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Assumo il termine ipocrisia nella sua portata letterale di recitare una parte, dar mostra di credere in qualcosa che ben si sa non esistere affatto.
Nonostante la massima goda di pessima fama, credo che la sua pratica sia assolutamente essenziale tanto per le frequentazioni personali quanto per le relazioni internazionali.
L’attenzione cade su quell’art. 5 del Trattato della Nato, tornato di estrema attualità dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, in forza del quale una volta che un paese membro sia attaccato, ogni altro membro è tenuto ad intervenire per contribuire alla sua difesa.
Ora, è di tutta evidenza che quando la Nato venne costituita nel 1949, cioè nel pieno della guerra fredda, avendo come fondatori gli Stati Uniti, il Canada, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, quell’art. 5 suonava ipocrita.
Sotto la dizione neutra, che, come tale, era riferita ad ogni membro, a doversi far carico della eventuale difesa contro un attacco dell’Urss era l’unico paese in grado di farlo, cioè proprio gli Stati Uniti, promotore di quella alleanza atlantica rispondente alla precisa strategia di bloccare l’espansione sovietica a scapito di una Europa occidentale, per la cui ricostruzione era già in atto dal 1948 il Piano Marshall.
Questa ipocrisia per cui partecipare alla Nato significava solo in apparenza farsi carico di una difesa collettiva, voleva dire in realtà mettersi sotto la protezione armata degli Stati Uniti, con la non troppo sottesa opinione che l’alleanza atlantica tornasse comunque a favore della loro tendenza egemonica che già di per sé ne spiegava la continua dispendiosa ricerca di una supremazia militare.
Tale supremazia si rifletteva sulla Nato, rendendola più forte e temibile, senza peraltro che molti altri membri cercassero di tenersi al passo, potenziando ed ammodernando il loro esercito, limitandosi a concedere basi nei loro territori agli americani.
Il che è continuato più o meno come prima, fino al crollo dell’Urss con la conseguente liberazione dei paesi dell’Europa dell’Est, ben disposti ad entrare nella Nato, sì da produrne un progressivo allargamento, destinato ad estendersi ai paesi dell’Europa del Nord dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Ma qualcosa era cambiato agli occhi degli Stati Uniti, fino ad acquistare una rilevanza ben percepibile sotto la seconda presidenza Trump.
A differenza degli Europei non ritenevano più probabile un attacco di una Russia ridotta a potenza regionale sul vecchio continente, declassando il tentativo di invasione dell’Ucraina all’intento (Cuba docet) di crearsi una zona cuscinetto, comprensiva anche della Bielorussia, rispetto ad una Nato finita a ridosso dei suoi confini.
Se così stavano le cose, gli Stati Uniti erano certo disposti a dare una mano all’Ucraina, ma nell’ambito di una soluzione che non comportasse alcuna rottura con la Russia di Putin. Dopotutto quella restava essenzialmente una questione che l’Europa doveva affrontare senza più lucrare niente a danno degli stessi Stati Uniti, a costi e rischi propri.
Il fatto è che per i nostri alleati di sempre, lo scenario stava completamente mutando, a farla da concorrente era la Cina, non più la Russia, che, anzi, avrebbe dovuta essere staccata dalla sua alleata attuale, sì che, spostata l’attenzione dall’Atlantico al Pacifico, la Nato perdeva tutta la sua rilevanza di difesa collettiva, con una sorta di conseguenza paradossale che proprio allora gli Stai Uniti, stanchi di sostenere una alleanza che aveva perso rilevanza strategica chiedevano agli ormai numerosi membri un sostanzioso aumento della percentuale del Pil dedicato all’armamento.
L’ipocrisia sembrava finita, l’art. 5 della Nato continuava a prevedere una difesa collettiva ma scaricata su tutti i membri; sembrava finita, perché, in realtà era finita la stessa previsione di una difesa collettiva, pensata per l’Urss e certo non riproponibile per la Federazione Russa.
Di fatto l’art. 5 è stato chiamato in causa una sola volta, dopo l’attentato alle torri gemelle, considerando quello terroristico l’attacco ad un paese membro dell’Alleanza.
Il che, a mio avviso, ha giustificato un equivoco, quello di Trump, che, a prescindere dall’assenza di qualsiasi concerto e preavviso, pur assolutamente necessario, ha creduto di poter coinvolgere la Nato nel tentativo di impedire ad uno stato terroristico come l’Iran di possedere la bomba atomica.
Ora, dato per scontato che avesse formalmente torto, rimango convito che l’Europa abbia sbagliato a chiamarsi del tutto fuori, rischiando di autocondannarsi a risultare marginale nel dopoguerra rispetto ad una area di grande importanza strategica.
Ma, ma c’è da chiedersi se – una volta attenuatasi di molto la funzione di una Nato come difesa collettiva rispetto alla minaccia russa, essendo ormai quella proveniente dall’Est rappresentata da una Russia impantanata da quattro anni in maniera del tutto asimmetrica con l’Ucraina – non sia il caso di riformularne la funzione sì da renderla spendibile in operazioni di pressione militare effettuabili in aree strategicamente rilevanti per l’Europa?
Lasciare le cose come stanno significherebbe sostituire una ipocrisia ad una altra: credere, ieri, che l’art. 5 facesse realmente conto su tutti i membri dell’Alleanza; pensare, oggi, che quello stesso art. 5 sia ancora attuale.

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