ARTICLE AD BOX
Per chi non abbia mai letto almeno una manciata di libri sulla storia recente della Bosnia-Erzegovina, entrare nei dettagli dei risultati elettorali del Paese balcanico andato ieri alle urne può dare la sensazione di inoltrarsi in un labirinto. Il suo sistema politico vanta infatti la poca edificante particolarità di essere uno dei più complessi al mondo, con un impianto istituzionale organizzato a più livelli e altamente parcellizzato – il Paese è composto da due entità, Republika Srpska a maggioranza serba e Federazione croato-musulmana (quest’ultima ulteriormente suddivisa in dieci cantoni, ognuno dei quali ha un proprio governo).
Nel dicembre del 1995, quando fu elaborato sotto l’egida della coalizione transatlantica e tradotto negli accordi di Dayton, quel sistema ebbe sì il merito di condurre le parti alla fine della guerra, mettendo una toppa più o meno resistente sugli strappi che separavano le posizioni dei tre leader in guerra (un musulmano, un croato, un serbo). Tuttavia, a causa delle ampie autonomie e poteri di veto che quell’accordo garantiva a ciascuno dei tre gruppi etnici, il Paese iniziava la stagione della sua ricostruzione con un sistema politico già logoro, cristallizzato nel segno del nazionalismo.
Le ultime elezioni hanno confermato il peso delle appartenenze etniche e per notarlo basta osservare i risultati della Presidenza tripartita, l’organo collegiale di cui fanno parte tre membri, uno per ognuno dei tre “popoli costitutivi”.
Per i croati ha vinto Darijana Filipović, candidata dell’Unione Democratica Croata (HDZ BiH), realtà politica che segue le orme dell’omonimo partito di centro-destra al potere in Croazia. Stessa logica per i serbi, dove ha trionfato l’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (SNSD) con Željka Cvijanović, delfina dell’ex leader Milorad Dodik. Condannato nel 2025 a un anno di carcere e a sei anni di interdizione dall’attività politica, il nome dell’ex presidente della Republika Srpska non era sulle schede (era però sui manifesti elettorali), ma per interposta persona continua in tranquillità a portare avanti le sue mire secessioniste e non perde occasione per ricordare quanto sia vicina la fine territoriale della Bosnia-Erzegovina per come la conosciamo. La corsa per il seggio bosgnacco della Presidenza è stata invece vinta dal candidato riformista e di orientamento laico sostenuto dall’opposizione Denis Bećirović, ma l’Azione democratica di Bakir Izetbegović, partito bosgnacco di stampo conservatore, si è confermata la prima forza nella Federazione nelle elezioni per il Parlamento statale.
Vecchi nazionalismi a parte, ieri qualcosa di nuovo è finalmente emerso. Per la prima volta, infatti, i circa 3,4 milioni di cittadini chiamati alle urne hanno votato con un sistema basato sull’identificazione biometrica, con tanto di scanner per le schede e trasmissione elettronica dei risultati. Un passo in avanti che aveva l’obiettivo di rendere tutto il processo più trasparente e ridurre il margine di irregolarità. Non è un passaggio da poco, soprattutto in un Paese dove le irregolarità elettorali e le contestazioni sulle procedure sono abbastanza frequenti.
Per anni, nelle liste della Bosnia-Erzegovina sono per esempio rimasti i nomi di persone ormai morte, a causa delle lunghe tempistiche nell’aggiornamento delle banche dati. La presenza di un defunto nel registro ha alimentato nel tempo dubbi sulla possibilità di manipolare il voto attraverso l’identità di persone scomparse, anche se lo stesso timore riguarda i vivi, che spesso si convincono ad andare a votare per evitare che il loro nome venga utilizzato in maniera illegittima.
Nelle scorse settimane, un video che spiegava ogni passaggio della nuova procedura è stato trasmesso in loop sui principali canali di informazione e, ad eccezione di ritardi e diversi problemi tecnici che non hanno sorpreso nessuno, si può al momento dire che il sistema abbia funzionato nel suo obiettivo generale.
