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Il dibattito politico attualmente in corso sull’ipotesi di introdurre una tassazione patrimoniale offre lo spunto per una riflessione sul sistema economico-finanziario. Una tassazione patrimoniale annuale è giusta e plausibile se l’aliquota è molto bassa rispetto al patrimonio tassato; diciamo, tanto per fissare un numero, l’1%.
Operando in questo modo l’aliquota rimane realisticamente inferiore alla rendita che il patrimonio genera e la tassa può essere pagata utilizzando una parte della rendita, senza per questo intaccare il patrimonio stesso. Questa però non è una tassa sul patrimonio, ma sulla rendita annuale: il ricchissimo supermiliardario resta tale e la redistribuzione della ricchezza è modesta. Ad esempio, la proposta patrocinata da Oxfam prevede aliquote progressive dall’1% al 3% a partire da patrimoni superiori ai 5 milioni di euro. Ciò che si può ottenere da questo tipo di tassazione, secondo le stime della stessa Oxfam, è circa 15 miliardi di euro all’anno. Non molto se si considera che la spesa pubblica italiana annuale supera i 1.100 miliardi di euro e il Pil vale circa il doppio, 2.300 miliardi all’anno.
Cosa succederebbe se venisse introdotta una aliquota più alta, superiore alla rendita annuale del patrimonio tassato, ad esempio del 10%? Ignoriamo i problemi pratici legati alla possibile fuga di miliardari e capitali; supponiamo che il supermiliardario tassato non metta in atto nessuna strategia di fuga; che dica anzi: “hai ragione stato, sono troppo ricco; ora ti pago la mia tassa”.
Poiché la tassa supera la rendita, il supermiliardario deve vendere una parte del suo patrimonio e immettere dei beni sul mercato: immobili, azioni, obbligazioni, etc. La massiccia immissione di beni sul mercato ne fa calare il valore: le azioni che prima della vendita valevano 100, scendono a 90 o 80. Il supermiliardario, avendo liquidato il 10% del suo patrimonio, rimane supermiliardario, mentre il mercato si impoverisce e ogni impresa quotata sul mercato vede calare il suo valore nominale. Questo innescherebbe una catena di eventi potenzialmente disastrosa per il sistema economico, i cui effetti ricadrebbero principalmente sulle fasce più deboli della popolazione.
Infatti uno strumento finanziario fondamentale per le imprese è il credito: l’impresa prende in prestito soldi dalle banche e li usa per finanziare una produzione che rende più dell’interesse sul prestito. La banca presta soldi all’impresa garantendosi sul valore azionario dell’impresa stessa. Se a causa della vendita di azioni e del crollo del mercato il valore azionario dell’impresa diminuisce, anche il credito a cui l’impresa può avere accesso diminuisce: la banca dirà “cara impresa, poiché tu oggi vali meno di ieri, tu puoi garantire un prestito di minore entità; oppure devi pagare un interesse più alto sullo stesso prestito che ricevevi prima”. Minore credito significa minore flusso di beni e minore produzione: l’impresa dovrà ristrutturarsi; in un momento in cui il mercato borsistico è in calo non sarà facile emettere nuove azioni; diminuirà la produzione e metterà in cassa integrazione una parte della forza lavoro.
Il nocciolo del problema sta nel fatto che i grandi patrimoni non sono conservati in depositi di monete d’oro, come quello di zio Paperone: sono in prevalenza investiti nel mercato finanziario (la borsa italiana vale oltre mille miliardi, cioè quanto la spesa pubblica) e sono stimati sulla base delle quotazioni di mercato del momento: se una legge forza la realizzazione anche parziale di questo patrimonio, il suo valore improvvisamente diminuisce e l’intero sistema economico-finanziario si impoverisce. Di fatto il denaro è meno solido di quanto ci appaia a prima vista e i valori borsistici non sono solidi affatto: questa è la ragione per la quale la borsa può “bruciare” decine o centinaia di miliardi in poche ore o pochi giorni.
L’intero sistema si basa sulla fiducia degli investitori ed è una gigantesca bolla che può scoppiare in qualsiasi momento, come accadde nel 2008 coi mutui subprime. Questa riflessione sulla tassazione patrimoniale (che peraltro si applica anche alla tassa di successione), oltre a dirci che non è possibile aspettarsene miracoli, mette in luce un problema cruciale delle democrazie liberali, il potere di ricatto in mano ai supermiliardari: un supermiliardario (o un gruppo coordinato) può ricattare lo stato minacciando di vendere una quota significativa del suo patrimonio finanziario, anche in assenza di una patrimoniale.
Di fatto allo stato conviene regolamentare in senso restrittivo la cessione dei patrimoni borsistici piuttosto che stimolarla con strumenti fiscali improvvisati. Ovviamente qualunque economista conosce perfettamente queste dinamiche e questo è il motivo per il quale tutti i governi procedono con i piedi di piombo sulla tassazione patrimoniale, invocata magari dall’opposizione per ragioni propagandistiche.
L'articolo La patrimoniale ha senso solo con un’aliquota molto bassa: il potere di ricatto dei supermiliardari è enorme proviene da Il Fatto Quotidiano.




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