La Uil di Bombardieri, sindacato in cerca d’autore

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2 luglio scorso, nel padiglione della Fiera di Padova stracolmo di delegati e autorità. La standing ovation a Giorgia Meloni, nella sua comparsata al congresso della UIL, non è di facile decodificazione. Alla luce delle cronache in materia di relazioni industriali che squadernano un pregresso assolutamente antagonistico, anche al netto dei vari scioperi generali contro il governo di destra, organizzati dalle parti sociali con in testa il sindacato diretto da Pierpaolo Bombardieri, ultimo il 29 novembre 2024, e alla scontata considerazione che permane una distanza siderale tra il “salario minimo” propugnato dalla UIL (dunque il riconoscimento legale di un diritto) e quello “giusto” governativo del decreto 1° maggio scorso, che suona a concessione graziosa – al limite buonista ma più probabilmente elettoralistica.

Ciò nonostante, l’abbraccio padovano parrebbe sancire l’accantonamento del passato, con la nascita di un rapporto privilegiato tra due soggetti che sino a ieri si guardavano in cagnesco. Insomma, stiamo assistendo all’ennesimo rimescolamento delle carte (e all’intreccio di scambi negoziali) alla fine di una stagione e all’appalesarsi di qualcos’altro. Per la leader di Fratelli d’Italia è presto detto: la batosta del 22/23 marzo (il No al suo tentativo di stravolgere la Costituzione in senso autoritario) pesa assai; e – quindi – la maggioranza su cui ha basato la propria egemonia inizia a scricchiolare.

Fino a quel momento Meloni aveva incassato sul fronte del lavoro lo scontato appoggio di un soggetto “governativo a prescindere” quale la CISL; da sempre tappeto ai piedi della maggioranza di turno, ma che ha rivelato scarsissime capacità di convogliarle consensi dei propri iscritti; come – appunto – ha rivelato l’esito referendario. L’embrassons-nous del 2 luglio si inserisce nel più generale risiko in atto del quadro politico, per cui si sta ricercando un riposizionamento centrista del partito di famiglia dei Berlusconi (Forza Italia riverniciata simil-liberale) e un ancoraggio dell’ondivago Carlo Calenda in una compagine che lo veda coesistere con il mentitore seriale Matteo Renzi; e contenga l’ansia di protagonismo di entrambi nella coabitazione in chiave di governo con i liberisti della Terza Via e i dorotei poltronisti ormai soci di maggioranza nel PD. Magari marginalizzando l’ingombrante quanto inconcludente Elly Schlein con qualche proiezione olonica acchiappacitrulli, tipo Silvia Salis; come si è detto, l’ennesimo pappagallo che dice “cose di sinistra” di cui ignora il significato. Mentre si impiomba il pericolo Conte con la farsa della commissione d’inchiesta Covid.

Ma anche l’altro fronte ha problemi analoghi, nello sbriciolamento della Lega e la necessità di ricondurre a un’aggregazione elettoralmente spendibile lo sgomitante Vannacci; e inventare una carta moschicida del voto legge&ordine da borghesia perbenista e non avventurista (modello Letizia Brichetto Moratti) che sostituisca una Forza Italia in cambio di pelle. Ma tanto da un lato come dall’altro (evitiamo deliberatamente i toponimi politici “destra-sinistra” che ormai non significano più niente) questo muoversi disordinatamente risponde a mere esigenze di posizionamento tattico, largamente personalistiche.

Lo stesso può valere per il sindacato, come l’apertura meloniana di Bombardieri lascerebbe intendere? C’è da dubitarne. Perché il sindacato è stato la matrice di larga parte della sinistra ormai opportunista, ma il suo sguardo resta strategico (un’idea di società in cui il lavoro è soggetto costituente. Quanto afferma l’art.1 della nostra Costituzione) non riducibile a tatticismi; magari di pura sopravvivenza personale, come nella mossa padovana da cui si è partiti. Come diceva il segretario predecessore di Bombardieri, Carmelo Barbagallo: “Il sindacato resta uno strumento insostituibile per garantire tutele fondamentali. Un ruolo che è essenziale con la sua storia, ma anche con la memoria di persone che hanno dato il meglio della loro vita per difendere valori e diritti che fanno parte del vivere civile, non solo del mondo del lavoro”. Ormai spesso lo si dimentica, come scoprii una ventina di anni fa relatore a un convegno UIL sul proprio ruolo.

Convinto di parlare alla terza forza del mondo del lavoro, dunque laica e democratica, risposi con un’apparente ovvietà: “Dare rappresentanza ai conflitti di giustizia e inclusione emergenti nella società”. Venni bloccato dall’allora segretario Angeletti con un perentorio “quando sento parlare di conflitto mi viene l’orticaria”. Troppo policantese era stato sparso dal ponentino romano sulla testa del ceto politico in senso lato; omologato smarrendo il bene più prezioso: la propria identità. Che possiamo farci? Però consentite a chi è ormai alle soglie dei 79 anni di rimpiangere democratici ribelli come Bruno Trentin, Pierre Carniti o Giorgio Benvenuto.

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