L’impatto dell’AI sulla produttività aziendale al Factorial Summit 2026

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L’intelligenza artificiale ha aumentato le aspettative di performance ma il carico di lavoro è rimasto lo stesso. Venerdì 9 ottobre al Talent Garden di Milano si è svolto Factorial Summit, un’occasione per confrontarsi sulle opportunità dell’intelligenza artificiale, senza dimenticare il suo impatto sul lavoro e le aziende. Dove si trova, quindi, il vero valore? E cosa devono cambiare le organizzazioni per trasformare l’AI da semplice strumento di produttività a leva strategica capace di ridisegnare il lavoro?

Fondata nel 2016 a Barcellona, Factorial è un’azienda che si occupa della digitalizzazione e automazione dei processi aziendali. Al momento si sta riposizionando sul mercato: da piattaforma di gestione aziendale, con un focus storico sull’HR, sta diventando anche AI per aziende, capace di connettere persone, processi e dati per liberare il potenziale delle organizzazioni.

Queste sono solo alcune delle domande alle quali hanno cercato di rispondere leader e manager di alto livello. L’azienda ha condotto una ricerca sul funzionamento delle imprese europee nell’area dell’AI, Factorial Business Facts Index 2026, che ha messo in risalto i costi della disconnessione tra persone, risorse, strumenti e processi. La ricerca, condotta su un campione di 3.760 business leader e decision maker di aziende europee (con almeno 50 dipendenti), ha analizzato l’impatto reale dell’AI nell’efficientamento dei processi aziendali.

“L’AI può rendere più veloci molte attività individuali, ma la produttività è un risultato organizzativo, non individuale. Se l’AI resta uno strumento in più, scollegato dai sistemi, dai dati e dai processi in cui il lavoro avviene davvero, non semplifica la vita alle aziende: alza le aspettative senza ridurre il lavoro”, ha dichiarato Nicola Laganà, vicepresidente Marketing di Factorial nel suo intervento “Le persone che usano le AI sono produttive. Le aziende non ancora”.

In Italia il 64,5% dei decision maker dichiara che l’AI ha aumentato le aspettative di performance e di output sui propri team. Allo stesso tempo, il 56,5% dei manager afferma che il carico di lavoro, proprio e dei team, è rimasto invariato o è aumentato dopo l’introduzione degli strumenti di AI; solo il 34,2% osserva una riduzione. L’AI quindi aumenta il potenziale produttivo, ma può accompagnarsi a una maggiore pressione sulla performance.

“La sfida non è avere più AI, ma integrarla nel modo in cui le aziende lavorano. E, come azienda nata in Europa, conosciamo da vicino la realtà delle imprese europee. Per questo crediamo che non basti un’AI che conosca il mondo, ma che conosca anche la tua azienda”, ha sottolineato Laganà. Poi è stata la volta di Marcel Queralt, chief partnership officer di Factorial con l’intervento “The company that talks back: building an organization where people and agents work side by side”: “Come Factorial ci impegniamo costantemente nello sviluppo di soluzioni capaci di integrarsi con l’ecosistema Microsoft e di rispondere agli standard richiesti dal programma”, ha commentato.

Il problema non è la tecnologia, ma la frammentazione

La frammentazione degli strumenti è uno dei principali problemi. In Italia il 44,3% delle aziende paga almeno due software che svolgono sostanzialmente la stessa funzione, mentre il 63,8% dei manager sostiene che il continuo passaggio tra applicazioni penalizza il lavoro strategico. Cercare informazioni custodite da un altro dipartimento, riconciliare dati discordanti, ripetere attività già svolte altrove: che si tratti di chiudere il mese per la funzione finanziaria, gestire gli acquisti e i dispositivi IT o pianificare i turni del personale, la disconnessione ha un costo economico misurabile. Per un’azienda italiana di 1.000 dipendenti Factorial stima in 343.731 euro l’anno il costo del tempo perso dai manager, mentre in un’organizzazione da 250 dipendenti la perdita raggiunge 85.933 euro l’anno. Non sorprende che il 76,7% dei leader italiani ritenga che la propria azienda funzionerebbe meglio con meno strumenti software, più centralizzati.

