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Nelle scorse ore l’ambasciata russa in Italia ha pubblicato sui propri canali social un post dai toni piuttosto ruvidi. Il bersaglio sono i media italiani, accusati di condurre una campagna contro Mosca per aver letto come una minaccia le dichiarazioni russe su un possibile impiego dell’arma nucleare contro la Nato in relazione alla regione di Kaliningrad. Dichiarazioni che l’ambasciata definisce invece “ferme e risolute […] finalizzate a riportare alla realtà e a raffreddare gli animi surriscaldati da sentimenti revanscisti e militaristi”, e che da parte europea (e, nel caso specifico, italiana) verrebbero erroneamente interpretate come un comportamento aggressivo. Secondo la rappresentanza diplomatica, sarebbero anzi proprio i Paesi europei i responsabili del deterioramento della sicurezza nel continente, guidati da leader che “non hanno remore a invocare la sconfitta strategica della Russia e la necessità di prepararsi a una guerra contro i russi, ad alimentare un clima da psicosi prebellica, a intimidire le proprie popolazioni, a promuovere esercitazioni militari basate su scenari specifici diretti contro la Russia e le sue regioni, a incoraggiare le cosiddette missioni nucleari congiunte e i piani per dispiegare armi nucleari in diversi Paesi ai confini della Russia”.
Poche righe più sotto c’è un altro passaggio interessante. L’ambasciata precisa che l’esplicitare le possibili modalità di risposta alla pressione politico-militare europea “non costituisce un’escalation, né una minaccia, né, tanto meno, un bluff”, ma un richiamo al fatto che “la Russia, al pari di qualsiasi altro Paese che si rispetti, è determinata e pronta a difendere la propria sovranità e integrità territoriale con i mezzi che riterrà più efficaci”. Per poi ricordare, in chiusura, che in caso di azioni aggressive contro Kaliningrad “è assai elevato il rischio di uno scontro armato, con la possibilità di attacchi preventivi, fin dalle prime fasi del conflitto, ai centri decisionali dei Paesi dell’Alleanza”.
Parole di un certo peso, che meritano di essere contestualizzate, sia sul caso specifico sia sul piano generale. Partiamo dal primo. L’attenzione delle ultime ore su Kaliningrad nasce da esercitazioni di carattere tutt’altro che offensivo. La principale, la lituana Vyčio Skliautas 2026, in corso dal 25 settembre al 3 ottobre con il coinvolgimento della Polonia, non verte su azioni militari: mette alla prova, tra le altre cose, l’evacuazione della popolazione lituana in caso di escalation. Nella nota inviata alla Nato il 29 settembre tramite la sua ambasciata in Belgio, Mosca sostiene che le esercitazioni alleate simulino anche “l’isolamento” dell’exclave. È un’accusa che non trova riscontro in alcuna decisione dell’Alleanza, la quale ha risposto ribadendo la propria natura difensiva. Eppure tanto è bastato perché Mosca minacciasse il ricorso all’“intero arsenale di armi a sua disposizione” per difendere il suo avamposto sul Baltico, prospettando attacchi preventivi contro i centri decisionali dell’Alleanza.
D’altronde, come sottolinea l’ambasciata stessa, è diritto della Russia, in quanto Paese sovrano, ricorrere ai mezzi che ritiene più adatti per tutelare la propria integrità territoriale e la propria sovranità. Un diritto di cui però, stando al comunicato, non possono godere gli altri. Le “missioni nucleari congiunte” evocate nel testo sono anzitutto il nuclear sharing della Nato, che Mosca designa abitualmente con questa formula. I piani di dispiegamento rimandano invece, verosimilmente, alla “dissuasione avanzata” lanciata da Parigi lo scorso marzo. Quest’ultima estende la dimensione europea degli interessi vitali francesi e associa a esercitazioni e dispiegamenti i partner privi di un arsenale atomico, ferma restando l’esclusiva decisione del presidente della Repubblica. Si tratta di strumenti di deterrenza, concepiti come garanzia ultima in caso di attacco e non come leva per un’operazione offensiva. E basta mettere a confronto le due dottrine per capire quale preveda un ricorso più facile all’arma nucleare. Pur senza escludere il primo impiego, quella francese lo confina alla difesa degli interessi vitali. Quella russa, nella revisione del novembre 2024, lo ammette anche in risposta a un’aggressione convenzionale che crei una “minaccia critica” alla sovranità.
Per non parlare della retorica. Non è certo l’Europa a poter essere accusata di aver fatto ricorso al nuclear sabre-rattling, l’ostentazione della minaccia atomica a fini intimidatori. Dal febbraio del 2022, invece, sono state molteplici le occasioni in cui esponenti dell’élite russa hanno evocato, più o meno velatamente, l’uso di ordigni nucleari. C’è l’imbarazzo della scelta.
Resta il capitolo delle esercitazioni dirette contro la Russia. Qui il comunicato non sbaglia: la stragrande maggioranza delle esercitazioni Nato è costruita attorno a un nemico ipotetico che, de facto, è facilmente riconducibile alla Russia. Del resto, non sono molti i Paesi ai confini dell’Europa a disporre di forze armate abbastanza ampie da minacciare il continente. E a non avere remore a usarle, considerato il numero non proprio limitato di conflitti a cui la Federazione ha preso parte sin dalla sua nascita. Essere pronti a respingere una minaccia non significa essere guerrafondai. Si chiama deterrenza. Ed è su questo equilibrio che si costruisce un dialogo capace di tenere lontano l’uso delle armi.
Le dichiarazioni dell’ambasciata russa vanno dunque prese per ciò che sono: esempi di signaling nel migliore dei casi, di guerra informativa nel peggiore. E la stampa italiana non deve certo farsi intimidire da queste provocazioni. Finora, nella stragrande maggioranza dei casi, non lo ha fatto.

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