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Il 25 dicembre 2024 la petroliera Eagle S trascinò l’ancora nel Golfo di Finlandia, danneggiando un interconnettore elettrico e quattro cavi per le telecomunicazioni. La vicenda, arrivata davanti ai giudici di Helsinki, mostra quanto sia complesso attribuire le responsabilità. È uno dei casi raccontati da Elisabeth Braw in The Undersea War, volume presentato all’Associazione della Stampa Estera di Roma durante un incontro organizzato da Formiche e Airpress, con la moderazione di Flavia Giacobbe.
Conoscere per proteggere
Ad aprire i lavori è stato l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, capo di Stato maggiore della Marina militare, che ha richiamato il cambiamento delle condizioni di sicurezza dei fondali. Per lungo tempo la profondità del mare è stata considerata una protezione naturale, ma lo sviluppo tecnologico ha reso accessibili aree un tempo difficilmente raggiungibili, aumentando l’esposizione delle infrastrutture sottomarine. Da qui la necessità di rafforzare le capacità di sorveglianza. “Non possiamo proteggere quello che non conosciamo”, ha osservato, richiamando l’operazione Fondali sicuri, il coordinamento con la Nato e il ruolo del Polo nazionale della dimensione subacquea. Per Berutti Bergotto, “la cooperazione è la prima forma di deterrenza”, fondata sulla condivisione delle informazioni e su procedure comuni.
Tra sabotaggio e diritto del mare
Per oltre un secolo i fondali hanno garantito collegamenti affidabili proprio grazie alla loro relativa inaccessibilità. Una condizione ormai superata, come ha spiegato Elisabeth Braw, secondo cui “non possiamo più dare per scontato che i fondali marini siano sicuri”. Vi operano flotte sottomarine in espansione, sistemi autonomi e nuove attività estrattive. La competizione riguarda anche chi costruisce i cavi e autorizza il loro passaggio, fra rivalità sino-americane e controversie nel Mediterraneo orientale. Resta soprattutto la difficoltà di distinguere un incidente da un’azione deliberata, come dimostrato dalla vicenda della Eagle S, nella quale “le autorità finlandesi hanno dovuto decidere che cosa fare”, ha ricordato l’autrice.
Sul versante giuridico, Francesco Paolo Bello, managing partner di Deloitte Legal, ha richiamato proprio il caso Eagle S e i limiti della giurisdizione nelle zone economiche esclusive. Individuare la nave responsabile di un danneggiamento non basta a dimostrare un sabotaggio né a ottenere una condanna. Bello ha proposto un riconoscimento specifico delle infrastrutture sottomarine critiche, maggiori obblighi per gli Stati di bandiera e accordi che rafforzino la protezione nelle Zee. Tra autorità e operatori vanno inoltre chiariti compiti investigativi e costi delle riparazioni.
Le tecnologie e la filiera italiana
La tecnologia ha contribuito a rendere accessibili profondità prima considerate sicure, ma offre anche gli strumenti per proteggerle. È la prospettiva illustrata da Gabriele Maria Cafaro, executive vice president Underwater di Fincantieri, che ha sottolineato la necessità di sviluppare soluzioni interoperabili, integrando robotica, intelligenza artificiale e sensori, dalla manutenzione alla protezione. In questa direzione va anche l’acquisizione di Next Geosolutions, specializzata nelle ispezioni dei fondali, considerate essenziali per migliorarne la conoscenza.
Il monitoraggio dei cavi può diventare esso stesso uno strumento di sicurezza. Roberto Candela, amministratore delegato di Electrical and Optical Sensing Solutions di Prysmian, ha spiegato come variazioni di temperatura e altri segnali, un tempo destinati alla manutenzione, possano rivelare possibili intrusioni. Un guasto può essere localizzato in tempo reale con precisione di un metro, riducendo le riparazioni da mesi a poche settimane. Resta da stabilire come gestire e condividere la crescente quantità di dati raccolti.
Investimenti e capacità operative
Nelle conclusioni, il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago ha richiamato il vantaggio dell’Italia per posizione geografica e competenze industriali, insistendo sulla necessità di facilitare l’accesso ai capitali delle imprese più piccole. “Il nostro sistema Paese deve avere maggiore accesso ai capitali per poter crescere”, ha affermato, invitando anche i fondi di investimento a guardare con maggiore attenzione al comparto della difesa. Nei nuovi domini, ha sostenuto, “il meccanismo è invertito”, con un ruolo crescente dell’iniziativa privata in quella che ha definito una “partnership privato-pubblico”. Fra le prospettive indicate, sciami di droni per la sorveglianza continua delle infrastrutture e data center sottomarini raffreddati naturalmente dall’acqua. Un’evoluzione che, per il sottosegretario, richiederà di valorizzare la filiera nazionale e il contributo della Marina militare e del Polo nazionale della dimensione subacquea.

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