La Cia potrebbe aver negoziato con l’Svr le nuove regole del confronto con la Russia. Parla Teti

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La visita a sorpresa del direttore della Cia John Ratcliffe a Mosca apre interrogativi che vanno ben oltre il contenuto ufficialmente noto dei colloqui con il direttore dell’Svr Sergei Naryshkin. Dalla deterrenza nei confronti della Russia alla sicurezza dei Paesi baltici, dall’Ucraina all’Iran, fino alla possibilità che Washington e Mosca stiano cercando di stabilire nuove linee rosse nelle rispettive attività di intelligence. A Formiche.net, Antonio Teti analizza il significato strategico della missione e avanza un’ipotesi particolarmente delicata: sul tavolo potrebbe essere entrata anche la natura dell’assistenza intelligence fornita dagli Stati Uniti all’Ucraina e, soprattutto, i limiti entro i quali tale supporto può essere utilizzato per operazioni contro obiettivi situati in territorio russo.

Professor Teti, perché la visita del direttore della Cia John Ratcliffe a Mosca è così importante?

Perché quando il direttore della Cia vola personalmente nella capitale della principale potenza antagonista degli Stati Uniti difficilmente possiamo parlare di ordinaria amministrazione. Naturalmente dobbiamo distinguere ciò che sappiamo da ciò che possiamo ragionevolmente ipotizzare. Sappiamo che Ratcliffe si è recato a Mosca il 25 agosto e sappiamo, perché lo stesso Sergei Naryshkin lo ha confermato, che i due direttori si sono incontrati e hanno discusso questioni definite sensibili e rientranti nelle competenze dei rispettivi servizi, ma non conosciamo invece il contenuto integrale del colloquio e questo è fondamentale. Purtuttavia, la scelta dell’interlocutore ci fornisce una prima indicazione. Se Washington avesse voluto discutere esclusivamente di diplomazia, sanzioni, territori o normali relazioni bilaterali avrebbe avuto a disposizione altri canali. Il fatto che sia stato inviato il direttore della Cia suggerisce che almeno una parte rilevante della conversazione abbia riguardato intelligence, sicurezza nazionale, operazioni clandestine o gestione dell’escalation.

Naryshkin sostiene che incontri di questo genere facciano parte della normale attività dei servizi. Formalmente è vero: i servizi avversari mantengono spesso canali di comunicazione, ma un incontro personale a Mosca del direttore della Cia, nelle attuali condizioni geopolitiche, rimane un evento politicamente e strategicamente significativo.

Secondo alcune ricostruzioni Ratcliffe sarebbe andato soprattutto per avvertire Mosca di non “testare” la Nato. È questa la spiegazione principale?

È certamente una delle spiegazioni più accreditate emerse finora. CBS News, Wall Street Journal e altre fonti hanno riferito che Ratcliffe avrebbe comunicato alla parte russa un avvertimento rispetto a eventuali iniziative contro Paesi Nato, con particolare attenzione a Estonia, Lettonia e Lituania. Le valutazioni dell’intelligence americana contemplate dalla stampa riguarderebbero anche scenari limitati, quindi non necessariamente una grande offensiva militare: cyberattacchi, operazioni ibride o perfino incursioni circoscritte potrebbero essere utilizzati per verificare la reale determinazione dell’Alleanza. Bisogna però aggiungere immediatamente che Washington e Mosca non hanno confermato pubblicamente questa ricostruzione e lo stesso presidente Trump l’ha ridimensionata. Ed è proprio questa differenza tra il livello pubblico e quello intelligence a rendere la vicenda interessante. La mia impressione è che la questione Nato possa rappresentare soltanto una parte del colloquio.

Perché?

Perché per comunicare pubblicamente alla Russia che un attacco contro un alleato provocherebbe una risposta americana non serve necessariamente il direttore della Cia. È sufficiente una dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, del Segretario di Stato o del Segretario alla Difesa. Se invece si vuole dire alla leadership russa: “Sappiamo che state valutando determinate opzioni, conosciamo alcuni elementi della vostra pianificazione e vi consigliamo di non procedere”, allora la presenza del direttore della Cia acquista un significato completamente diverso. In altri termini, l’intelligence diventa essa stessa uno strumento di deterrenza, poiché attraverso di essa non si comunica soltanto una linea rossa, ma si comunica implicitamente all’avversario che quella linea rossa viene accompagnata da una capacità informativa in grado di osservare ciò che sta facendo.

È quello che accadde con William Burns nel 2021?

