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Contenuto tratto dal numero di giugno 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
“Il patrimonio culturale non è soltanto un insieme di beni da conservare, ma un fattore dinamico di sviluppo”. Ne è convinto Gerardo Villanacci, che guida la fondazione Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali verso un futuro basato su formazione e costruzione delle competenze.
Dal 15 marzo alla guida della fondazione Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali, Gerardo Villanacci – già presidente del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici – assume la responsabilità di uno snodo cruciale per il futuro del sistema culturale italiano: la formazione e la costruzione delle competenze. Un incarico che si inserisce in un percorso istituzionale consolidato e in una fase segnata da investimenti senza precedenti e da profondi cambiamenti, nei quali la cultura si afferma sempre più come leva strategica di sviluppo, non solo sul piano identitario, ma anche su quello economico e sociale.
La fondazione che oggi presiede è spesso percepita come una struttura tecnica. In realtà, qual è la sua funzione strategica nel sistema Paese?
La fondazione svolge una funzione che definirei infrastrutturale, anche se immateriale. Non si limita a erogare formazione, ma contribuisce a costruire le condizioni perché il sistema culturale possa funzionare in modo efficace e duraturo. Questo significa sviluppare competenze avanzate, favorire l’integrazione tra saperi diversi e accompagnare le amministrazioni nella gestione della complessità. In un sistema che conta oltre quattromila istituti e luoghi della cultura statali e migliaia di realtà diffuse sul territorio, la qualità della competenza diventa il vero fattore abilitante, quello che consente di trasformare le politiche in risultati concreti.
Quali saranno, in concreto, le direttrici su cui intende orientare l’azione della fondazione nei prossimi anni?
Le direttrici sono tre. La prima riguarda il rafforzamento delle competenze tecniche e gestionali, indispensabili per tradurre gli indirizzi strategici in interventi concreti. La seconda è lo sviluppo di una cultura progettuale capace di adattarsi ai diversi contesti territoriali, evitando approcci standardizzati, mentre l’ultima è rappresentata dalla necessità di costruire reti di comunicazione tra istituzioni, professionisti e territori, posto che, oggi più che mai, nessuna amministrazione può operare in modo efficace in isolamento. In una fase in cui il Pnrr ha destinato alla cultura risorse per oltre 4 miliardi di euro, la capacità di progettare e gestire diventa decisiva anche per evitare dispersioni e inefficienze.
Nei suoi interventi lei insiste molto sul tema delle competenze. È ancora questo il vero punto critico del sistema culturale italiano?
Sì, ed è un tema spesso sottovalutato. Negli ultimi anni abbiamo registrato numeri molto significativi: i musei e i parchi archeologici statali hanno superato i 50 milioni di visitatori annui, con incassi in costante crescita. Tuttavia, questi risultati non possono essere dati per acquisiti. Senza competenze adeguate, il rischio è quello di non riuscire a trasformare questi flussi in valore stabile, sia culturale sia economico. In questo contesto solo la formazione può garantire il consolidamento di questa crescita, evitando che resti episodica o legata a fattori contingenti.
Il patrimonio culturale è sempre più al centro anche delle politiche economiche. Come cambia il suo ruolo?
Il patrimonio culturale non è soltanto un insieme di beni da conservare, ma un fattore dinamico di sviluppo. Secondo le più recenti analisi, il sistema culturale e creativo contribuisce in modo rilevante al Pil nazionale e attiva filiere economiche molto ampie, dal turismo ai servizi. Ad ogni modo, diventa imprescindibile evitare una lettura riduttiva: il valore del patrimonio non è solo economico, ma identitario, vale a dire ciò che definisce la nostra posizione nel mondo e che contribuisce a costruire coesione sociale e senso di appartenenza.
In questo scenario, che ruolo assume il tema dell’accessibilità?
L’accessibilità rappresenta un cambio di paradigma. Non si tratta più solo di consentire l’ingresso ai luoghi della cultura, ma di costruire le condizioni perché l’esperienza sia realmente significativa per tutti. Questo implica attenzione ai linguaggi, ai servizi, alle modalità di fruizione e non di meno al rapporto tra istituzioni e pubblico, dal momento che ampliare la partecipazione significa anche intercettare nuovi pubblici e rafforzare il legame tra patrimonio e società. In questa prospettiva, l’accessibilità diventa un indicatore della qualità complessiva del sistema culturale.
Il Pnrr ha aperto una stagione di investimenti importanti. Qual è il rischio principale che intravede?
Il rischio è quello di considerare le risorse come un punto di arrivo, mentre rappresentano soltanto un punto di partenza. Una solida capacità progettuale e una visione di lungo periodo sono condizioni indispensabili affinché gli investimenti mantengano la loro efficacia nel tempo. Occorre inoltre accompagnarli con competenze adeguate e con una maggiore integrazione tra i diversi livelli istituzionali, evitando così frammentazioni degli interventi e difficoltà nel garantire continuità.
In prospettiva, quale ruolo può assumere l’Italia nel contesto europeo della cultura?
L’Italia ha tutte le condizioni per svolgere un ruolo di leadership. Parliamo di un paese che concentra una quota straordinaria del patrimonio mondiale e che continua a essere tra le principali destinazioni culturali globali. Questo ci attribuisce una responsabilità particolare: trasformare questo patrimonio in un motore di innovazione, non solo di conservazione, ma anche di crescita sostenibile e di competitività internazionale.
Se dovesse sintetizzare in una priorità la sua visione, quale indicherebbe?
Investire sulle persone. Senza una nuova generazione di professionisti preparati, consapevoli e capaci di assumersi responsabilità, nessuna riforma potrà produrre risultati duraturi. È su questo terreno che si gioca la partita decisiva per il futuro del nostro patrimonio culturale e, più in generale, per la capacità del Paese di valorizzare una delle sue principali risorse strategiche.
L’articolo La formazione e la costruzione delle competenze sono gli elementi essenziali per il futuro del sistema culturale italiano è tratto da Forbes Italia.






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