La malattia l’ha costretta a lasciare OpenAI: ora Fidji Simo vuole usare l’IA per curare le malattie croniche

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Nel maggio 2025, Fidji Simo ha iniziato il lavoro dei suoi sogni in OpenAI, come numero due di Sam Altman. Ma mentre intensificava il suo impegno prima come amministratrice delegata delle applicazioni e poi dell’implementazione dell’Agi, in privato soffriva per una grave condizione di salute.

Sei anni prima le era stata diagnosticata la sindrome da tachicardia posturale ortostatica, o Pots, una frustrante patologia cronica in cui passare dalla posizione sdraiata a quella eretta, o anche semplicemente sedersi, può provocare un’accelerazione del battito cardiaco e vertigini.

Ma dopo il suo ingresso in OpenAI, le sue condizioni sono peggiorate e Simo si è resa conto di non riuscire più a sostenere i ritmi frenetici richiesti dalla startup di intelligenza artificiale. Lo scorso luglio ha lasciato il suo incarico nella società, anche se continua a ricoprire il ruolo di consulente. “Purtroppo per me è molto, molto difficile stare in piedi senza svenire. Non posso stare seduta o in piedi troppo a lungo: dopo più di cinque o dieci minuti svengo, il che è a dir poco molto scomodo”, racconta.

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La nascita di ChronicleBio

Nell’ultimo anno Simo, 40 anni, ha lavorato a nuovi modi per utilizzare l’AI contro patologie croniche come la sua. Nel marzo 2025, mentre lavorava ancora in OpenAI, ha lanciato una startup chiamata ChronicleBio insieme a Rohit Gupta, che in precedenza aveva supervisionato biobanche a Stanford e alla Ucsf, e Rishi Reddy, managing director di Tarsadia Investments. Simo è cofondatrice, mentre Gupta è ceo della società. Reddy, la cui società ha fornito a ChronicleBio alcuni milioni di dollari come primo finanziamento seed, è executive chairman.

Il loro obiettivo è districarsi nella complessa rete di sintomi alla base di malattie croniche legate al sistema immunitario come Pots, long Covid ed encefalomielite mialgica/sindrome da fatica cronica, nota come Me/Cfs. Il termine “sindrome da fatica cronica” è sempre meno utilizzato perché considerato riduttivo e stigmatizzante nei confronti di una patologia fortemente debilitante. Nel complesso, secondo le stime di Gupta, circa 250 milioni di persone nel mondo soffrono di questo insieme di condizioni croniche.

Una biobanca per studiare le malattie croniche

La società sta raccogliendo campioni di sangue di pazienti affetti da queste complesse patologie croniche negli Stati Uniti – in centri nello Utah, in Arizona e in Texas, con altri in programma – e in India, dove la famiglia di Reddy possiede un ospedale, per condurre un’analisi completa di ciò che accade loro a livello biologico. Ad agosto ha inoltre iniziato a collaborare con unità mobili per i prelievi di sangue, così da raggiungere le persone costrette a casa o a letto e impossibilitate a recarsi in una clinica.

Finora ChronicleBio ha raccolto quasi 200 terabyte di dati – circa quattro volte la quantità contenuta nel primo modello Gpt-3 di OpenAI – provenienti da oltre mille pazienti, con quasi 9.800 provette di sangue dalle quali sono state ottenute 40mila fiale di campioni conservate nella sua biobanca. A partire da questi campioni, ChronicleBio misura oltre un miliardo di dati, tra cui duemila metaboliti, le piccole molecole prodotte dall’organismo quando digerisce il cibo, ripara le cellule o svolge altre funzioni, e mille proteine che intervengono in quasi tutte le funzioni biologiche del corpo.

Il primo obiettivo è individuare le differenze tra persone che oggi vengono raggruppate sotto un’unica diagnosi, anche ai fini assicurativi. Distinguendo i pazienti che presentano diversi sottotipi di queste patologie croniche, ChronicleBio spera di fornire a chi ne soffre maggiori informazioni e possibilità di trattamento.

“Pensiamo che queste condizioni siano nomi che i medici hanno attribuito a determinati sintomi e crediamo che ci sia una grande eterogeneità”, afferma Simo. “Se una patologia in realtà è composta da dieci patologie diverse, sviluppare un farmaco diventa molto più difficile”.

