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La Commissione europea, nel suo ultimo forecast, ha previsto che, nel prossimo biennio (2026/27), il deficit di bilancio della zona euro sarà pari al 3,3 ed 3,5% del Pil. Ancora peggio andrà per i restanti sette, che non hanno scelto l’euro come moneta di riferimento. In questo secondo caso, il deficit sarà pari quest’anno al 3,5% e al 3,6 il prossimo. Entrando più nel merito si scopre che ad essere fuori legge sarà la crème dell’Europa: con la Germania al 3,9%, nella media dei due anni; la Francia al 5,4, l’Austria al 4,1, il Belgio al 5,3. I rimanenti Paesi (Estonia, Slovacchia, Slovenia e Finlandia) abbondantemente sopra al 3,5%. Situazione analoga per gli altri fuori dall’euro. La Bulgaria avrà un deficit medio del 4,2; l’Ungheria del 6%; la Polonia del 6,4 e la Romania del 6%.
Dati che illustrano un vero e proprio rovesciamento di fronte: i frugali di una volta sono diventati spendaccioni. Le vecchie cicale, invece, hanno messo giudizio. Sarà certamente un caso: ma l’Italia, per antonomasia (tesi della sinistra) l’ultima ruota del carro, presenterà invece un deficit pari solo al 2,9%, che le consentirà di uscire – sempre che le previsioni poi si avverino – dall’ingiusta situazione di quest’anno. Condannata tra i trasgressori per minimo ammanco: poco più di 500 milioni di euro. Che hanno portato il deficit di bilancio 2025 al 3,1%. Decretando il pollice verso.
Di fronte a questi dati, se fossimo giuristi dovremmo prendere atto che, almeno per i prossimi due anni, la “costituzione materiale” della Ue è cambiata. Ben 13 Paesi su 27 non rispettino la regola di base (Trattato di Maastricht), l’Italia, a sua volta, resta in bilico: appesa ad una differenza di un paio di miliardi. Nell’ipotesi in cui “uno valesse uno”, secondo il principio caro una volta (oggi chissà?) ai 5 stelle, quasi la maggioranza degli Stati Ue, sarebbe passibile di sanzioni.
Ma noi che giuristi lo siamo poco, pensiamo invece ad un voto ponderato. Commisurato al valore del Pil 2025. Ed allora, considerando anche l’Italia, le conclusioni sarebbero che il 72% del capitale europee dei soci della zona euro, non rispetta il Patto di stabilità. Il 55% del capitale degli altri soci dei Paesi no euro. Ed ecco allora una prima verità. Il mercato, il motore vero che regola le sorti di qualsiasi sistema economico, se n’è infischiato di regole e codicilli. Ed ha fatto di testa sua. Primum vivere: di fronte ad una situazione internazionale che fa temere il peggio, meglio operare. Un po’ più di deficit, per ridurre lo shock derivante dall’andamento dei prezzi dell’energia oppure per organizzare la resistenza futura contro prevedibili aggressioni militari. Sorprende solo che la Commissione continui a negare quest’evidenza, prendendo tempo di fronte alle richieste del governo italiano, che propone di adeguare la costituzione formale a quella materiale. Convenendo sulla necessità di consentire un più ragionevole aggiustamento finanziario.
Un simile ritardo sarebbe giustificato di fronte ad una maggiore stabilità del contesto geopolitico, in cui tutti i Paesi sono chiamati ad operare. Ma ecco come la Commissione commenta i dati appena forniti: “Dato l’insolito grado di incertezza riguardo all’andamento futuro dei prezzi delle materie prime energetiche e la finestra temporale sempre più ristretta per una rapida normalizzazione delle condizioni di approvvigionamento,(…) In uno scenario meno favorevole, si ipotizza che i prezzi delle materie prime energetiche aumentino significativamente al di sopra delle curve future, raggiungendo il picco alla fine del 2026 prima di riallinearsi gradualmente con esse entro la fine del 2027. La crescita globale e la fiducia economica ne risentirebbero maggiormente, smorzando ulteriormente il rallentamento dell’inflazione previsto nello scenario di base e annullando la ripresa del Pil reale prevista per il 2027.” Insomma, se dovessimo scommettere, punteremmo contro .
Da qui una piccola morale. Il mondo, non solo l’Europa, né tanto meno sola l’Italia, sta vivendo una crisi che ricorda da vicino quella del 2022 (contrazione del tasso di crescita, inflazione al 9,3%, bilanci pubblici ancora sotto stress, dopo i contraccolpi del Covid). “Sebbene l’attuale shock differisca per molti aspetti da quella crisi energetica (…) si prevede che si propaghi nell’economia attraverso canali simili.” Ne sono consapevoli le forze politiche italiane? Oppure continuano a giocare, imperterriti, a rimpiattino. Il governo cerca di operare come meglio ritiene. Lo dimostra il grande attivismo sullo scacchiere internazionale, che si accompagna ad una tenuta sostanziale dei conti pubblici.
Non va bene? Ed allora si provveda. Si indichi una strada alternativa. Si dica dove reperire le risorse che mancano e come utilizzarle. Ciò che è diventato stucchevole è il lamento. Il denunciare le cose che non vanno: la sanità, i salari troppo bassi, e via dicendo). Ma poi non essere capaci di passare dalla semplice diagnosi alla cura necessaria. Ben sapendo che è qui che casca l’asino. Non è nemmeno questione di eccesso di ideologismo, anche se “la falsa coscienza è male endemico della sinistra”, ma di onestà intellettuale. Partire dai bisogni, infatti, per definizione illimitati, è la cosa più facile di questo mondo. Il difficile è individuare il modo più realistico ed efficace per soddisfarli almeno in parte.
Negli anni 70, nel periodo della cosiddetta “solidarietà nazionale” nel solco del “compromesso storico” voluto da Enrico Berlinguer, l’Italia conobbe il massimo dell’appiattimento sociale. Il meccanismo di scala mobile premiava i redditi minori e penalizzava quelli medio alti. Nel 1975, il deficit primario (al netto della spesa per gli interessi) raggiunge un valore pari al 7,4%, il più alto dell’intero decennio, grazie alle misure prese per potenziare il welfare. Misure che non bastarono a venire incontro alle aspettative che quel disegno politico aveva alimentato. E fu così che il Pci di allora (vero apprendista stregone), nel momento in cui si rese conto che quell’esperimento lo penalizzava sul piano elettorale, decise di porvi fine. Provocando la fine anticipata della legislatura. Speriamo che quel lontano avvenimento possa almeno servire da richiamo.

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