L’incubo della Russia adesso è il carburante. Ecco perché

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Forse una cosa del genere in Russia non la si era mai vista. Non negli ultimi trent’anni almeno, da quando cioè il castello del comunismo era crollato su sé stesso. Una settimana fa questo giornale aveva raccontato il paradosso di un Paese che è il terzo produttore mondiale di petrolio, costretto a lasciare a secco decine di migliaia di automobilisti, proprio per l’assenza di carburante nelle cisterne delle pompe. Tutto, un po’, surreale visto e considerato l’ammontare delle riserve di greggio sotto il suolo dell’ex Urss. E così, la Russia già barcollante di suo, assiste a litigi ai distributori di benzina, file interminabili, auto che si rompono.

Le conseguenze, anche, degli attacchi ucraini alle raffinerie, ai magazzini, ai centri logistici russi. Dalla Siberia a Mosca, dalla Crimea a San Pietroburgo: ovunque è crisi di carburante. Una situazione eccezionale provocata dai droni di Kyiv che anche a centinaia di chilometri di distanza riescono a penetrare le difese nemiche generando disagi non solo all’esercito russo, ma anche ai civili. Adesso il paradosso del paradosso.

Poche ore fa il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che la Russia sta trattando con vari Paesi, che non ha voluto citare, per importare carburante. Sì, importare. È una cosa grossa. Il fatto che Mosca cerchi di comprare carburante dall’estero, e lo dica pubblicamente, è un segnale di quanto stanno facendo male gli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere russe, e che le loro conseguenze sono ormai impossibili da ignorare per il regime. Non è finita. Anche lo stesso Vladimir Putin aveva espresso, giorni fa, parole dal vago sapore di resa.

Il 27 giugno il presidente russo ha ammesso le difficoltà che sta affrontando il Paese. “Siete ben consapevoli che le difficoltà per gli automobilisti e per le imprese persistono”. Dati alla mano, aveva ragione. Al momento, le riserva di benzina in Russia ammontano a circa 1,7 milioni di tonnellate. Perciò si sta valutando l’opzione “di bloccare l’esportazione di gasolio”.

L’emergenza sta colpendo con maggiore efficacia la regione ucraina della Crimea, sempre più isolata dopo l’occupazione russa. Sergey Vakulenko, ex dirigente della società petrolifera russa Gazprom Neft e ora analista, ha detto al Wall Street Journal quello che in pochi, in Russia, vorrebbero sentire. E cioè che i recenti attacchi hanno compromesso il 28% della capacità russa di raffinare petrolio, causando problemi soprattutto alle forniture di benzina e in misura minore di gasolio. Praticamente, un terzo della raffinazione russa non esiste più.

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