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Si chiama “colonizzazione inversa” e sarebbe ora che venisse studiata negli atenei con l’urgenza di un aggiornamento geopolitico e storico non più procrastinabile. A leggere China Town di Sofia Cecinini (Compagnia editoriale Aliberti), e ancora di più il suo sottotitolo “come l’Occidente rischia di diventare una provincia della Cina”, c’è di che riaggiornare manuali di relazioni internazionali e calendari dei centri sociali sul tema del “neocolonialismo”. Difficile in effetti eguagliare il gigantismo espansionista e le capacità di sibillina persuasione cinese in termini di colonizzazione economica-finanziaria e culturale-politico non più solo verso il cosiddetto “terzo mondo”, ma soprattutto verso quell’Occidente che fino alla fine del secolo scorso vinceva il premio come colonizzatore brutto e cattivo per antonomasia. Scrive Cecinini, dopo una rapida e precisa cavalcata dell’allargamento mai troppo evidente della Cina in ogni angolo del globo (su cui torneremo a breve) grazie all’affermarsi in posizione leaderistica nella produzione e imposizione di merci, lavorazione ed estrazione (sporche) di materie prime: “questo immenso capitale geopolitico ed economico è il carburante che alimenta il progetto più ambizioso di Pechino, ovvero la strutturazione di un’alternativa all’ordine liberale a guida occidentale”.
Usando il grimaldello di una ramificazione capillare che non risparmia, anzi si gonfia come un ipertrofico boa, Africa, America Latina e Medio Oriente, “la Cina si è posta alla testa di un blocco che propone standard normativi, modelli di sviluppo e alleanza multilaterali del tutto indipendenti dai valori democratici”; insomma “non siamo più di fronte a un attore che cerca di farsi spazio in un sistema governato da altri, ma a una superpotenza che sta attivamente edificando un sistema parallelo, erodendo la capacità dell’Occidente di imporre le proprie regole su scala planetaria”. In pratica: game over. Con buona pace dei nostalgici atlantisti della guerra fredda, il multipolarismo prodotto con l’avvento dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) è una realtà talmente abnorme e mastodontica, probabilmente sfuggita di mano criminalmente a chi questa globalizzazione di merci, capitali e persone ne è stato il principale artefice con l’accelerata neoliberista anni ottanta, post “gloriosi trenta”, impossibile da frenare. Un’altra tesi di Cecinini, peraltro suggestiva ma non lontana dal vero, è che la Cina proprio sul finire del secolo “esportando merci a prezzi stracciati in tutto il mondo, ha permesso alle famiglie europee e americane di preservare il proprio potere d’acquisto reale, compensando la stagnazione dei salari medi che ha caratterizzato le economie occidentali negli ultimi trent’anni”. Ma torniamo ai dettagli, anche perché il detto è che “il diavolo” stia proprio in questi. Estraiamone un paio da China Town. L’Europa (e fino alla seconda presidenza Trump anche gli Usa) vuole l’economia green? Ebbene, il lavoro “sporco”, quello estrattivo e quello di trasformazione delle materie prime (terre rare, “dove la Cina ha un quasi monopolio”, vi suona meglio?), lo fanno i cinesi. Che fai, li vai a disturbare sul rispetto dei diritti umani o sul dittatoriale sistema a intramontabile partito unico (sono al quindicesimo “piano quinquennale”, ricorda l’autrice; ne sarebbe contento Lenin, aggiungiamo noi)? Figuriamoci, meglio avere le batterie al litio per non avere le centraline che sforano con le polveri sottili.
Altro dettaglio: la Cina si allarga in maniera sotterranea e perfino un po’ subdola. Nel Mare Cinese Meridionale, uno dei tre scenari spaziali (Taiwan e Artico, gli altri due) in cui il governo di Pechino si sta espandendo, tra controllo, militarizzazione e neo mercantilizzazione, non solo si annoverano “pescherecci civili militarizzati per respingere imbarcazioni dei Paesi rivali come Filippine e Vietnam”, ma vengono creati ad hoc pezzi di terreno gettando tutto il materiale possibile ai bordi di singole isole per aumentarne le dimensioni e addirittura “creandone alcune nuove”.
Se poi apriamo il capitolo “diplomazia dei porti”, c’è di che rimanere stupiti e inquieti. Sapevamo che la Cosco Shipping Corporation aveva banchettato nello strazio della svendita dei beni pubblici greci dovuta alla distruzione statale imposta dall’Europa acquistando il porto del Pireo ad Atene, ma “il controllo diretto di 48 porti europei” da parte del solito anomalo moloch cinese dell’impresa a capitale statale, pardon comunista, è un numero che fa capire dove la colonizzazione inversa sia giunta. E dove non li possiede, i porti li controlla a maggioranza dalle Canarie alla Turchia, passando per Londra, fino alla proprietà “di quasi la metà del porto di Vado Ligure in Italia”. Per non parlare della diffusione e del controllo portuale, quindi dello spostamento delle merci nel resto del mondo. Poi, ovvio, “dall’espansione quantitativa” si sta passando a una “selezione qualitativa” – spiega Cecinini – l’acquisizione di competenze in semiconduttori, IA, e tecnologie per le batterie sta diventando prioritaria rispetto al controllo fisico di un molo”. Fermo restando che averli tutti e due non guasta. Infine, se per ragioni di spazio non riusciamo ad aprire ulteriori righe d’analisi del saggio, vi indichiamo l’importante capitolo sull’espansione militare cinese, paese abituato a non aggredire con guerra territoriali espansive, come facevano i vecchi cattivi colonialisti occidentali, ma ad adottare il principio della “difesa attiva”, ovvero “essere pronto a usare la forza per difendere la propria sovranità”.
L'articolo La “colonizzazione inversa” della Cina sull’Occidente fa paura. Nel saggio China Town il gigantismo cinese che dopo il dominio di porti e terre rare diventa alternativa all’ordine liberale occidentale proviene da Il Fatto Quotidiano.





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