Venti milioni di dollari raccolti

ChronicleBio è ancora nelle sue fasi iniziali, ma ha raccolto 20 milioni di dollari da investitori tra cui Breyer Capital, Wisdom Ventures e Proximal Ventures, oltre a investitori individuali come Patrick Collison di Stripe. La startup, con sede a Menlo Park, in California, prevede di raccogliere altri capitali entro la fine dell’anno o all’inizio del prossimo.

Come Simo, anche Reddy, 39 anni, e Gupta, 44, hanno esperienze personali con malattie croniche complesse. A Reddy è stata diagnosticata la psoriasi da bambino e dopo il Covid ha dovuto affrontare una serie di sintomi legati al sistema immunitario. La moglie di Gupta soffre invece di diversi sintomi debilitanti per i quali la coppia ha faticato a trovare risposte.

“Oggi i pazienti si presentano con questi sintomi assurdi e i medici non sanno cosa farne”, afferma Reddy. “Non credo esistano tre persone che vogliano risolvere questo problema più di noi. Lo desideriamo tantissimo, per noi stessi e per i nostri figli, perché esiste una predisposizione genetica e perché là fuori ci sono milioni di persone”.

I 13 sottotipi individuati

I cofondatori hanno iniziato concentrandosi sulla Me/Cfs, che secondo le stime colpisce 3,3 milioni di persone negli Stati Uniti, e hanno individuato cinque sottotipi della malattia. Successivamente hanno condotto analisi su patologie correlate, come la Pots, partendo dalla teoria secondo cui i nomi attribuiti a queste condizioni siano meno importanti della biologia che ne è alla base. Finora hanno identificato 13 diversi sottotipi tra varie malattie croniche. Se questi risultati saranno confermati da ulteriori test, ritengono che potrebbero cambiare il modo in cui vengono organizzati gli studi clinici.

La maggior parte dei farmaci fallisce durante gli studi clinici. Uno studio del 2019 ha rilevato che il 30% fallisce nella fase II perché non mostra un’efficacia sufficiente nel trattamento della patologia per cui viene testato. ChronicleBio spera che alcuni potenziali trattamenti che hanno fallito o il cui sviluppo si è arenato possano invece funzionare su gruppi di pazienti più piccoli e mirati, una volta identificati i diversi sottotipi. In prospettiva, la società spera di individuare le cause profonde di queste malattie debilitanti e di sviluppare farmaci propri per trattarle.

La corsa dell’IA alla scoperta di nuovi farmaci

ChronicleBio è una delle molte aziende che stanno cercando di utilizzare AI e dati per sviluppare nuove terapie più rapidamente, anche contro malattie precedentemente considerate “non trattabili” farmacologicamente. Isomorphic Labs, fondata da Alphabet, ha raccolto 2,1 miliardi di dollari all’inizio di quest’anno per sviluppare una propria pipeline, mentre startup sostenute da venture capital come Chai Discovery e Manifold Bio hanno firmato accordi con grandi aziende farmaceutiche.

Anche OpenEvidence, lo strumento clinico basato sull’AI utilizzato dalla maggior parte dei medici statunitensi, sta ora cercando di portare farmaci contro tumori rari nelle sperimentazioni cliniche, grazie anche ai dati sulle varianti genetiche dei tumori provenienti dal Memorial Sloan Kettering.

La differenza di ChronicleBio è che la società si concentra direttamente su malattie croniche come Pots, long Covid e Me/Cfs, che da tempo mettono in difficoltà i ricercatori. Queste condizioni ricevono molta meno attenzione e finanziamenti rispetto, per esempio, al cancro. È per questo che l’azienda sta costruendo una propria biobanca per cercare di comprenderle. “L’idea alla base è che, per condizioni complesse come la mia, non comprendiamo ancora abbastanza bene la biologia da poter sviluppare farmaci”, afferma Simo.

Dalla Pots alla nascita del Metrodora Institute

Simo, nata in Francia e in passato a capo dell’app di Facebook e ceo di Instacart prima di entrare in OpenAI, ha ricevuto la diagnosi di Pots nel 2019. Parlando con dirigenti di aziende biotech e farmaceutiche, è rimasta sorpresa nello scoprire quanto poco sapessero della patologia. Come molti disturbi neuroimmunitari cronici, la Pots non ha né una causa conosciuta né una cura.