Il precedente è inevitabile. William Burns andò a Mosca nel novembre 2021 quando gli Stati Uniti disponevano di informazioni estremamente preoccupanti sulla concentrazione delle forze russe e sulle intenzioni del Cremlino nei confronti dell’Ucraina. Non riuscì a impedire l’invasione, naturalmente, ma quella missione dimostrò una cosa molto importante: il direttore della Cia può diventare un emissario strategico del presidente degli Stati Uniti. Oggi non dobbiamo commettere l’errore di sostenere che la storia si stia necessariamente ripetendo, poiché una tale considerazione assumerebbe la connotazione di una conclusione priva di basi. Purtuttavia l’analogia istituzionale esiste. Nel 2021 Washington possedeva informazioni estremamente sensibili e mandò Burns a Mosca. Nel 2026 emergono nuove valutazioni americane sulle intenzioni russe e Washington manda Ratcliffe. È una coincidenza che merita almeno di essere analizzata.

Quindi Ratcliffe potrebbe aver mostrato ai russi una parte delle informazioni possedute dalla Cia?

È possibile, ma siamo nel campo dell’analisi. Nelle operazioni di “strategic signaling” non è necessario consegnare all’avversario un dossier completo. Sarebbe evidentemente assurdo, perché si rischierebbe di compromettere fonti e metodi. È sufficiente far capire di conoscere qualcosa che l’interlocutore pensava fosse segreto, ovvero un dettaglio, una capacità, una sequenza temporale o una determinata intenzione. In questo modo il messaggio assume la seguente connotazione: “Sappiamo cosa state facendo”. È una delle forme più sofisticate di deterrenza intelligence perché introduce nell’avversario un secondo interrogativo: “Se gli americani conoscono questo particolare, che cos’altro conoscono?”. Ed è proprio questa incertezza che può produrre un effetto deterrente.

In questo quadro quanto conta l’Ucraina?

Moltissimo. Ritengo estremamente difficile immaginare un colloquio tra il direttore della Cia e il direttore dell’Svr nel quale l’Ucraina non rappresenti uno dei dossier principali. La guerra ha ormai assunto nella “dimensione intelligence” un valore enorme. Satelliti, SIGINT, HUMINT, cyber intelligence, targeting, droni, sistemi di early warning, analisi geospaziale, guerra elettronica e operazioni clandestine costituiscono una parte strutturale del conflitto, anche se esiste soprattutto un problema politico, ovvero stabilire quando l’assistenza fornita da uno Stato a un belligerante possa essere interpretata dall’avversario come una forma di partecipazione diretta al conflitto. È una linea estremamente delicata.

C’è un elemento particolare: prima della visita Washington ha chiesto a Kyiv di sospendere alcuni attacchi contro la Russia. Quanto è importante?

Lo considero uno degli elementi più interessanti dell’intera vicenda. Secondo fonti ucraine e americane citate dalla stampa, Washington ha informato Kyiv dell’arrivo di una delegazione americana e ha chiesto di sospendere temporaneamente attacchi contro Mosca, San Pietroburgo e alcune aree settentrionali durante la presenza di Ratcliffe. Kyiv avrebbe accettato la richiesta. Gli attacchi verso Mosca sono poi ripresi dopo la partenza del direttore della Cia. Non dobbiamo attribuire automaticamente a questo fatto significati che non sono dimostrati. La spiegazione immediata può essere semplicemente quella di garantire la sicurezza della delegazione americana, anche se dal punto di vista politico il fatto dimostra comunque qualcosa: Washington dispone di una capacità significativa di interlocuzione con Kyiv anche rispetto a decisioni operative particolarmente sensibili, e questo inevitabilmente può essere stato osservato con grande attenzione a Mosca.

Potrebbe essere stato discusso anche un meccanismo di de-escalation?

È una delle ipotesi che considero più plausibili. Quando due potenze nucleari sono coinvolte, direttamente o indirettamente, nello stesso teatro operativo, diventa indispensabile evitare errori di interpretazione. Una cosa è la deterrenza, un’altra è l’escalation involontaria. Cia e Svr possono essere contemporaneamente avversari e interlocutori. Se ciò può sembrare contraddittorio, storicamente non lo è. Durante la Guerra fredda esistevano canali attraverso i quali le due superpotenze potevano comunicare proprio perché continuavano a combattersi politicamente, militarmente e attraverso i rispettivi apparati di intelligence. In altri termini, il problema non è creare fiducia, poiché la Cia e lo Svr non devono fidarsi reciprocamente, ma devono comprendere quali comportamenti potrebbero provocare una reazione incontrollabile dell’altra parte. E questo approccio consente di attuare la “deconfliction”.

Potrebbero quindi essere state discusse delle vere e proprie “regole del gioco” tra Cia e Svr?

