Israele, lo storico Marzano: “La Palestina è la grande assente di questa campagna elettorale. Netanyahu? Manca un’alternativa politica reale”

1 hour_ago 1
ARTICLE AD BOX
Una rimozione collettiva. “I palestinesi sono i grandi assenti di questa campagna elettorale. Se ne discute solo come un problema di sicurezza, come un elemento esterno fastidioso”. A tre settimane dalle elezioni israeliane che decideranno il futuro del primo ministro Benjamin Netanyahu, lo storico Arturo Marzano, professore di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, traccia un quadro del paese chiamato al voto. Dove tra spaccature interne, estremismi e spinte belliciste, i morti di Gaza e le violenze in Cisgiordania non esistono. E dove manca un’alternativa politica, che includa la fine dell’occupazione e consideri i palestinesi come reali interlocutori.
Come descriverebbe oggi il Paese?
Innanzitutto spaventato. Il 7 ottobre ha riaperto diversi traumi e tutte le guerre volute da Netanyahu sono state sostenute dalla popolazione con l’idea che non ci fossero alternative per garantire la sicurezza del paese. C’è inoltre la preoccupazione per il crescente antisemitismo e per l’isolamento nella comunità internazionale. Israele è poi fortemente diviso e polarizzato, e Netanyahu è una delle principali cause di questo.
Com’è cambiato il consenso intorno a Netanyahu in questi tre anni? Subito dopo il 7 ottobre gli analisti erano convinti che la sua parabola fosse vicina alla fine.
Chi amava Netanyahu lo ama, indipendentemente dal 7 ottobre, e chi odiava Netanyahu lo odia. Il problema è che i partiti che lo contestano non hanno nessun altro collante, sono divisi su tantissimi temi. Dopo il 7 ottobre, Netanyahu ha giocato le carte molto bene perché è un abilissimo politico. Se populismo significa dialogare col popolo, interpretando la pancia e svuotando le istituzioni democratiche, allora lui è un esempio di populismo molto chiaro. Ha fatto in modo che le guerre contro Hezbollah e contro l’Iran fossero unificanti. È andato alle Nazioni Unite agitando un cercapersone, perché sa che avrebbe fatto breccia in vari contesti internazionali. Ha ricordato agli israeliani che è stato capace di eliminare Nasrallah e Khamenei, che ha sconfitto il nemico. Ha fatto una guerra costante contro tutti: Libano, Siria, Iran, Qatar, Yemen. L’idea che la sicurezza si basa sulla forza armata è un punto centrale dell’identità israeliana e Netanyahu la sollecita sempre.
In questo contesto, dove si colloca la questione palestinese? I 74mila morti di Gaza, la Striscia rasa al suolo e le violenze dei coloni in Cisgiordania?
I palestinesi non esistono per gli israeliani. Sono i grandi assenti, e questo è incomprensibile. Le manifestazioni dopo il 7 ottobre sono state per gli ostaggi (sacrosante) e solo una piccolissima parte del Paese è scesa in piazza per Gaza. E ora, in questa campagna elettorale, non si discute di Palestina. La gran parte degli israeliani continua a considerarla solo come un problema di sicurezza, come un elemento esterno fastidioso. Anche se si torna indietro nella storia, escludendo una parentesi negli anni Novanta, i palestinesi compaiono sempre molto poco nell’orizzonte politico israeliano. Nel 2011, per esempio, ci furono molte manifestazioni contro il carovita e l’impoverimento della classe media, ma l’occupazione non compariva.
Quali margini esistono oggi per una leadership israeliana diversa, che consideri anche la questione palestinese e ponga fine all’occupazione?
Nessuno, purtroppo. Se vincesse l’opposizione, ci sarebbe un maggiore rispetto delle garanzie democratiche. Ma varrebbero solo per i cittadini ebrei. Al contempo, verrebbe approvata una legge per arruolare gli ultraortodossi. Ma non cambierebbe la politica verso i palestinesi: l’occupazione e la colonizzazione della Palestina proseguirebbero, come accade da sei decenni.
L’ostacolo alla fine dell’occupazione e delle violenze quindi non è solo Netanyahu?
Da un lato Netanyahu ha seguito lo spostamento a destra del paese e dall’altro lato lo ha favorito. È responsabile della polarizzazione e di aver favorito l’estrema destra suprematista a cui ha dato carta bianca. Ma ha il sostegno di almeno metà del paese. In particolare su alcuni temi come la guerra in Iran. Il problema non è lui, ma la progressiva torsione etno-nazionalista e militarista che il movimento sionista aveva, peraltro, già dentro di sé. Va detto che lo spostamento a destra è stato aiutato dal terrorismo suicida palestinese che ha contribuito a eliminare progressivamente quel pezzo di sinistra dialogante, lasciando campo aperto alla destra e all’estrema destra.
Nelle ultima settimane sono uscite diverse ricostruzioni, secondo cui Netanyahu ha ignorato le allerte e gli allarmi ricevuti da più fonti prima del 7 ottobre. Qual è il suo parere?
L’elemento che ho trovato più rilevante è il tentativo del leader di Hamas Yahya Sinwar di negoziare prima del 7 ottobre. Nell’ottobre del 1973, prima di attaccare Israele, Sadat provò a dialogare con Israele ottenendo un no. Così è successo 50 anni dopo. Anche Sinwar ha trovato una chiusura. Ferma restando la mia totale condanna del 7 ottobre, è chiaro che senza una strategia politica che preveda una trattativa con i palestinesi, Israele non avrà mai la sicurezza cui agogna e ha diritto.
Di fronte a continue violazioni del diritto internazionale, in questi tre anni abbiamo assistito all’incapacità del’Unione Europea di adottare misure economiche per far pressione su Israele.
Mi pare che dal punto di vista di normative power, l’Europa non esista più da molto tempo. Come trattiamo i migranti, ad esempio, la dice lunga su questo. Io penso che non ci sia altra alternativa a sanzioni mirate. L’Unione Europea deve chiedere il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, pena il blocco dell’Accordo di associazione. Ma questo non avviene e temo non avverrà a breve.
Lei ha scritto un libro dedicato alla Storia di Gaza. In questi giorni cade il primo anniversario del cessate il fuoco, ma la situazione è ancora catastrofica e i palestinesi continuano a morire sotto le bombe. Quale futuro auspica per questa terra?
Il governo israeliano sta bloccando la ricostruzione perché non può permettere che siano gettate le basi di un autogoverno a Gaza e di un’unità politica tra questa e la Cisgiordania. Sta facendo quello che ha fatto dal 2007 al 2022, cioè strangolare la Striscia nel disinteresse internazionale. Questo sul lungo periodo è ovviamente controproducente perché non risolve i problemi e porterà nuova violenza. Io spero prima di tutto che a Gaza entrino cibo, acqua potabile, medicinali e che vengano ripristinate fognature e infrastrutture. Mentre, nel lunghissimo periodo, auspico la realizzazione di un visionario progetto ideato da palestinesi e israeliani che si chiama “Una terra per tutti”. Prevede un territorio diviso fra cantoni, con stati federati che si intrecciano, con pari diritti per tutti. È molto complicato ma perché non provarci?

L'articolo Israele, lo storico Marzano: “La Palestina è la grande assente di questa campagna elettorale. Netanyahu? Manca un’alternativa politica reale” proviene da Il Fatto Quotidiano.

read-entire-article