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Napoli è felice incontro tra terra e mare. Vesuvio, arte, canzoni, sport, mito, tradizioni, cucina e tanto altro. Accoglienza e amore. Il teatro San Carlo, il più antico palcoscenico del mondo dell’opera lirica ancora attivo, fa parte della sua identità più profonda.
È il luogo “sacro”, realizzato nel 1737 per volontà di Re Carlo III di Borbone come simbolo del potere regio, che raggiunge la mente e il cuore intercettando sogni e gioie, tormenti e turbamenti. All’inaugurazione del 4 novembre, nella struttura originaria di Giovanni Antonio Medrano in stile settecentesco, poi trasformata in forme neoclassiche da Antonio Niccolini dopo l’incendio del 1816, lo scrittore Stendhal, con gli “occhi abbagliati e l’anima rapita” di fronte alla sua preziosa bellezza, ne sottolineava l’unicità: “Non vi è nulla in tutta l’Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma che ne dia la più pallida idea”. Il San Carlo è anche il primo teatro italiano che, nel 1946, ebbe il coraggio artistico di ripartire, a Londra, dopo la guerra.
Nella città set naturale e musa ispiratrice dell’arte musicale, il Massimo napoletano emoziona da sempre. “Vuoi tu sapere se qualche scintilla brucia in te? Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolesi”, esortava Jean-Jacques Rousseau. Il giovane Wolfgang Amadeus Mozart, affascinato nel 1778 da una Napoli “che canta e incanta”, ambientava il primo atto della sua terza opera buffa, “Così fan tutte” (ossia “La scuola degli amanti”), in una storica “bottega del caffè”. È nel capoluogo partenopeo che nasce l’opera “buffa”, per parlare non solo alla nobiltà ma anche al popolo.
In uno dei periodi di maggiore visibilità internazionale della città, mentre il mondo velico si prepara alla kermesse per il più antico trofeo internazionale del mondo, l’America’s Cup, con “Luna Rossa” già dominante nella competizione preliminare, il San Carlo sceglie di raccontare l’orgoglio delle radici e apre le porte del teatro presentando la stagione 2026/2027, a duecentonovanta anni di storia, verso lo straordinario traguardo dei trecento dalla sua fondazione.
“Verso i 300 anni” è il primo incontro del nuovo format, tenutosi il 28 settembre scorso nella Sala storica del teatro napoletano, per spiegare ad appassionati ed esperti il senso del programma e la scelta degli eccellenti titoli di quest’anno. Appuntamento fisso per i prossimi dieci anni. Svelando che il luogo della lirica e dei concerti non è solo magia della “prima” e sontuosa scenografia, palco reale e poltronissime oro, ma è uno dei più potenti strumenti culturali e umani in grado di accogliere e unire. Una “piazza” per costruire valori e condividere sentimenti universali, per superare invisibili confini e diversità, disarmare la violenza e il linguaggio, trasformare fragilità e solitudini in prospettiva di felicità e speranza. Risvegliare le coscienze e aprire il cuore è, forse, la vera sfida per sfuggire all’abisso dello sconforto in un periodo di conflitti, violenza e rancori sociali.
Sul palco, nel corso dell’evento promosso dal San Carlo, il sovrintendente e direttore artistico Fulvio Adamo Macciardi, insieme al segretario artistico Paolo Montanari, al maestro del coro Fabrizio Cassi e al direttore del corpo e della scuola di ballo Renato Zanella, descrivono una stagione che vuole rafforzare il senso di identità del teatro e della tradizione della musica napoletana, con artisti del nostro tempo e in una proiezione internazionale dell’istituzione. Un progetto che, quest’anno e nei successivi, sceglie di aprire il cartellone con titoli legati alla storia del lirico napoletano, opere scritte per il San Carlo, a partire da Verdi per quest’anno, Donizetti per il 2027, Rossini per il 2028.
Mancano sessanta giorni alla partenza. Alcuni artisti della prossima stagione, accompagnati al pianoforte dal Maestro Roberto Moreschi, già allietano il pubblico con le loro performance, durante la presentazione del programma. Il 2 dicembre aprirà il sipario “Luisa Miller” di Giuseppe Verdi, scritta proprio per il San Carlo nel 1849, e la soprano Mariangela Sicilia, premio Abbiati 2024, dà voce a “Tu puniscimi, o Signore” mentre la soprano Désirée Giove, formatasi all’Accademia di canto del “Massimo”, pronta a debuttare ad aprile nell’opera “Nina o sia La pazza per amore” di Giovanni Paisiello, interpretata a Napoli l’ultima volta nel 1827 da Giuditta Pasta, si esibisce nel brano “Il mio ben quando verrà”. Regia di Mariano Bauduin, che ne descrive il valore dal palco. E ancora, il tenore colombiano César Cortés esegue, in vista di giugno, “Ecco ridente in cielo” da “Il barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini, compositore fortemente legato a Napoli nella sua produzione.