È precisamente uno degli scenari che prenderei in considerazione. Naturalmente non stiamo parlando di documenti formali sottoscritti dai due direttori, ma piuttosto di comprensione reciproca delle cosiddette “linee rosse” da controllare. Cyberattacchi contro infrastrutture strategiche, sabotaggi, operazioni clandestine, operazioni condotte attraverso proxy, supporto intelligence fornito a Stati terzi, tutte attività che possono essere tollerate all’interno della competizione tra servizi e altre che possono essere interpretate come un salto di qualità. Stabilire dove si trova quella soglia è essenziale, e per parlare di queste questioni il direttore della Cia e quello dell’Svr sono interlocutori molto più appropriati di due diplomatici.

C’è anche il dossier iraniano?

Secondo CBS News, Ratcliffe avrebbe affrontato anche la questione iraniana. Ed è perfettamente comprensibile. Uno degli errori che possiamo commettere nell’analisi geopolitica contemporanea è considerare Ucraina, Medio Oriente, Indo-Pacifico e competizione Nato-Russia come compartimenti separati. Non lo sono più, poiché l’intelligence, la fruizione di tecnologie innovative, gli armamenti, le informazioni satellitari, la cyber capability e le cooperazioni militari creano connessioni tra teatri geograficamente lontanissimi. Se Washington ritiene che determinate capacità russe possano rafforzare Teheran, il problema diventa immediatamente anche un problema di intelligence americano. Di conseguenza, non escluderei affatto che il colloquio sia stato multidossier: Ucraina, Nato, Iran e gestione complessiva del confronto intelligence Usa-Russia.

Trump ha definito la missione “semi-routine”, ma ha anche detto che “qualcosa potrebbe venirne fuori”. Come interpreta queste parole?

Le considero politicamente interessanti proprio per la loro ambiguità. Trump ha ridimensionato alcune interpretazioni circolate sulla missione, definendola sostanzialmente semi-routinaria. Contemporaneamente ha collegato le sue considerazioni alla volontà americana di mettere fine alla guerra in Ucraina e ha affermato che qualcosa potrebbe emergere dalla visita. Se un incontro è completamente routinario, normalmente non ci si aspetta che ne derivi qualcosa di particolarmente significativo. Non significa che esista necessariamente un accordo segreto. Significa però che eviterei di considerare il viaggio una semplice riunione tecnica tra due apparati. La tempistica, il livello degli interlocutori e il contesto internazionale suggeriscono prudenza prima di liquidarlo come ordinaria amministrazione.

Arriviamo allora alla questione più delicata. È possibile che Ratcliffe abbia “contrattato” con Naryshkin anche l’appoggio dell’intelligence americana a Kyiv?

È una domanda molto importante e dobbiamo essere estremamente precisi nella risposta. Non esiste al momento alcuna evidenza pubblica che consenta di affermare che Ratcliffe abbia negoziato con Mosca la cessazione o una riduzione strutturale del sostegno intelligence americano all’Ucraina. Ma esiste una domanda diversa, molto più interessante: è possibile che il livello, le modalità e soprattutto i limiti operativi dell’assistenza intelligence americana a Kyiv siano entrati nella conversazione? A mio giudizio sì. È un’ipotesi che considero assolutamente plausibile, ma cerco di spiegarmi meglio. Non immagino Ratcliffe dire a Naryshkin: “Gli Stati Uniti smetteranno di fornire intelligence all’Ucraina”. Tra l’altro Ratcliffe viene indicato come uno degli esponenti dell’amministrazione più favorevoli al mantenimento dell’assistenza intelligence a Kyiv, compreso il sostegno a operazioni ucraine a lungo raggio. Immagino invece una discussione molto più sofisticata. In altri termini, la vera questione potrebbe essere stata: fino a che punto l’intelligence americana può supportare determinate operazioni ucraine senza che Mosca interpreti quel supporto come partecipazione americana diretta ad attacchi contro la Federazione Russa? È una domanda completamente diversa.

Quindi non necessariamente “meno intelligence a Kyiv”, ma limiti al modo in cui quell’intelligence può essere utilizzata?

Esattamente. Questa, a mio avviso, è la distinzione fondamentale. Esiste una differenza strategica enorme tra fornire intelligence generale sulla situazione del campo di battaglia e contribuire direttamente alla costruzione di un targeting package contro un obiettivo estremamente sensibile situato nel territorio russo. Ed esistono molte gradazioni intermedie. Ogni livello di attività di intelligence produce implicazioni politiche differenti. È perfettamente possibile che Washington voglia continuare a sostenere Kyiv e contemporaneamente stabilire dei limiti per impedire che determinate operazioni provochino una risposta russa contro interessi americani o Nato. Ciò non significherebbe necessariamente un abbandono dell’Ucraina, ma piuttosto una gestione dell’escalation attraverso l’intelligence.