La sfida è integrare l’AI, non aggiungerne altra

L’adozione dell’AI non coincide ancora con la sua integrazione nei processi. A livello europeo solo il 9,5% delle aziende dichiara che l’AI è pienamente integrata nella maggior parte dei processi, e solo il 18,5% dei leader afferma che almeno 6 dipendenti su 10 usano le capacità AI dei software aziendali per pianificare, analizzare dati, costruire report o decidere. Quando si chiede cosa aumenterebbe di più la fiducia negli agenti AI, al primo posto c’è l’integrazione nei software già in uso e ritenuti affidabili (23%), seguita dalla supervisione umana sulle decisioni importanti (22,3%). Questo è uno dei principi di One, l’AI di Factorial: questo collega virtuale lavora già all’interno dei software in uso dall’azienda e chiede autorizzazione prima di agire, registrando ogni azione e mostrando ai dipendenti solo i dati a cui hanno già accesso.

Dall’adozione individuale alla produttività organizzativa

Per Factorial, è proprio nel passaggio dall’adozione individuale all’integrazione organizzativa che si gioca la prossima fase dell’AI nelle imprese. L’obiettivo non è aggiungere nuovi strumenti, ma connettere persone, dati e processi, riducendo le attività ripetitive e la frammentazione e restituendo tempo alle attività in cui il contributo umano genera maggiore valore. Ed è proprio questo il ruolo di Factorial: un AI per le aziende che conosce, connette e valorizza il potenziale di ogni impresa, dalle risorse umane all’amministrazione e alle operations. Grazie a One, Factorial porta questa visione nel lavoro di tutti i giorni: un agente che conosce l’azienda e che non si limita a rispondere, ma porta a termine il lavoro.

Trust economy

Nell’intervento “Costruire partnership per accompagnare l’innovazione nelle aziende”, Paolo D’Andrea, director Small & Medium Business di Tim, ha esplorato le grandi discontinuità e i relativi impatti sul mercato. Tra le discontinuità, ha citato l’esplosione dell’intelligenza artificiale, il complesso contesto geopolitico e l’esposizione online delle pmi. Queste ultime infatti, si espongono sulla rete nello stesso modo delle grandi aziende, ma non hanno gli strumenti che le big dispongono: una piccola e media impresa su quattro ha subito attacchi informatici.

Parlando di trust economy e di come debba essere valorizzata, ha raccontato come Tim nel tempo abbia costruito un’infrastruttura della fiducia con la connettività, ma anche con il cloud (Tim ha 17 data center in Italia) e il cyber.

Quando gli utenti sono pronti a integrare l’AI, ma le organizzazioni no

Annamaria Bottero, global partner lead di Microsoft, nel suo intervento “Human&Agents – I dati sul lavoro che cambia e la piattaforma che lo rende possibile” ha posto l’attenzione su quali capacità di delega manageriale sono necessarie e quali capability nuove dobbiamo introdurre nell’era dell’Agentic AI. Presentando il 2026 work trend index, ha raccontato come gli agenti AI siano sotto il controllo umano e come dobbiamo ripensare in questo senso l’organizzazione del mondo del lavoro. Microsoft presenta 160mila agenti.

In Italia il 10% di utenti AI sono Frontier Professionals, ovvero persone che utilizzano l’intelligenza artificiale in modo massivo: questo sottolinea come “workers are ready, organizations are not”. È necessario quindi sviluppare una cultura dell’innovazione. La domanda reale non sarà quindi se le persone hanno le giuste competenze, ma se le organizzazioni sono costruite per sbloccarle.

La neuroleadership nell’era dell’AI

Martina Migliore, head of Business Learning and Culture a Serenis, ha raccontato nel suo intervento “L’algoritmo dell’amigdala: come l’AI sta cambiando i bias decisionali e la neuroleadership” come esista un paradosso del software. Quest’ultimo infatti è algoritmico e si aggiorna continuamente, mentre l’hardware corrispondente è vecchio e fa fatica ad aggiornarsi. La minaccia dell’AI è dell’identità.

La storia di successo di Forno Brisa

Clementina Verrocchio, HR manager di Forno Brisa si è raccontata a Roberta Masala di Factorial in un dialogo della success story di Breaders “Da 15 a 330 collaboratori: la storia di Breaders con Factorial”. In dieci anni infatti l’azienda è passata da una piccola realtà artigianale di 15 persone a una vera compagnia multibrand: oggi conta cinque marchi, 28 punti vendita e oltre 330 collaboratori tra Bologna, Milano, Pescara, Udine e Senigallia.

A seguire, ci sono stati i workshop “AI &Human Friction: la biologia che frena l’algoritmo” di Martina Migliore; “Come usare l’AI nella gestione delle persone rispettando GDPR e AI Act” del consulente del lavoro Barbara Garbelli; “Dispositivi, costi, software e persone: l’AI che connette HR, Finance e IT” di Giorgia Morettin.

L’articolo L’impatto dell’AI sulla produttività aziendale al Factorial Summit 2026 è tratto da Forbes Italia.

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