L’insopportabile farsaccia di “Prime Time” a Venezia 83: un esasperante Robert Pattinson nei panni del giornalista americano che smascherava i predatori di minorenni in tv

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Ci sono due cose insopportabili nel cinema statunitense “indie” contemporaneo. La prima è la recitazione continuamente sopra le righe di Robert Pattinson, oramai abbonato a questi esasperati ruoli da fesso (The drama, Mickey 17). La seconda sono le farsacce slabbrate, più moralistiche dei moralisti criticati, sul costume sociale americano. Nel caso di “Prime time” – Concorso tiratissimo e regalato a Venezia 83 – si tratta dell’ambito televisivo. Ed è come se Peter Weir, con quel monumento del Truman show, sul mezzo tv non ci avesse insegnato nulla. Prime time è la fascia serale di maggiore ascolto della NBC che si conquista Chris Hansen (lo sbraitante sfatto Pattinson, appunto, con le mèches anche se il vero Hansen è biondo) con il programma di culto “To catch a predator”. Un po’ come se in Italia facessimo un film su Le Iene di Italia1.

Il programma di Hansen andato in onda con un successo sempre crescente di pubblico dal 2004 al 2007 fu un arrembante reality dove, grazie a decine di telecamere nascoste, venivano catturati i momenti in cui alcuni uomini adulti si recavano in un appartamento adibito a trappola per avere rapporti sessuali con un minorenne dopo averlo adescato nelle chat online. Così mentre la finta esca adulta/ragazzina usciva di scena con il predatore sereno seduto in cucina, ecco prima sbucare Hansen a fargli la morale, poi la polizia ad arrestarlo.

Anche se nel film, come nella realtà, il giochino, e il successo, si è fermato di fronte al vice procuratore distrettuale di una contea del Texas accusato di aver predato un 13enne, che si è suicidato sotto le telecamere della NBC e del tiro di invasati sceriffi della zona. Lance Oppenheim, autore fino ad oggi di due documentari tra cui Spermworld, raccoglie il progetto prodotto da A24 e si incunea nella storia di Hansen, nella sua frenetica voglia di successo e nel suo tamburellante assalto al predatore di turno. Se di per sé la troupe e il team del programma lavorano al limite della legge, in “Prime time” la questione non viene nemmeno sfiorata perché da un lato si punta a giocherellare e ad alterare formati (lo split della cabina di regia, sic), cromatismi e illuminazione pastosa da video dei primi anni duemila; dall’altro si introduce una flebile pista narrativa complementare (immaginate se Prime time fosse stato tutto su Hansen, una roba da spararsi) ma ex novo, ovvero quella di Daniel Plumb (Skyler Gisondo) un trentenne che pare un ragazzino, utilizzato in sostituzione all’ultimo istante come esca per i predatori, attorucolo che tenta di sfondare nella recitazione attendendo la tanto agognata tessere del sindacato attori.

Così se sugli schermi tv nei rulli dei tg scorrono le metaforiche immagini del tiranno Saddam Hussein imputato nel processo farsa dove verrà condannato a morte – con condanna eseguita e trasmessa in tv -, il senso dissacratorio della rappresentazione sul tema tv sensazionalistica ricorda una delle più ombelicali e provinciali puntate dei Simpsons. L’acceleratore della deformazione farsesca è sempre spinto oltre il limite dell’umana sopportazione, con Pattinson/Hansen che pare morso da una tarantola in mezzo ad un mondo di collaboratori freak, insonni e senza scrupoli. Solo che Pattinson non ha un’oncia di carisma per ruoli così bizzarri e maniacali, mentre Oppenheim pensa a sfibrare, sforbiciare, dilatare maldestramente il racconto, più che a costruire una solida struttura sulla quale far scivolare uno sguardo sardonico. C’è poco da fare: Prime time è un filmetto, dal quale si ha voglia di staccare dopo tre quarti d’ora.

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