Ma Mosca cosa potrebbe offrire in cambio?

Ed è questa, probabilmente, la domanda ancora più interessante. Se ipotizziamo l’esistenza di una componente negoziale — e sottolineo nuovamente che stiamo formulando un’ipotesi analitica — allora dobbiamo necessariamente domandarci quale sarebbe la contropartita russa. Potrebbe riguardare, ad esempio, la rinuncia a determinate operazioni contro Paesi Nato, oppure potrebbe riguardare cyberattacchi e sabotaggi contro infrastrutture occidentali, o le modalità di cooperazione con l’Iran. Oppure potrebbe semplicemente consistere nella creazione di un meccanismo attraverso il quale Cia e Svr comunichino rapidamente quando una determinata operazione rischia di provocare un’escalation. La formula sarebbe quindi meno elementare di “noi riduciamo l’intelligence a Kyiv e voi fate una concessione”, ma potrebbe essere qualcosa di molto più sofisticato: Washington definisce alcuni limiti al proprio supporto operativo; Mosca definisce alcuni limiti alle proprie operazioni; entrambi mantengono un canale intelligence per impedire che quelle soglie vengano superate accidentalmente. Questa sarebbe una vera forma di intelligence diplomacy.

In questo caso Kyiv rischierebbe però di diventare oggetto, anziché soggetto, del negoziato?

È probabilmente l’aspetto politicamente più delicato. Il fatto che Washington abbia chiesto a Kyiv una sospensione temporanea di alcuni attacchi durante la permanenza di Ratcliffe non dimostra l’esistenza di un accordo più ampio con Mosca. Dimostra però concretamente che le esigenze del dialogo strategico americano-russo possono avere effetti sul comportamento operativo ucraino. Ed è qui che emerge il problema. Se Stati Uniti e Russia dovessero iniziare a discutere direttamente delle soglie dell’intelligence sharing, del targeting o degli attacchi in profondità, Kyiv avrebbe evidentemente interesse a conoscere con precisione quali limiti Washington sia eventualmente disposta ad accettare, perché l’intelligence americana non costituisce soltanto un elemento informativo, ma rappresenta un moltiplicatore della capacità militare ucraina. Qualunque modifica significativa delle modalità con cui essa viene fornita o utilizzata avrebbe inevitabilmente conseguenze sul campo.

Quindi qual è, alla fine, la sua interpretazione della missione?

Credo che dobbiamo evitare due estremi. Il primo è considerarla una semplice visita routinaria. Il secondo è immaginare automaticamente un grande accordo segreto Usa-Russia di cui non possediamo alcuna prova. Tra questi due estremi esiste però uno spazio analitico molto ampio. La mia interpretazione è che Ratcliffe possa essere andato a Mosca per svolgere contemporaneamente almeno tre funzioni. La prima: deterrenza, ovvero comunicare alla Russia che Washington osserva con estrema attenzione qualsiasi possibile tentativo di testare la Nato. La seconda: deconfliction, impedire che Ucraina, cyber operations, operazioni clandestine o altri dossier producano un’escalation incontrollata tra Stati Uniti e Russia. La terza: intelligence diplomacy, ovvero verificare se sia possibile stabilire informalmente nuove regole del confronto tra Cia e Svr. Ed è proprio all’interno di quest’ultimo livello che collocherei anche l’eventuale discussione sull’assistenza intelligence americana all’Ucraina. Non necessariamente per interromperla, ma probabilmente per definirne le soglie. La vera domanda, quindi, non è soltanto: che cosa ha chiesto Ratcliffe a Naryshkin? Bisogna porne una seconda: che cosa Washington potrebbe essere disposta a modificare nel proprio sostegno intelligence a Kyiv in cambio dell’accettazione, da parte russa, di determinate linee rosse? E infine ce n’è una terza, ancora più importante: che cosa sarebbe disposta a concedere Mosca in cambio? Se nei prossimi giorni emergeranno segnali di cambiamento nelle modalità degli attacchi ucraini in profondità, nell’intelligence sharing statunitense, nelle operazioni russe contro infrastrutture occidentali o nel comportamento di Mosca nei confronti della Nato, allora la visita di Ratcliffe dovrà essere riletta con molta attenzione. Perché a quel punto potremmo scoprire che il direttore della Cia non è andato a Mosca soltanto per consegnare un avvertimento. Potrebbe essere andato per negoziare, con il suo omologo russo, le nuove regole segrete del confronto tra Stati Uniti e Russia.

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