La trave nel piatto – Difendere la biodiversità per difendere la democrazia alimentare

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La parola biodiversità è una parola “giovane”, che ha solo qualche decina di anni, partita da una nozione fortemente scientifica che negli anni si è ampliata, ha fatto tanta strada fino ad assurgere a elemento fondamentale per la sopravvivenza dell’umanità sul pianeta.

La biodiversità genetica è infatti la capacità del vivente di adattarsi ai cambiamenti, quindi garanzia di sopravvivenza. E non riguarda solo il panda, l’orso polare o il dodo, ma riguarda anche la microbiologia, la biodiversità domestica, agricola e soprattutto riguarda noi. Perché abbiamo una trave nel piatto e si chiama monocoltura. Per via della monocoltura – e della “mono cultura” – la biodiversità continua a essere erosa. Negli ultimi 70 anni abbiamo distrutto il 75% dell’agrobiodiversità che i contadini avevano selezionato nei 10.000 anni precedenti e che erano la base dell’alimentazione moderna. All’altare del falso mito dell’efficienza, si è sacrificato il sapere millenario rurale, artigianale, complesso, applicando meccanicisticamente gli stessi criteri del modello industriale all’agricoltura. Quindi alla natura.

Abbiamo imposto un approccio riduzionista alla vita. E oggi ne vediamo gli effetti drammatici: tre sole colture – mais, riso, grano – forniscono il 60% delle calorie necessarie alla popolazione mondiale e questo rende il nostro sistema alimentare estremamente vulnerabile. Il 63% del mercato dei semi è nelle mani di solo quattro multinazionali che ne possiedono anche i brevetti. Si tratta delle stesse società che detengono la proprietà intellettuale degli Ogm e che monopolizzano la produzione di fertilizzanti, pesticidi e diserbanti. Quindi, in sostanza, controllano il cibo. Monocoltura e monocultura. La riduzione di biodiversità massimizza i suoi effetti in una spirale distruttiva: la devastazione e la frammentazione degli habitat causata da deforestazione, urbanizzazione e incendi, erode gli ambienti “spontanei” che ospitano la biodiversità selvatica; la scomparsa di specie autoctone favorisce l’insediamento di specie aliene invasive che occupano le nicchie biologiche rimaste spopolate; il degrado della microbiologia dei suoli che ne assicura la fertilità, determina un impoverimento dei terreni e quindi della loro capacità generativa. Il modello industrialista, anche applicato all’agricoltura, reitera sé stesso: consuma risorse comuni, privatizza i benefici, collettivizza i costi. La biodiversità è invece una ricchezza comune, necessaria e salvifica: capace di rendere i sistemi agricoli resilienti di fronte ai traumi ambientali, alla crisi climatica e alle pandemie. La biodiversità restituisce servizi ecosistemici fondamentali, come l’impollinazione, e consente di coltivare varietà autoctone che si sono evolute in certi territori per secoli quindi con ridotte esigenze idriche, maggiore resistenza ai patogeni e minore necessità di input esterni: sostanze chimiche ed energia.

Ma la biodiversità, abbiamo detto, è grande e non riguarda solo la genetica, riguarda anche la cultura: sui territori vivono le comunità umane con la loro connotazione identitaria, con le loro consuetudini, con le competenze diffuse che hanno permesso loro di vivere lì, per secoli, abitando gli ecosistemi e preservandoli. Le comunità hanno intrecciato il loro destino con quello delle razze animali locali che hanno allevato, con i semi autoctoni che hanno selezionato, riprodotto, conservato e scambiato; con quei cibi che hanno imparato a conservare e trasformare e che oggi raccontano un enorme patrimonio culturale: poesia, arte, tecniche, paesaggio, ma anche contrasto al dissesto idrogeologico, recupero e cura di terreni e immobili diruti, prospettiva concreta di lavoro e di vita nelle aree collinari e montane, che in Italia, ricordiamo, sono il 70% dell’intero territorio nazionale.

C’è poi un terzo aspetto fondamentale che riguarda la biodiversità, ed è legato ai diritti. La biodiversità consente ai contadini del mondo di vivere del loro lavoro, allontanandosi da quei fenomeni di sfruttamento che spesso connotano le grandi monocolture estensive convenzionali. La biodiversità consente la costruzione di sistemi locali del cibo resilienti, meno fragili di fronte agli sconquassi globali perché piccoli e flessibili. La biodiversità consente di sostenere e valorizzare l’esistenza dei piccoli agricoltori e delle comunità rurali. Per questo un sistema produttivo imperniato sulla biodiversità è un sistema basato anche sui diritti: da esso passano la sicurezza alimentare, la giustizia sociale e la salute pubblica.

Ricordiamolo tutti i giorni, non solo il 22 maggio, Giornata Mondiale della Biodiversità proclamata dall’Onu: si tratta dell’unica ricchezza – forse – davvero in grado di salvarci.

*Presidente Slow Food Italia

L'articolo La trave nel piatto – Difendere la biodiversità per difendere la democrazia alimentare proviene da Il Fatto Quotidiano.

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