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L’AI Act europeo entra nella fase operativa, la legge italiana sull’intelligenza artificiale muove i primi passi applicativi. Ma la vera decisione che il Paese ha davanti non è tecnologica: è se la conoscenza resterà bene pubblico o diventerà commodity privata. Un nodo che attraversa scuola, università, patrimonio culturale e democrazia, aspetto che nessun regolamento, da solo, può sciogliere.
L’IA generativa non è uno strumento neutro. Modifica il modo in cui si apprende, si scrive, si ricorda, si decide. Se l’accesso ai modelli più potenti resta concentrato in poche aziende extraeuropee, si apre un’asimmetria che non è solo di mercato: è cognitiva. È quella che Luciano Floridi e Paolo Benanti chiamano “sovranità cognitiva”, cioè la capacità di un Paese di governare gli strumenti con cui pensa sé stesso.
Il piano istituzionale, intanto, è in movimento. L’Italia è stata tra i primi Paesi europei ad approvare una legge nazionale sull’IA, con un impianto che assegna ruoli alla Agenzia per l’Italia digitale e a quella per la cyber-sicurezza e punta su sanità, lavoro e PA. Restano, però, i nodi di sempre: chi forma i dataset pubblici, chi valuta i modelli usati nella scuola, chi garantisce che l’IA nella giustizia o nei concorsi non riproduca discriminazioni. La cornice c’è. L’attuazione è tutta da scrivere.
La partita vera, però, si gioca su due fronti meno visibili. Il primo è educativo. Senza alfabetizzazione critica all’IA — non solo saper usare ChatGPT, ma saper interrogare un modello, riconoscerne i bias, contestarne gli output — l’intelligenza artificiale diventa un moltiplicatore di disuguaglianze. Il secondo è culturale. Il patrimonio italiano — archivi, biblioteche, musei — è una delle materie prime più preziose d’Europa per addestrare modelli linguistici. Chi lo governa, e a quali condizioni lo cede, è questione di politica industriale prima ancora che di tutela.
C’è poi il fronte europeo. L’AI Act definisce il perimetro normativo, ma la competizione si gioca sull’infrastruttura: cloud sovrano, modelli fondazionali europei, capacità di calcolo. L’Italia, con il supercomputer Leonardo di Cineca e la rete degli Irccs, ha asset che potrebbero fare la differenza, a patto di inserirli in una strategia, non in una somma di iniziative slegate.
Non è un caso, allora, che l’XI Settimana delle Culture digitali — organizzata dalla Camera dei deputati, in programma dal 4 al 9 maggio — sia dedicata ad Antonio Ruberti che tra il 1989 e il 1992, da ministro, ripensò università e ricerca italiane in chiave europea: legge 168, programmi quadro, autonomia degli atenei. Con un’intuizione che oggi torna parola d’ordine: la conoscenza come infrastruttura pubblica continentale. Le cinque traiettorie della settimana — antropologica, istituzionale, educativa, culturale ed europea — offrono al dibattito italiano una griglia non tecnocratica. Un’occasione che la politica farebbe male a trattare come cerimonia. Sarà all’altezza?

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