La prima pop star del calcio: George Best oggi avrebbe compiuto 80 anni

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Si può discutere sulla classifica del podio idealizzato nel famoso striscione “Maradona good, Pelé better, George Best” mostrato al funerale il 3 dicembre 2005, quando, per qualche ora, le comunità protestante e cattolica si fusero a Belfast in un unico popolo, ma sicuramente “Giorgio il Migliore” è stato uno dei talenti fuori concorso della storia del calcio. Era già tutto scritto nel nome: Best. Ripensare a lui, a 80 anni dalla nascita – il 22 maggio 1946 –, significa ripercorrere gli anni Sessanta della “swinging London”, della beat revolution made in England, di un calcio dove i muscoli e la tattica non avevano oscurato la tecnica come spesso accade, purtroppo, ai giorni nostri. Best è stato la prima pop star del calcio, l’interprete magnifico dell’Inghilterra della rivoluzione giovanile, a suon di musica, arti figurative, moda, “peace and love” e, naturalmente, calcio. Ha giocato fino a 38 anni, ma, in realtà, è durato come un assolo di John Lennon, di Eric Clampton o di David Gilmour. Consumò la carriera reale nelle nove stagioni vissute alla corte del Manchester United, dal 1963 al 1974: dopo fu solo avventure nel mondo, contratti usa e getta, marketing, spiccioli per mantenere un certo stile di vita. Una bella vita: donne, alcol, auto e come disse in una celebre frase “tutto il resto l’ho sperperato”.

Best, nato in una famiglia protestante della working class – papà Robert lavorava nei cantieri navali di Belfast dove fu costruito il Titanic, mamma Ann operaia in una fabbrica di sigarette -, innamorato del calcio grazie al nonno, scartato dal Glentoran a un provino “perché ero troppo gracile”, tifoso del Wolverhampton e con la palla tra i piedi quando era poco più di un neonato, fu segnalato al Manchester United da Bob Bishop, osservatore dei Red Devils in Irlanda del Nord. “Penso di aver scoperto un genio” scrisse nella sua relazione inviata al leggendario allenatore Matt Busby, sopravvissuto alla tragedia di Monaco di Baviera in cui, nello schianto dell’aereo, il 6 febbraio 1958 la squadra inglese era stata decimata.

Best fu invitato a sostenere un provino a Manchester all’età di 15 anni, ma scappò e tornò a casa dopo appena ventiquattro ore, spaventato dal distacco brusco dalla famiglia. Lo United fu indulgente. Comprese la situazione e diede tempo a George di ripensarci. Quando il ragazzo di ripresentò a Manchester, la sua vita decollò: l’esordio in prima squadra a 17 anni, la nazionale non ancora diciottenne, la fantastica notte di Lisbona il 9 marzo 1966 che lo consacrò come il quinto dei Beatles, il trionfo in Coppa dei Campioni il 29 maggio 1968 con lo United di Bobby Charlton e Denis Law, il Pallone d’Oro 1968, i contratti pubblicitari, l’assedio dei paparazzi, le prime sbronze colossali, l’ingresso nello star system, con tutti i problemi del caso.

L’addio di Matt Busby significò la fine, precoce, dell’ascesa. Il declino sportivo iniziò nel 1970, quando George aveva appena 24 anni. Le ultime stagioni a Manchester regalarono materiale in abbondanza ai tabloid, come quando perse il treno per Londra dove era in programma una sfida nello stadio del Chelsea. George prese quello successivo per raggiungere la capitale britannica, ma invece di presentarsi allo Stamford Bridge, si diresse verso la casa della fidanzata del momento, l’attrice Sinead Cusack, futura moglie di Jeromy Irons. Londra, dove a metà degli anni Settanta avrebbe vissuto una breve stagione di rinascita nel Fulham in Second Division, sarebbe diventata la città di adozione, il rifugio dopo le esperienze in Sudafrica, Stati Uniti, Scozia, Australia.

L’alcol è stato il demone della vita di George. La fonte di tutti i suoi guai: gli arresti per guida in stato di ebbrezza, la rissa con un poliziotto che lo aveva insultato dandogli del “bastardo irlandese”, le relazioni tormentate con l’universo femminile comprese alcune Miss Mondo, matrimoni saltati, gestione a distanza non facile di un figlio cresciuto negli Stati Uniti, problemi finanziari dai quali, negli anni Novanta, riuscì a riemergere grazie all’attività di conferenziere.

Best è stato consegnato all’immaginario collettivo come talento bruciato dai vizi, simbolo di un’epoca lontana anni luce dalle miserie dei nostri giorni. George è stato però molto di più di una semplice figurina. Il giocatore è stato immenso, con momenti di assoluto splendore, come il giorno in cui (al Northampton) segnò sei gol in Coppa d’Inghilterra, la notte di Lisbona e la finale di Coppa dei Campioni. Ha illuminato la memoria con gesti di genio assoluto come quando un giorno, a Londra, dribblò anche un compagno di squadra o quando rubò il pallone al portiere inglese Gordon Banks. Dotato di un’intelligenza superiore alla media, indubbiamente bello e incredibilmente timido, Best riuscì a smarcarsi dal settarismo che segnò i trenta anni di disordini di un’Irlanda del Nord divisa dall’odio tra protestanti e cattolici. Era un cultore della moda: un designer naturale. Amava la musica, ma sebbene accostato ai Beatles, il suo genere era altro: il blues e il rock potente dei Rolling Stones. Aveva una leggerezza di fondo che lo trascinò negli abissi. Un trapianto di fegato nel 2002, che scatenò le polemiche nella vecchia Gran Bretagna, fu l’ultima disperata mossa per evitare di soccombere all’alcol. George distrusse anche il secondo organo e solo nell’ultima immagine consegnata alla storia, magro come un chiodo, con la pelle ingiallita e piena di lividi, un esercito di tubicini collegati alle macchine, ci fu la redenzione. “Non fate come me”, il suo messaggio. Aveva 59 anni quando, il 29 novembre 2005, esalò l’ultimo respiro, in una stanza del Cromwell Hospital di Londra.

Il giorno del suo funerale fu salutato da una folla immensa. Diego Armando Maradona, l’unico dei grandissimi sintonizzato sulle onde dei demoni di Best, spese parole bellissime nei suoi confronti. Per uno scherzo del destino, Best non riuscì a partecipare a un mondiale di calcio. È una delle grandi beffe della storia di questo sport. Perché George, veramente, fu Best.

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