La Juve si suicida e Spalletti vede l’ombra di Conte: la Serie A degli orrori difensivi e il grande equivoco del calcio italiano

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Il gol incassato al 94’ dall’ex Adzic, che ha condannato la Juventus alla sconfitta nella sfida contro il Sassuolo di Alberto Aquilani – complimenti sinceri all’allenatore romano, passo dopo passo sta costruendo una carriera importante – è stato lo spot di una quarta giornata di Serie A in cui errori e orrori difensivi hanno tenuto banco. Anche Venezia-Fiorentina, Lazio-Milan e Lecce-Monza hanno mostrato nefandezze impensabili nel nostro campionato appena dieci anni fa, quando già eravamo in discesa, figurarsi venti o trent’anni fa, quando eravamo dominanti.

Spalletti ha protetto – paradosso – la sua squadra nel dopomatch affermando che era stato lui a ordinare di andare all’assalto, “ma forse i giocatori mi hanno preso troppo alla lettera”. Una ripartenza, avviata dal monumentale Matic, che all’età di 38 anni detta ancora legge a centrocampo, ha portato alla conclusione in assoluta libertà di Adzic, aprendo il dibattito sulla permanenza di Spalletti alla guida della Juventus. L’amministratore delegato bianconero Giovanni Carnevali ha raccontato, intervenendo a Radio Anch’io Sport, che “cambiare allenatore non è nel mio spirito e spero che questa sconfitta sia di insegnamento, le colpe non sono solo della difesa, ma di tutti noi”, ma intanto sullo specchietto retrovisore di Spalletti si vede l’immagine di Antonio Conte.

Lo sanno anche i sassi che prima o poi Conte tornerà alla casa madre: i tempi potrebbero maturare prima del previsto. Un editoriale della Gazzetta quasi invoca il cambio: è un segnale importante. Andando oltre la questione-panchina, va inquadrato il problema. Il Sassuolo gioca bene e ha mantenuto la linea d’attacco fino all’ultimo secondo, senza cedere di un millimetro di fronte alla spinta talvolta disordinata della Juve e alla serata di luna piena di Zhegrova, ma la banda spallettiana ci ha messo del suo, spalancando praterie di fronte alle ripartenze degli emiliani. Attaccare sì, ma con giudizio. Andare all’assalto senza lo scudo è da suicidi. In effetti, a Reggio Emilia la Juventus si è suicidata. Spalletti è un buon allenatore, ma la fase difensiva non è mai stata il suo forte. La sua Nazionale, per esempio, beccava regolarmente gol sui calci piazzati. La ripetitività degli episodi è la vera condanna. Una volta, due, tre va bene. Dopo non è più tollerabile.

E’ quello che regolarmente avviene nel Venezia di Giovanni Stroppa, cresciuto, da giocatore, all’ombra di Sacchi e di Zeman. Il suo calcio, a prescindere dal modulo, è guidato dalla filosofia zemaniana. Stroppa ha centrato da allenatore cinque promozioni: una della C alla B con il Foggia, quattro dalla B alla serie A con Crotone. Monza, Cremonese e Venezia. In Serie B è considerato una sicurezza, ma quando sale in A, le cose cambiano: gli è andata male a Pescara, Crotone e Monza. A Venezia, se non cambierà rotta, la storia potrebbe ripetersi. In Serie B si può rischiare, in A gli errori non vengono perdonati. Il suo Venezia gioca bene, ma è inchiodato a quota zero. C’è poco da discutere: bisogna conquistare punti e per riuscire nell’impresa serve maggior equilibrio. Esporsi puntualmente alle ripartenze dell’avversario, come avvenuto contro la Fiorentina nella serata illuminata dalla tripletta dell’argentino Mastantuono, non significa essere coraggiosi: si raccolgono figuracce.

Non poteva mancare, in questo resoconto, il Monza di Ivan Juric. La doppietta del “leccese” Lassana Coulibaly e il gol di Tiago Gabriel hanno consegnato i tre punti alla banda di Eusebio Di Francesco, altro illustre rappresentante del calcio zemaniano all’ennesima potenza. A forza di rompersi la testa e di incassare retrocessioni, pare che “Difra”, come fu ribattezzato nei suoi anni romanisti, sia però diventato più saggio e la scorsa stagione ha salvato il Lecce con tutti gli onori.

Gennaro Gattuso non appartiene ad alcun partito. Non è catalogabile come “risultatista” e neppure come “giochista”. Va per la sua strada, senza slogan di appartenenza, ma contro il Milan ha visto inabissarsi la Lazio, che aveva dominato la scesa e chiuso il primo tempo sul 2-0, senza intervenire di fronte alle mosse di Amorim. Era chiaro anche dalla luna che l’inserimento di Moreira stava demolendo la Lazio sul fianco destro. Gattuso si è svegliato solo a rimonta completata, quando ormai la frittata era pronta per essere servita in tavola.

L’uso delle parole “risultatisti” e “giochisti” non è casuale. Da tempo, il dibattito nel calcio si anima su queste due linee di pensiero. Un confronto tutto interno al calcio: pallacanestro, pallavolo e in genere in tutti gli sport di squadra non vivono una contrapposizione di questo genere. Nel basket, per dire, nessuno si sogna di attribuire pesi e importanze diverse alle due fasi: attacco e difesa pari sono. Stessa storia nel volley: sarebbe assurdo e soprattutto controproducente stabilire la superiorità di una fase sull’altra. Il calcio è invece vittima di questo equivoco. Passi per chi commenta, e spesso specula per inventarsi simbolo di un cosiddetto “partito” – si raccattano like sui social che garantiscono contratti televisivi importanti -, ma quando la vicenda esonda e travolge gli allenatori, non va bene.

In queste ore va di moda celebrare Massimiliano Alvini, tecnico del Frosinone, uno partito dall’oratorio, o giù di lì, fino a arrivare in Serie A. Il suo Frosinone è portatore di un calcio equilibrato, in cui c’è un’interessante fase offensiva con due esterni di qualità come l’algerino Ghedjemis e il georgiano Kvernadze, ma c’è anche la protezione saggia del fortino quando bisogna difendere. Non sappiamo se Alvini riuscirà nell’impresa di salvare il Frosinone, puntualmente retrocesso nelle sue tre avventure in Serie A, ma non sarà certo la mancanza di equilibrio il problema della squadra ciociara. Alvini non ha il curriculum delle belle gioie: Sigma, Quarrata, Tuttocuoio, Pistoiese, Albinoleffe, Reggiana, Perugia, Cremonese, Spezia, Cosenza e Frosinone nel suo percorso di coach, tra dolori e gioie. Ha coltivato a lungo il 3-4-1-2, per poi virare sul 4-3-3 e 4-2-3-1, proprio per dare maggiore stabilità alla sua squadra. Passo dopo passo, è diventato un allenatore che fa giocare bene, ma non si consegna all’avversario, nella consapevolezza che la prima vittima dell’autolesionismo è il tecnico. È così difficile seguire questa strada?

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