Libano, Israele contraria a una nuova forza di interposizione dopo la fine del mandato Unifil: “Vuole mano libera nel Sud”

1 hour_ago 1
ARTICLE AD BOX

Israele ha rinnovato la propria approvazione alla conclusione del mandato Unifil e ha ufficializzato la sua opposizione sul dispiegamento di qualsiasi nuova forza internazionale nel Sud del Libano: “Non dobbiamo ripetere il grave errore commesso con l’Unifil”, ha dichiarato l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon. Una linea ribadita dal ministro della Difesa, Israel Katz, secondo cui la presenza di terzi attori “limiterebbe la libertà d’azione dell’Idf”.

Questa posizione accantona la proposta avanzata da Antonio Tajani al Meeting di Rimini per una missione europea post‑Unifil e contraddice la precedente ipotesi israelo‑statunitense che prevedeva una lista di Paesi incaricati di verificare la “prima zona pilota”. La lista che risentiva delle pressioni statunitensi, mai resa pubblica, avrebbe incluso Francia e Italia che si erano dichiarati disponibili, insieme ad altri Paesi tutti considerati politicamente “malleabili”. Secondo il giornalista e analista esperto di Libano, Lorenzo Trombetta, “Israele vuole agire da sola e indisturbata”.

Trombetta, professore all’università degli Studi di Roma di Tor Vergata, corrispondente per l’Ansa da Beirut per 25 anni, ha precisato che “Israele ha trovato negli Stati Uniti la sponda necessaria per evitare il rinnovo di Unifil”, rifiutando qualsiasi presenza futura internazionale che possa documentare violazioni o ostacolare l’azione militare, non solo in Libano ma anche negli altri sui teatri di guerra. Tel Aviv infatti considera il sud del Libano e il sud‑ovest della Siria un unico quadrante strategico e sostiene che l’obiettivo ampliare le proprie “fasce di sicurezza” per proteggere il nord di Israele.

Venerdì però è arrivata anche l’opposizione di Hezbollah. Finora il movimento non si era espresso, nonostante, secondo Al Jazeera, il governo libanese avesse tentato di coinvolgerlo informalmente in vista dei negoziati che si sarebbero dovuti tenere a Roma tra Libano e Israele a settembre. Il segretario generale Naim Qassem ha definito “illegale e privo di consenso libanese” sia il meccanismo delle ‘zone pilota’ che la presenza di una forza internazionale o multinazionale incaricato di verificare il disarmo di Hezbollah e ha chiesto lo “smantellamento” dell’accordo quadro del 26 giugno che “non ha portato né alla fine della guerra né al ritiro israeliano”.

La nuova proposta franco‑italiana per il 2027 si inserisce in una lunga storia di presenze internazionali in Libano: dall’istituzione dell’Unifil nel 1978 alla forza multinazionale americana, francese e italiana dispiegata a Beirut negli anni ’80 durante la guerra civile. “La storia, almeno da diversi decenni, in quella regione mostra che ogni Stato, Italia inclusa, agisce per propri interessi neocoloniali di presenza o di influenza. Non lo fa per i libanesi né per la loro stabilità, ma per la propria”, osserva Trombetta aggiungendo: “Quando uno Stato si presenta come ‘agente di stabilità’ finisce per indebolire lo Stato libanese invece di rafforzarlo, oltre che eroderne la credibilità agli occhi dei cittadini libanesi”.

Secondo quanto riportato da un funzionario libanese ad Al Jazeera, l’impasse dal lato israeliano è legata anche alla volontà di Tel Aviv di rallentare i negoziati in vista delle elezioni di fine ottobre: evitare decisioni delicate ora permetterebbe di arrivare al voto senza impegni o concessioni. La realtà sul terreno tuttavia racconta altro perché mentre Israele frena sul piano diplomatico, accelera sul fronte militare, con il beneplacito e la complicità degli Usa. Mercoledì l’ambasciatore statunitense Michel Issa ha dichiarato a Dar el‑Fatwa: “Aspettiamo di vedere cosa succederà ad Ali Taher nei prossimi giorni”. “L’impressione di fondo è che Israele non abbia alcuna intenzione di negoziare un reale disimpegno dal sud del Libano”, ha continuato Trombetta. Il principio dell’accordo quadro di giugno (disarmo di Hezbollah e ritiro delle Idf) appare fragile: anche se tutti i soggetti coinvolti, israeliani, libanesi e Hezbollah, prevedono il ritiro delle Idf, le azioni sul campo vanno in un’altra direzione.

“Israele sta modificando la morfologia del territorio costruendo terrapieni, aprendo nuove strade, creando insomma terra bruciata in quei luoghi. E questo suggerisce una permanenza prolungata”, continua Trombetta. Che su Hezbollah ricorda come “non si può pensare a un disarmo in questi termini”. Il movimento non è solo un attore armato: è un partito con deputati, ministri, sindaci, amministratori locali, reti di servizi sociali e un radicamento comunitario costruito dagli anni ’80. “L’idea che l’esercito libanese avanzi e Hezbollah posi le armi è irrealistica. Lo Stato non garantisce servizi essenziali e non offre alle comunità sciite, come a tutti gli altri cittadini libanesi, una protezione alternativa. Finché lo Stato non si comporterà da Stato, non esisterà alcuna base sociale per un disarmo volontario o con la forza”.

L'articolo Libano, Israele contraria a una nuova forza di interposizione dopo la fine del mandato Unifil: “Vuole mano libera nel Sud” proviene da Il Fatto Quotidiano.

read-entire-article