L’amore eterno che sfida la morte

1 hour_ago 1
ARTICLE AD BOX

Da un racconto apocrifo di Luc Dorsan. Mi sono sposato ieri a 30 anni, e 30 anni ha anche Claudine, la mia sposa. Le nozze sono state affrettate da me: avevo amato perdutamente già due volte, e già due volte avevo visto morirmi la promessa sposa. A 10 anni, Lea e io, vicini di casa e compagni inseparabili di gioco, ci eravamo fidanzati una sera durante un temporale. Atterriti dai tuoni, c’eravamo stretti sotto un pergolato, pieni di uno sgomento oscuro, di una tenerezza ineffabile. Passata la tempesta, dopo un lunghissimo silenzio appoggiò la sua fronte sulle mie labbra e sussurrò: “Io sono tua”. Piangemmo entrambi. Un mese dopo, Lea morì di difterite.

Portai con me quel dolore e il suo ricordo dolcissimo fino a 20 anni, quando una sera d’estate, in uno stabilimento balneare, la rividi: viva, ventenne, ridente e impetuosa. Si chiamava Monica: non era la mia Lea, eppure era lei: lo stesso sguardo leale, la stessa voce argentina, lo stesso impercettibile crollare della testa nei momenti di intensa attenzione. Quando ci presentarono, fummo entrambi presi da un turbamento così visibile che le amiche le chiesero subito se non ci conoscessimo già. Ci fidanzammo durante una gita in barca: chiassosa, ardita, forte, remava a gara con me. 15 giorni dopo, Monica morì per una malattia improvvisa, come la piccola Lea.

Per tentare di soffocare il nuovo, immenso dolore, intrapresi dei viaggi in giro per l’Europa. Ma non appena entrato nei 30 anni, pochi mesi fa, in un albergo svizzero ebbi una nuova, più profonda sorpresa. Lea, Monica, insomma la mia creatura irraggiungibile, era di nuovo davanti a me, trentenne come me, e questa volta si chiamava Claudine: era lei, ancora, raddolcita da una soavissima grazia un po’ pensosa che fondeva Lea e Monica e la faceva più bella, più cara che mai. Appena presentati, rimanemmo assorti in un silenzio così ostinato che i comuni amici credettero che fra di noi ci fosse un’antica antipatia.

“Vorrei sposarla entro 15 giorni” dicevo l’indomani a sua madre. “Ma 15 giorni non bastano!” “Sono troppi invece. Vorrei fare il matrimonio questa settimana, se si potesse…”. La signora rise, ma io no. L’angoscia di questi giorni non saprei descriverla. Cresceva man mano che s’avvicinava la domenica delle nozze, diventò uno spasimo. Trovavo pretesti puerili per accertarmi, durante ogni giornata, che Claudine stesse bene, che non si fosse ammalata. Tutti finirono col burlarsi di me dicendo che l’amore mi aveva fatto ritornar collegiale. L’unica che non rideva era Claudine: pareva desiderosa anch’essa di essere certa che stessi bene.

Dopo le nozze, appena le feci varcare in braccio la soglia nuziale, mi si strinse al collo piangendo di un pianto convulso che la scuoteva tutta: nel suo pianto c’era anche un riso, una gioia sussultante, sembrava impazzita. “Finalmente, finalmente, sei qui, sei vivo” diceva fra i singhiozzi. “Tu non immagini che strano incubo mi perseguiti da 20 anni e quello che ho sofferto in questi ultimi giorni. Ti amo da 20 anni, capisci, e due volte ti ho visto morire. Quando ero bambina, a 10 anni, il piccolo Roberto che era il mio grande amore mi giurò piangendo che sarebbe stato il mio sposo e morì poche settimane dopo. A 20 anni, improvvisamente, viaggiando per la Germania, lo rividi in un concorso ippico, a cavallo, pieno di forza e di bellezza. Era lui, il mio Roberto, cresciuto malgrado la morte, per ritornare a me. Si chiamava Giorgio, ma una voce misteriosa mi diceva che era lui, ancora lui. Ci fidanzammo, e morì due giorni prima delle nozze. Ma l’ho rivisto a 30 anni, poche settimane fa, ti ho rivisto, sei tu, il mio sposo, e questa volta la morte non ti ha colpito, questa volta nessuno ti toglierà più a me, amore mio.”

L'articolo L’amore eterno che sfida la morte proviene da Il Fatto Quotidiano.

read-entire-article