che distruggere un intero palazzo per uccidere un miliziano non funziona. Così ha indicato anche un’altra strada: facciamo finire il lavoro ai siriani di al-Sharaa. Che loro odino Hezbollah per via della guerra siriana, durante la quale Hezbollah ha massacrato i civili siriani per conto di Assad, è certo. Gli Hezbollah sono sciiti, gli uomini di al Sharaa sono sunniti: sarebbe un modo per riportare la guerra di religione tra Libano, Siria e probabilmente anche altri. Gli arabi non lo vogliono e non lo vorranno, toglierebbe per lungo tempo la stabilità dal cuore della regione che loro inseguono per riprendere i loro piani di sviluppo economico post-petrolifero, lo stesso motivo per cui accetterebbero di finanziare la ricostruzione iraniana: anche per loro “business is business”, e confidano che l’Iran, estenuato, verrebbe a termini per coesistere. Questo regime, più militare e meno religioso, lo potrebbe fare. Lo farebbe?

L’altra strada è quella di vincere politicamente, non ritenere che la propria sicurezza è l’insicurezza altrui. Ricostruire lo Stato libanese, ampliarne gli spazi, dare prospettiva politiche e umane: la forza della ragione sopra la ragione della forza. Il Libano esiste se è il Paese del vivere insieme, messaggio regionale fortissimo. Difficile, ancor di più se si continua a parlare in termini di comunità religiose chiuse e non di persone con proposte, visioni, che ci sono. Forse per questo molti vedono nel piccolo Libano un grande pericolo.

 

 

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