Per la danza, l’étoile del Corpo di ballo del San Carlo Luisa Ieluzzi danza su “Bolero” in scena, nella soirée di chiusura di novembre, con coreografia di Maurice Béjart. Tante le novità, nel programma, con direttori musicali italiani in produzioni chiave. Tra questi, Daniel Oren per “Luisa Miller” e “Pagliacci”, nell’allestimento di Zeffirelli. Il 13 e 14 novembre la Stagione sinfonica celebrerà il bicentenario della morte di Beethoven con la “Nona”, alla quale seguiranno la “Seconda” di Mahler e la “Seconda” di Mendelssohn. E poi “Aida”, firmata da Ozpetek, sarà in tournée in Giappone, “La damnation de Faust”, di Berlioz, con regia di Michieletto e “La chute de la maison Usher”, un’opera incompiuta di Debussy completata dal compositore Alessandro Solbiati. Ricca stagione anche per la danza con spettacoli come “Lo schiaccianoci”, “La dame aux camelias”, “L’histoire de Manon”.
Competenza, dedizione e senso di appartenenza di artisti e di quanti operano all’interno del teatro, sono il punto di forza, afferma dal palco il sovrintendente Fulvio Macciardi. Nel Paese in cui la cultura è leva strategica di sviluppo, è una prospettiva di centralità della persona attraverso il linguaggio della musica. Una dimensione di responsabilità individuale e collettiva che richiede armonia tra governance e corpi artistici.
A chiudere l’evento “Verso i 300 anni”, brindisi con Feudi di San Gregorio, con la speciale edizione di DUBL metodo classico millesimato greco 2017 realizzata per il teatro.
Incontriamo il sovrintendente Fulvio Macciardi nel prestigioso palazzo dove il re, dalla vicina dimora reale, accedeva dall’interno direttamente al palco. Milanese di nascita, di formazione umanistica, violinista di palcoscenici nazionali e internazionali, docente di conservatorio e master universitari, poi a capo della gestione artistica di teatri d’opera, presidente dell’associazione nazionale fondazioni lirico-sinfoniche, membro del Parlamento della cultura europeo e nel board di Opera Europa, associazione che riunisce oltre centotrenta teatri d’opera europei, con la competenza e la passione del musicista e l’esperienza del manager di grande esperienza, spiega a Formiche la sua visione del teatro anche per il futuro della società.
In un mondo smarrito, lacerato da conflitti e violenza, cosa può rappresentare, oggi, il messaggio della musica?
Il messaggio della musica è un vero messaggio di speranza. Oltre tecnica e storia, la musica è armonia, ricerca di qualcosa di bello e gradevole. Soprattutto, i musicisti di tutto il mondo superano barriere e difficoltà perché l’amore, la passione, l’entusiasmo, la fatica e lo studio accomunano e uniscono: li lega una forte solidarietà in una sana competizione. Il linguaggio della musica è in grado di avvicinare Paesi lontani come l’Oriente, in parte anche l’Africa, far conoscere altre culture e le radici delle nostre. Nonostante l’attuale quadro internazionale sia complesso, noi artisti dobbiamo continuare a essere ambasciatori del bello e portatori di messaggi di pace.
Sguardo alla storia, dialogo con il presente e proiezione internazionale definiscono la straordinaria offerta artistica 2026/2027 del San Carlo, il più antico teatro d’opera del mondo ancora attivo. È un progetto culturale complesso e ambizioso. Quali sono le direttrici portanti di questa visione?
