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I politici italiani non temono per nulla le brutte figure a livello europeo. Anzi, in questo sport sono particolarmente bravi, e quasi insuperabili. Le due iniziative recenti che per me rientrano in questa categoria sono state quelle del ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, e del ministro delle imprese, Adolfo Urso. Il primo ha chiesto la sospensione del Patto di Stabilità, mentre il secondo la sospensione delle quote ETS per ridurre i costi energetici delle imprese. A queste richieste la Ue ha risposto picche e per ora le cose non cambieranno. Saggezza europea oppure totale insensibilità dei tecnocrati di Bruxelles alle esigenze dei cittadini e delle imprese?
Il ministro Giorgetti ha richiesto la sospensione del Patto di Stabilità per contenere le conseguenze economiche negative della guerra scatenata da Trump e Netanyahu, guerra che ha aumentato in maniera considerevole il prezzo del greggio e del gas. Come conseguenza inevitabile ci sarà un aumento dei prezzi e una minore crescita economica, stimata per l’Italia in una diminuzione dello 0,2% rispetto allo 0,7% previsto. Per uscire dalle percentuali, la perdita di reddito nazionale, se la situazione non peggiorerà, sarà di 4-5 miliardi. Sulla base di queste previsioni Giorgetti ha subito avanzato la sua proposta di sospensione ricevendone un netto rifiuto, perché non ci sono né le condizioni oggettive, ma nemmeno quelle soggettive. Non che regole del Patto di Stabilità siano dei sacri criteri immodificabili, ma semplicemente è previsto che un loro allentamento richiede che si verifichi una grave recessione, che per ora fortunatamente non si vede. Le regole sono state sospese durante la pandemia, ma allora il crollo del Pil fu dell’8%, superiore quindi ai 100 miliardi.
Inoltre manca anche il requisito soggettivo. A chiedere la sospensione non sono i primi della classe in Europa, ma forse gli ultimi. C’è da ricordare che siamo il Paese più indebitato dopo la Grecia e che quindi siamo chiamati a uno sforzo maggiore. Poi siamo ancora dentro la procedura di deficit eccessivo perché nel 2025 abbiamo sforato la soglia del 3% del disavanzo, questione ancora non risolta e che dipenderà dall’andamento dei conti pubblici. Insomma, se qualcuno poteva chiedere la sospensione del Patto, questo Paese non era proprio il nostro. Però siamo pronti a chiedere all’Europa che tassi gli extra profitti per le società energetiche, cosa che potremo fare da soli. Non sono un sovranismo italiano imbarazzante, ma anche codardo perché non vuole prendersi le sue responsabilità fiscali.
Nel frattempo, anche il vacuo ministro delle imprese Urso si è fatto sentire per ribadire in sede europea le ragioni di Confindustria che si lamenta giustamente, e da tempo, dell’elevato costo dell’energia per le sue imprese. Oggi i dati ci dicono che le imprese italiane pagano dei costi per l’energia molto più elevati rispetto a quelli degli altri Paesi europei. Per esempio, il costo dell’energia in Spagna è metà di quello dell’Italia. Paesi simili dovrebbero avere costi energetici simili. Per allineare i costi energetici italiani a quelli europei la stessa Confindustria ha proposto vari strumenti. Quello fondamentale, e da fare subito, è disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da risorse rinnovabili da quello del gas, anche attraverso contratti a lungo termine. In secondo luogo è necessario spingere velocemente sulle energie rinnovabili. Invece il ministro Urso ha scelto la strada secondaria, egualmente gradita a Confindustria, di chiedere la sospensione delle quote ETS pagate dalle imprese per ottenere i diritti a inquinare. Oggi se un’impresa europea supera i criteri soglia di inquinamento, li deve comprare dalla Ue per poter continuare la sua attività produttiva. Una parte di questi fondi ritorna poi ai singoli Paesi.
Il sistema delle quote ETS costringe le imprese a ridurre l’inquinamento in vista degli obiettivi europei di neutralità climatica entro il 2050. Su una cosa il ministro ha ragione: le quote ETS sono una tassa. Ma questo è perfettamente logico e ampiamente insegnato secondo il principio fondamentale dell’economia ecologica: chi inquina paga. Ma poi, del resto, a pagare sono i consumatori che accettano, in nome del contrasto al cambiamento climatico, un aumento dei prezzi. Queste somme recuperate attraverso le quote dovrebbero essere spese per interventi nel campo ambientale, cosa che invece non accade e i 2,5 miliardi incassati oggi annualmente dall’Italia vengono per la maggior parte usati per ammortizzare il debito pubblico.
Se queste somme fossero restituite alle imprese attraverso delle maggiori compensazioni come richiede Confindustria e il “suo” ministro Urso, le imprese non avrebbero più alcun incentivo a ridurre l’inquinamento. Al danno si aggiungerebbe poi la beffa per i consumatori-contribuenti che pagherebbero prezzi più alti solo per sostenere i profitti imprenditoriali.
La politica energetica di un paese che è l’ottava economia mondiale non può essere solo quella di far pagare i cambiamenti climatici ai consumatori, senza che non cambi nulla. Propongo a Urso di fare un giretto in Spagna per capire perché i nostri cugini siano così bravi e ci superino, quasi in tutto ormai.
C’è da chiedersi perché di fronte a problemi generali, crisi economiche ed energetiche, la classe politica italiana, invece che proporre soluzioni innovative e originali che pure non mancano, giochi sempre al ribasso, chiedendo deroghe, esenzioni o allentamenti delle regole comuni che non ci fanno fare certamente una bella figura. Potremmo parlare di un sovranismo mediocre, quello degli ultimi della classe che guardandosi nello specchio domestico si crede un gigante, ma fuori dei confini nazionali risulta un nano. In definitiva, sul fatto che i minsitri del governo Meloni lavorino per aumentare il prestigio inernazionale dell’Italia mi permangono forti dubbi; casomai si va nella direzione inversa.
L'articolo Le ultime due figuracce europee dell’Italia si devono a Giorgetti e Urso proviene da Il Fatto Quotidiano.




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