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di Mario Della Cioppa*
Ho trascorso una vita a misurare e gestire la sicurezza sui fatti, mai sulle parole e ho imparato una cosa semplice: la sicurezza non si racconta, si dimostra. Per questo, oggi, avverto un senso di netto scarto tra la sicurezza che ho governato nella realtà quotidiana, in tutta Italia, e quella che viene rappresentata all’esterno da una politica che ne fa sempre più strumento di propaganda, senza riuscire a migliorarla.
Da una parte la concretezza dell’azione di chi opera sul campo, con dedizione e sacrificio. Dall’altra numeri snocciolati con disinvoltura, reati in calo, arresti in aumento, dati esibiti in ogni occasione come unica prova di efficacia in un confronto continuo tra governi e opposizioni di turno. La sicurezza ridotta a rappresentazione con un linguaggio sempre uguale, senza mai arrivare a parlare di strategia e, soprattutto, priva di un’analisi reale delle condizioni operative, dei limiti strutturali e logistici, degli organici che incidono gravemente sugli assetti delle Forze di Polizia.
Ma quale sicurezza va raccontata alla collettività, quella che rassicura, attenuando la realtà, o quella che riproduce il contesto nella sua complessità, lasciando ai cittadini la capacità di giudicare?
Io scelgo la seconda perché così si ottiene la fiducia della gente. La sicurezza si costruisce con l’organizzazione, risorse, mezzi e conoscenza dei territori. Soprattutto, con decisioni realmente applicabili.
E qui emerge un nodo raramente affrontato. Chi scrive le norme ha mai ascoltato chi garantisce la sicurezza su strada con professionalità e competenza? Per esperienza io dico di no.
È vero, la politica si avvale di strutture tecniche. Ma esse funzionano male perché, soprattutto negli ultimi anni, è venuta meno una reale integrazione tra i vertici di tali strutture e ciò che proviene dal territorio, che costituisce la vera ricchezza di conoscenza. Il motivo: la politica ha privilegiato nomine di vertice ritenute più funzionali al sistema che pienamente basate su merito e capacità.
Nel settore della sicurezza, ad esempio, si osserva un progressivo indebolimento della competenza specifica in materia di ordine pubblico, che rappresenta un elemento centrale dell’azione del Ministro dell’Interno. Ciò, anche a causa di percorsi di carriera che non sempre hanno valorizzato esperienze dirette in questo ambito. Risultato? Inevitabili ricadute sulla capacità di gestione delle piazze.
A questo quadro sconsolante contribuisce anche la nuova tendenza a concentrare funzioni e decisioni a livello centrale, che comprime l’autonomia di Prefetti e Questori, consegnando loro un disagio profondo difficilmente esprimibile. E allora accade che, da un lato, si continua a “raccontare” sicurezza, dall’altro, si continua a non creare le condizioni perché essa sia davvero effettiva.
Le Forze di polizia restano tra le migliori per preparazione e senso dello Stato. Ma non lo sono, da tempo, le condizioni in cui operano. E’ questa distanza la causa della lettura selettiva dei dati. Peraltro la sicurezza non può funzionare fino in fondo senza che vi sia quella certezza del diritto, sempre invocata ma che continua a mancare. Chi commette un crimine deve essere posto nelle condizioni di non nuocere, il processo deve essere rapido, la pena effettiva. Cose scontate ma che mancano a causa di una carente organizzazione della giustizia, risorse, strutture e di un sistema penitenziario inadeguato.
È qui che la politica è carente. È qui, e solo qui, che si crea il cortocircuito in cui la Polizia individua i responsabili ma il sistema non offre un seguito efficace. Se chi subisce un reato vede il suo carnefice tornare libero in tempi brevi, non è per colpa dei magistrati (altra narrazione strumentale e pericolosa) ma solo a causa delle leggi che essi sono chiamati ad applicare, spesso costruite per compensare carenze strutturali che nessuno ha interesse ad affrontare davvero, perché si tratta di scelte che richiedono tempo, risorse e responsabilità senza che siano garantiti ritorni immediati di consenso.
L’effetto è: depressione dell’azione di polizia, perdita di autorevolezza e deterrenza, smarrimento. Questo è il vero problema della sicurezza e, inevitabilmente, della Giustizia. Non servono statistiche o grafici. È qui che il cittadino percepisce il mio stesso scarto e perde fiducia. E quando questa viene meno, non è solo la sicurezza a indebolirsi ma la credibilità dello Stato.
*Già Questore di Roma e Prefetto
L'articolo La sicurezza non si racconta, si dimostra: oggi avverto uno scarto tra realtà e rappresentazione proviene da Il Fatto Quotidiano.




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