La crema solare protegge ma non annulla i rischi. Anche le parole di Salmo contengono una verità

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Ancora una volta ci ritroviamo nel consueto clima da caccia alle streghe. L’aggressività sui social cresce soprattutto quando si tratta di attaccare qualcuno che si espone su temi scientifici. In assenza di ideologie e religioni condivise, la scienza sembra essere diventata il luogo delle nuove verità sacre. Non ci si indigna con la stessa intensità di fronte alle tragedie, ma ci si mobilita immediatamente per difendere quella che, in un determinato momento, viene presentata come l’unica verità scientificamente ammissibile. La gente, però, non è scema. Dovremmo smettere di liquidare come “analfabeti funzionali” coloro che condividono una notizia imprecisa o incompleta. Quando un messaggio diventa virale, va preso sul serio: non necessariamente perché sia corretto in ogni sua parte, ma perché spesso intercetta esperienze, dubbi o contraddizioni che molte persone sentono sulla propria pelle. Il compito di chi desidera fare informazione in ambito scientifico dovrebbe essere comprendere quei dubbi e argomentare rispondendo nel merito, senza ridicolizzarle.

Non è certo la prima volta che un cosiddetto esperto afferma sciocchezze sui fattori di rischio epidemiologici. È accaduto persino a figure istituzionali durante la pandemia. Si potrebbe semplicemente discutere i dati, i limiti e le fonti di bias e di confondimento. Invece si preferisce spesso lanciare anatemi, alimentando contrapposizioni e banalizzando qualsiasi discorso complesso. Siamo in estate e l’ultimo fenomeno social, forse utile anche a distrarre dalle guerre reali, riguarda il sole. È vero: l’esposizione solare può rappresentare un fattore di rischio, ma il sole è anche una fonte di vita. Ancora una volta vediamo quanto sia difficile tenere insieme la complessità e farne conoscenza.

Studio da 30 anni i fattori di rischio dei tumori della pelle e ho pubblicato decine di meta-analisi sui rischi dati dagli UV e sui i benefici della vitamina D. Questo per dire che non basta uno studio per esplorare tutti gli aspetti che riguardano la variabilità dei rischi e le differenti evidenze scientifiche. Non capisco come mai l’epidemiologia sia una disciplina nella quale tutti si sentono esperti. Molti pensano che basti osservare una curva o una percentuale per interpretare correttamente i risultati di uno studio. In realtà, la lettura critica di un articolo è tutt’altro che banale. La pandemia avrebbe dovuto chiarirlo.

L’ultima diatriba è nata da uno studio osservazionale che, secondo alcune interpretazioni, sembrerebbe mostrare che l’uso frequente di protezioni solari sia associato a un aumento del rischio di melanoma e di altri tumori della pelle (Richie Jeremian et al., “Gene–Environment Analyses in a UK Biobank Skin Cancer Cohort Identifies Important SNPs in DNA Repair Genes That May Help Prognosticate Disease Risk”, Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, 2023). La correlazione osservata esiste, ma non dimostra affatto che le creme solari causino il cancro. Il fatto è che chi usa una protezione può sentirsi maggiormente al sicuro e, di conseguenza, esporsi più a lungo ai raggi ultravioletti. Inoltre, chi ha già ricevuto una diagnosi o sa di essere particolarmente a rischio tende comprensibilmente a proteggersi di più. Sono classici problemi di confondimento e causalità inversa studiati in epidemiologia.

In questo senso, anche le parole del rapper Salmo contengono una verità, sebbene incompleta. Dire che si è usata la crema e si è comunque sviluppato un tumore della pelle non dimostra che sia stata la crema a provocarlo. Ricorda però una cosa importante: la crema, da sola, non annulla il rischio, anzi, può essere pericolosa perché può dare un falso senso di sicurezza.

L’insieme delle evidenze scientifiche raccolte nel corso degli anni mostra in modo consistente come le scottature aumentino il rischio di melanoma. L’uso corretto delle creme solari può contribuire a ridurre i danni provocati dalle radiazioni UV, ma deve essere associato alle altre misure di protezione. Non basta spalmarsi una crema per potersi esporre senza limiti. Per ridurre davvero i rischi, specialmente in estati come queste e per chi ha la pelle più chiara, è fondamentale restare all’ombra, evitare le ore di maggiore irradiazione, indossare cappelli e indumenti protettivi. La vitamina D è importante ma non riduce i rischi di tumore della pelle e non è necessario esporsi a lungo al sole per integrarla.

Gli interessi di mercato, purtroppo, esercitano pressioni in direzioni diverse. Da una parte vi sono campagne pubblicitarie che incoraggiano la ricerca dell’abbronzatura, anche attraverso l’uso dei lettini solari. Dall’altra, la comunicazione commerciale può presentare la crema come una sorta di lasciapassare per esporsi al sole. Infine, le logiche economiche alle quali risponde una parte dell’informazione portano a enfatizzare le notizie per attirare attenzione e ottenere clic. Occorre quindi prestare attenzione: un simile clima rischia di ostacolare la libertà della ricerca e di compromettere la fiducia nella scienza stessa. Ma la fiducia non si ricostruisce trattando il pubblico come incapace di comprendere. Si ricostruisce riconoscendo ciò che vi è di vero nelle preoccupazioni diffuse, distinguendo con chiarezza una correlazione da una causa e spiegando i limiti delle misure preventive.

La prevenzione si basa sull’insieme delle prove scientifiche disponibili, non su interpretazioni sensazionalistiche di un singolo studio né su correlazioni vaghe, utilizzate per conquistare visibilità mediatica e alimentare aggressività e contrapposizioni. Allo stesso tempo, non può ridursi a uno slogan come “mettete la crema e siete protetti”: deve tradursi in comportamenti concreti e in una comunicazione onesta sui benefici e sui limiti di ogni strumento.

Ma è davvero necessario chiedere misure disciplinari o addirittura la radiazione di un medico perché sostiene tesi scientificamente infondate? Le affermazioni errate devono essere contestate argomentando con chiarezza, soprattutto quando possono produrre conseguenze sulla salute pubblica. Ma in ambito scientifico, e non solo, le crociate rischiano di alimentare paura e schieramenti, anziché favorire il confronto.

La pandemia avrebbe dovuto insegnarci anche questo. Abbiamo visto affermarsi un clima nel quale qualsiasi posizione si discostasse dal pensiero dominante rischiava di essere immediatamente liquidata come una fake news, indipendentemente dal grado di incertezza delle conoscenze disponibili. Troppo spesso si è finito per confondere la disinformazione con il legittimo dissenso scientifico. Quando chi pone domande, segnala incertezze o propone interpretazioni differenti viene aggredito e delegittimato, non si difende la scienza: si trasforma il consenso in dogma. E quando i ricercatori hanno paura di porre domande, discutere i dati o mettere in dubbio una tesi dominante, la scienza finisce per perdere autorevolezza e si alimenta la sfiducia nei confronti degli scienziati.

L'articolo La crema solare protegge ma non annulla i rischi. Anche le parole di Salmo contengono una verità proviene da Il Fatto Quotidiano.

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