Chi ne soffre – nella stragrande maggioranza dei casi donne – deve semplicemente imparare a gestirla. Le persone affette da queste condizioni trascorrono spesso anni scontrandosi con un sistema medico che non sa come affrontare sintomi difficili da definire ma fortemente debilitanti.

Nell’aprile 2023 Simo ha cofondato a Salt Lake City una clinica e un centro di ricerca dedicati alle patologie neuroimmunitarie, chiamato Metrodora Institute, nella città in cui aveva sede il cofondatore medico e ceo. Ma gestire la clinica “era molto difficile”, ricorda con una risata. I pazienti di Metrodora soffrivano tutti di patologie complesse, con trattamenti incerti. “Arrivavano pazienti con migliaia di pagine di cartelle cliniche e le assicurazioni pagano visite da 15 minuti”, racconta. Simo si è resa conto che concentrarsi sulla ricerca anziché sul trattamento rappresentava un approccio più promettente e il centro ha chiuso nel giugno 2025.

Il long Covid cambia l’attenzione sulle malattie post-virali

Quando Simo ha avviato Metrodora, la pandemia si era ormai attenuata, ma più di 15 milioni di persone negli Stati Uniti – e forse fino a 400 milioni nel mondo – avevano sviluppato il long Covid. Nel frattempo, altre persone che già soffrivano di patologie autoimmuni avevano scoperto che il Covid ne aveva peggiorato i sintomi, anche dopo essere guarite dal virus.

“Prima del Covid non c’era molta attenzione”, afferma Gupta, osservando che i medici spesso liquidavano i pazienti affetti da Me/Cfs – in maggioranza donne – sostenendo che fossero semplicemente stressati o che dovessero fare più esercizio fisico. “Ora si comincia a vedere una maggiore attenzione verso le condizioni post-virali”, aggiunge.

Il caso Vyvgart

Alcuni pazienti di Metrodora hanno partecipato a uno studio clinico sull’utilizzo di un farmaco di grande successo per il sistema immunitario. Chiamato Vyvgart, viene utilizzato per trattare la miastenia gravis, una malattia neuromuscolare autoimmune cronica. Lo studio cercava di capire se potesse funzionare anche nelle persone affette da Pots associata al long Covid.

Per alcuni partecipanti, entrare nello studio clinico ha rappresentato una svolta. Alcuni, dopo essere rimasti costretti a letto, erano riusciti a riprendere la propria vita. Mia Della Gatti, all’epoca studentessa della Brigham Young University e con una diagnosi di Pots, racconta che durante la sperimentazione condotta attraverso Metrodora è passata dal perdere metà delle lezioni perché costretta a letto a seguire 18 crediti in un solo semestre.

“Mi ha cambiato la vita”, afferma Della Gatti, che si considera fortunata perché da allora le sue condizioni sono migliorate, anche se continua ad avere riacutizzazioni. “Sono passata dal riuscire a malapena ad andare al supermercato al poter stare fuori casa”.

La sperimentazione interrotta

Nel giugno 2024, però, Argenx, il colosso farmaceutico europeo che produce Vyvgart e che ha una capitalizzazione di mercato di 60 miliardi di dollari, ha interrotto lo studio. All’epoca la società dichiarò che “i pazienti non avevano mostrato miglioramenti clinicamente significativi rispetto al placebo” e che non avrebbe “proseguito lo sviluppo” del farmaco per la Pots post-Covid, così da dare priorità ai quasi 50 studi clinici attivi nella sua pipeline in espansione.

“Abbiamo capito che c’erano pazienti che riferivano di sentirsi meglio. Nei dati non abbiamo visto alcuna prova che ciò fosse dovuto a Vyvgart”, afferma Ben Petok, portavoce di Argenx.

La fine della sperimentazione è stata devastante per un gruppo di pazienti che aveva avuto accesso allo studio. Dopo la sua interruzione, 53 partecipanti hanno pubblicato nell’ottobre 2025 una lettera aperta su The Sick Times, chiedendo una nuova sperimentazione del farmaco, progettata diversamente, per le persone con Pots associata al long Covid.