Ma questo salto tecnologico potrà migliorare la trasparenza solo fino a un certo punto. Pod Lupom, una delle principali organizzazioni che monitora le elezioni, ha fatto per esempio notare come impronte digitali e scanner possano rendere più difficile il voto multiplo o l’uso di identità diverse, ma non possono davvero impedire compravendita del voto o promesse di posti di lavoro in cambio della preferenza. Tutti fenomeni che in Bosnia-Erzegovina hanno radici profonde, e coinvolgono un contesto molto più vasto di quello circoscritto alla singola cabina elettorale.
“Molte imprese pubbliche sono controllate più o meno direttamente dai diversi livelli di governo e le loro dirigenze hanno spesso legami con i partiti politici. Gli operai di quelle compagnie sanno che se non vogliono rischiare di perdere il lavoro devono votare per quello specifico partito, è anche nel loro interesse che resti al potere – spiega Alma (nome di fantasia) – In alcuni casi ai lavoratori viene fatta pressione e si richiede loro che mostrino la foto della scheda elettorale come prova. Tutti questi problemi continueranno a persistere, con o senza sistema di identificazione biometrico”.
Eppure, tra chi teme che il proprio voto possa essere manipolato e chi considera ormai inutile recarsi alle urne, c’è anche chi ha scelto di trasformare la frustrazione in una provocazione. A Sarajevo, un attivista di 26 anni, Sead Pasić, ha dato vita a un candidato satirico chiamato Mehmed Golubović, rappresentato da un piccione. In quanto animale, Golubović, per definizione, non può rientrare in nessuno dei tre “popoli costitutivi” ed è libero di attraversare confini e appartenenze senza curarsene troppo. E negli ultimi mesi, passeggiando per le strade della capitale, era facile incrociare poster elettorali inusuali, appesi un po’ ovunque, che ritraevano lo sguardo carismatico di un misterioso piccione.
La presenza di Golubović è molto forte soprattutto sui social, dove attraverso contenuti taglienti e ironici condivide proposte elettorali inverosimili, per prendere in giro le mancate promesse dei leader politici e sottolineare il controsenso della retorica nazionalista.
“Golubović ovviamente non può essere un candidato ufficiale. Per votarlo, almeno simbolicamente, bisognava annullare la propria scheda e c’erano tre modi per farlo: scrivendo il suo nome sulla scheda elettorale, selezionando due o più candidati, o lasciando la scheda vuota – sottolinea Sead -. Avrei voluto che si arrivasse almeno al 10% di schede nulle, sarebbe stata una percentuale record e avrebbe rappresentato un forte shock per i nostri politici, perché avrebbe dimostrato che c’è una grande base di elettori che sta chiaramente comunicando che è stanca del sistema e che non c’è via d’uscita”.
Nelle elezioni per la Presidenza, la percentuale di schede nulle è stata del 4,39%, mentre a livello parlamentare il dato è risultato decisamente più alto: 8,69% per l’Assemblea parlamentare della Bosnia-Erzegovina, 8,48% per il Parlamento della Bosnia-Erzegovina e 9,18% per l’Assemblea nazionale della Republika Srpska.
“L’obiettivo era dimostrare quante persone fossero pronte a lanciare un messaggio: qualcosa in questo sistema deve cambiare. E quel messaggio è arrivato. Tuttavia – si legge nella pagina Instagram di Golubović – la sconfitta più grande di queste elezioni è stata l’affluenza alle urne, disastrosamente bassa (42%). Quando meno della metà dei cittadini si reca alle urne, è evidente che il problema non riguarda solo i politici e il sistema; il problema è anche che un numero enorme di persone ha perso la fiducia nella possibilità che il proprio voto possa cambiare qualcosa”.
L'articolo La Bosnia intrappolata nel labirinto dei nazionalismi. Ai seggi introdotta l’identificazione biometrica proviene da Il Fatto Quotidiano.





English (US) ·