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Al Meeting il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 si è presentato con il lessico della dottrina sociale. L’incontro “Sviluppo integrale. La sinergia possibile tra Italia e Europa”, promosso con Avsi e moderato da Stefano Manservisi, già direttore generale della Commissione, oggi a Sciences Po, ha messo allo stesso tavolo Arnold Jacques de Dixmude, capo unità f.f. per i partenariati strategici con l’Africa e con i Paesi ACP presso la DG INTPA della Commissione europea, e due europarlamentari di schieramenti opposti come Carlo Fidanza e Giorgio Gori, insieme a una voce dal campo, John Makoha di Avsi Uganda. Al centro della discussione, i circa 200 miliardi che la proposta della Commissione destina allo strumento Global Europe, oggi al centro del negoziato tra Consiglio e Parlamento. E nella fase che deciderà quante risorse e quali vincoli l’Europa metterà sull’Africa, l’Italia si presenta con una grammatica forte degli appelli lanciati da papa Leone XIV nel corso della sua visita, pur sempre aggrappata al pensiero cattolico che riporta al magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: sviluppo integrale, diritto a non emigrare, libertà religiosa, cooperazione internazionale.
L’incontro promosso da Avsi al Meeting di Rimini
“Sviluppo integrale è una parola che non viene usata molto oggi, quando si parla di cooperazione. È più facile sentire parlare di competitività, di accesso alle materie prime, di riformulazione del supply chain”, ha avvertito subito Manservisi. Eppure proprio quella parola, ha aggiunto, “è un biglietto da visita che può differenziare l’Europa” dal modello cinese, turco o russo. De Dixmude ha così raccontato il cambio di paradigma della Commissione. “Ad ogni incontro internazionale l’Europa si vantava di essere l’investitore principale e il donatore principale”, ma “ci siamo resi conto che non è sufficiente, perché non contribuisce a raggiungere l’impatto sperato”, molti Paesi “arrancano ancora e fanno fatica a crescere”. Di qui il Global Gateway e una cooperazione che “non è più denaro a fondo perduto”, bensì prestiti e garanzie per mobilitare capitale privato, con il passaggio “da una dipendenza eccessiva a uno stato di interdipendenza”. Sull’Italia: “Siamo felicissimi che sia uno degli Stati più proattivi nella ricerca di sinergie con la Commissione”.
L’intervento di Fidanza (FdI)
Fidanza ha colto l’occasione del palco di Rimini per rilanciare alcuni dei termini più importanti del suo impegno a Bruxelles, avvertendo chi, a due anni dal ritorno della parola competitività nel lessico comunitario, se ne dice già stanco. “Abbiamo vissuto degli anni in cui era un sacrilegio parlare di competitività, perché si parlava soltanto di sostenibilità ambientale in termini ideologici e non pragmatici”, ha ricordato, mentre il conto lo si paga oggi sulle materie prime critiche, “di cui noi non abbiamo disponibilità né controllo né gestione né tantomeno proprietà”. Da lì il giudizio sul Global Gateway, nato dopo il quadro finanziario in corso e innestato su risorse già impegnate. Per Fidanza è un tentativo tardivo di rispondere alla Via della Seta cinese in un continente che l’Europa “ha colpevolmente abbandonato, lasciando campo libero alla penetrazione economica cinese, alla penetrazione politica e militare russa, alla penetrazione turca”. Il rischio, ora, è che nel nuovo quadro finanziario dell’Ue diventi “una sorta di imbellettamento delle vecchie politiche di cooperazione”.
Quali condizioni per la quota di Global Europe per l’Africa
Sulla condizionalità ha poi spinto il ragionamento un passo in avanti. Se dei 200 miliardi, stimati da Fidanza per l’attuale proposta della Commissione, la quota destinata all’Africa subsahariana supera i cento, per l’europarlamentare non si può continuare a distribuirla ignorando la violazione sistematica della libertà religiosa. “Di tutti i diritti umani che vogliamo tutelare, i diritti dell’ambiente, i diritti di ogni minoranza, nuovi diritti che nascono più o meno veri che essi siano, non tuteliamo la libertà di un essere umano di scegliere in quale Dio credere, se vuole credere”. Quando si danno soldi a un governo africano, ha chiesto, “vogliamo che quel governo si impegni affinché le comunità religiose, principalmente cristiane ma non soltanto, vengano tutelate”. L’altro pilastro è il diritto a non emigrare, “un principio sancito da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI che per me è una stella polare”, con a sostegno le risorse di Global Europe vincolate alle cause profonde delle migrazioni e il nuovo regime di preferenze tariffarie, che lega l’accesso commerciale all’impegno dei Paesi terzi sui rimpatri.
Il Piano Mattei mette d’accordo la politica?
Il Piano Mattei, con diciotto Paesi aderenti dopo l’allargamento di marzo, è presentato come un metodo da esportare dentro il Global Gateway, caratterizzato da partnership al posto dell’assistenzialismo e con la garanzia di Paesi africani già coinvolti nella progettazione. “L’Italia ha riportato l’Europa e l’Occidente in Africa”, ha rivendicato Fidanza, e “abbiamo fatto scuola”, visto l’annuncio francese di un ingente stanziamento per il continente. Gori ha condiviso l’impianto spostando l’accento. “Lo sviluppo che l’Unione Europea si propone di sostenere non può essere fatto solo di dighe, di infrastrutture, di ferrovie, di acquedotti”, ha detto, perché “l’investimento più produttivo è quello che si fa sulle persone”. Il punto, per l’eurodeputato del Pd, è se le organizzazioni della società civile “sono viste semplicemente come strumento da agganciare all’ultimo miglio o se invece sono chiamate al tavolo nella fase in cui gli interventi vengono progettati”. Anche sul Piano Mattei il giudizio resta aperto: dopo “un avvio un po’ faticoso”, in cui sembrava “più una bandierina sventolata”, il programma “ha ingranato”.
“Le buone idee non devono portare gli errori del passato”
Dal campo, Makoha ha portato l’obiezione più ruvida. In Uganda, ha ricordato, “più del 40% dei servizi sociali erano forniti grazie al supporto europeo”, e il nuovo approccio va guardato con realismo: “Le buone idee non devono portare con sé gli errori del passato”. La domanda che ha rivolto al tavolo è secca: le organizzazioni della società civile “le consideriamo un partner strategico oppure solamente uno strumento per portare avanti dei progetti?”. E se questi strumenti “vertono solamente sulle infrastrutture rischiamo di perdere di vista tutto il resto”. Il passaggio politicamente più significativo è arrivato tra giochi e battute. Per Gori il Piano Mattei non va considerato “un’iniziativa di parte”: “Ci saranno le elezioni tra qualche mese, io ho auspici diversi da quelli del mio amico Fidanza, ma penso che chiunque vinca sia impegnato a far sì che quella cosa lì vada avanti”. “Giorgio, mi hai fregato”, ha replicato Fidanza, “ti avrei fatto io l’appello a non disperdere questo patrimonio”: “il Piano Mattei è un progetto di protagonismo e di centralità per l’Italia che non deve essere sprecato”.

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