“La maggior parte di noi ha avuto una ricaduta”, hanno scritto. “Ma non stiamo soltanto piangendo ciò che abbiamo perso: chiediamo un cambiamento. La ricerca sul long Covid deve evolversi. Senza urgenza, pazienti come noi continueranno a soffrire”.

Quando un farmaco funziona solo per alcuni pazienti

Simo indica il fallimento di quella sperimentazione come esempio del problema rappresentato dalle complesse patologie neuroimmunitarie, sia per i pazienti sia per le aziende farmaceutiche. Perché uno studio clinico abbia successo e una terapia ottenga l’approvazione della Fda, chi sviluppa il farmaco deve abbinare la terapia al giusto gruppo di pazienti. Ma per riuscirci deve capire quali siano le persone con maggiori probabilità di rispondere al trattamento.

“Per un sottogruppo di persone è stato magico, ma lo studio clinico è comunque fallito”, afferma Simo. “È una storia che si ripete spesso. Lo studio clinico fallisce, ma avrebbe potuto aiutare il 20% dei pazienti”.

ChronicleBio, che prima della chiusura ha acquisito le attività di ricerca di Metrodora, spera che l’identificazione dei diversi sottogruppi di queste malattie croniche possa recuperare alcune di queste terapie e destinarle a gruppi più piccoli di pazienti. Gran parte delle sue prime ricerche si è concentrata sulla Me/Cfs, una patologia in cui circa un quarto delle persone colpite presenta sintomi tanto gravi da essere costretto a casa. Nei casi peggiori, i pazienti non riescono ad alzarsi dal letto.

Ora che i ricercatori di ChronicleBio hanno identificato 13 diversi sottotipi di malattia, stanno lavorando per associare i pazienti di ciascun sottotipo a diverse potenziali terapie. Per uno dei sottotipi, spiega Gupta, esistono tre o quattro terapie accantonate che sembrano corrispondere ai meccanismi biologici sottostanti. Il tipo di analisi necessario per individuare questi sottotipi di pazienti è diventato possibile soltanto grazie ai progressi dell’AI e all’enorme quantità di dati biologici che oggi è possibile raccogliere.

“Vogliamo essere precisi nel nostro lavoro e non limitarci a usare parole alla moda come ‘medicina di precisione’ e ‘terapie personalizzate'”, afferma. “L’ultima cosa di cui un paziente nel nostro settore ha bisogno è che affrontiamo queste cose in modo troppo aggressivo senza selezionare il paziente giusto o la risorsa giusta, per poi ritrovarci con un’altra sperimentazione fallita. Ogni volta che uno studio clinico fallisce, è una grande delusione”.

I primi studi clinici

Simo afferma che ChronicleBio sta discutendo con alcune aziende farmaceutiche, di cui non ha voluto rivelare i nomi, di farmaci accantonati che potrebbero funzionare per determinati sottogruppi di pazienti. La società sta valutando diversi modelli di business, tra cui l’acquisto di potenziali terapie da sviluppare autonomamente oppure la collaborazione con il produttore di un farmaco per portarlo attraverso le sperimentazioni cliniche.

Gupta prevede di avviare i primi studi sulla Me/Cfs quest’anno, mentre le sperimentazioni successive dovrebbero iniziare all’inizio del prossimo. Nel lungo periodo, ChronicleBio spera di riuscire a individuare le cause profonde di queste patologie croniche e a creare una propria pipeline di terapie.

Per molti versi, l’approccio ricorda quello che ha preceduto i grandi progressi nel trattamento del cancro dell’ultimo decennio. Il numero di farmaci oncologici si è moltiplicato, consentendo ai pazienti di ricevere terapie basate sugli specifici biomarcatori della loro malattia, anziché semplicemente sulla parte del corpo in cui si trova il tumore.

Simo spera di innescare un movimento simile per patologie croniche complesse come Pots e long Covid. Per Simo, che ha parlato molto apertamente delle proprie difficoltà di salute, queste cure mirate non potrebbero arrivare abbastanza presto. “Penso che siamo finalmente arrivati a un punto in cui la medicina di precisione può estendersi alle malattie croniche”, afferma.

L’articolo La malattia l’ha costretta a lasciare OpenAI: ora Fidji Simo vuole usare l’IA per curare le malattie croniche è tratto da Forbes Italia.

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