Essere alla guida del teatro più antico del mondo ancora in attività mi pone di fronte a una maggiore responsabilità. Per il mio mandato, ho pensato a un percorso che prepari il teatro al traguardo del 2037, quando compirà trecento anni, e che ripercorra alcune affascinanti pagine che ne hanno segnato la storia: la volontà è quella di proporre opere scritte, pensate e commissionate da questo teatro, che hanno contraddistinto il grande periodo storico del Settecento napoletano, quando il re decise di costruire il San Carlo con l’idea che tutti i grandi musicisti venissero a Napoli. È un simbolo identitario molto forte per la città: fu ricostruito in pochi mesi anche dopo il gravissimo incendio di inizio Ottocento. E ancora, la monarchia e le varie dinastie che si sono succedute hanno sempre voluto portare i loro stemmi e i loro simboli all’interno di questo teatro. I napoletani di ogni ceto sociale parlano con grande orgoglio del San Carlo pur non frequentandolo: qui c’è la storia della città. Credo molto nel teatro, non solo nel San Carlo che, in quanto teatro reale, nasce con determinate caratteristiche. Nell’Ottocento, ad esempio, tutti i teatri storici erano spazi di aggregazione sociale dove si svolgevano eventi, feste, carnevali, balli in maschera. Mi piace pensare, ancora oggi, al teatro come luogo di incontro, e sarebbe bello tenerlo aperto anche quando non c’è spettacolo promuovendo eventi anche in orari diversi. La mia idea è quella di teatro vivo, un luogo accogliente e inclusivo dove poter ritrovarsi, senza che questo richieda una serata impegnativa.
Una piazza al coperto, diciamo così, in cui si possono condividere valori e in cui la musica, al di là della conoscenza tecnica, raggiunge tutti, suscita sentimenti e guarda al passato con sguardo al futuro. Come mantenere vivo il messaggio di un grande teatro?
La musica, tra le grandi arti, è percepita secondo il proprio sentire personale: genera sentimenti ed emozioni. Guidare un’istituzione straordinaria come il San Carlo è un percorso veramente molto gratificante e appagante, che condivido quotidianamente con tutti i dipendenti, uniti da un forte spirito di appartenenza e dal desiderio di realizzare insieme tanti progetti. È l’orgoglio di esserci, che nel mondo del lavoro ordinario non è così scontato.
La qualità di un grande teatro è data dal livello artistico e dall’impegno di tutti coloro che ci lavorano. I modelli con cui si possono organizzare e produrre stagioni teatrali sono numerosi, ma io credo soprattutto in un teatro che tenda a valorizzare le risorse interne: Orchestra, Coro, Corpo di Ballo, collaboratori, giovani dell’Accademia di Canto Lirico e della Scuola di Ballo. Non credo molto allo star system: grandi interpreti e direttori sono importanti per un evento, ma serve anche un lavoro di crescita interna e, soprattutto, di identità.
Un percorso di crescita del teatro significa anche motore di sviluppo per il territorio. Come accettare le sfide del mercato e ampliare risorse?
I teatri in Italia che hanno una storia molto legata al territorio devono valorizzare il passato e identificarsi anche nel rapporto con le istituzioni vicine: è lì la loro identità. Diversamente dai grandissimi teatri, come il Metropolitan dove vengono rappresentati un po’ tutti i generi e che vanta grandi artisti ma manca un “modello Hollywood” americano, noi abbiamo una storia e ritengo giusto rivalutare nelle nostre attività le nostre radici. Tra gli obiettivi del mio mandato c’è l’implementazione di risorse anche con il coinvolgimento di privati. Ampliare il sostegno da parte dei grandi player dell’impresa nazionale e internazionale ci dà la possibilità di accelerare il percorso di crescita, incrementando lo sviluppo. Credo che il Sud stia acquisendo sempre maggiore visibilità, ci sono a Napoli importanti iniziative, progetti di investimenti ad ogni livello nell’imprenditoria, aumento del turismo, eventi significativi come l’America’s Cup. La città è diventata una grande capitale che affronta nuove sfide di crescita. Il mio impegno punta anche a far sì che il San Carlo partecipi a questo processo.
Qual è la risposta di Napoli al nuovo format “Verso i 300 anni” di apertura alla città?
La risposta è stata molto positiva e, devo dire, anche oltre le aspettative: abbiamo dovuto spostare l’incontro dal Salone degli Specchi alla platea perché le prenotazioni sono andate rapidamente esaurite. È un segnale importante, perché dimostra che c’è curiosità e desiderio di conoscere più da vicino quello che accade dentro il teatro. “Verso i 300 anni” nasce proprio con l’idea di avvicinare il pubblico al San Carlo, superando anche quel momento di impaccio che si può provare quando si varcano le soglie di un tempio della bellezza. Napoli, oggi, è più viva che mai: credo che il Teatro debba intercettare questa energia, dialogando sempre di più con la città e con i suoi diversi pubblici. Vorrei che questo format diventasse un appuntamento sempre più frequente, per condividere le scelte artistiche, i progetti e le prospettive del Teatro, ma anche per costruire occasioni di incontro che possano andare oltre la rappresentazione. Il riscontro di questo primo appuntamento ci dice che dobbiamo continuare su questa strada.

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