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“In quell’ultima, mesta fase tutti i testimoni ricordano la ferocia di un altro essere dal sembiante umano, una SS di nome Zepf. Era specializzato in bambini. Dotato di una forza erculea, quel mostro pescava un bambino dal gruppo, lo brandiva come una clava e gli sbatteva la testa per terra, oppure gli spezzava la schiena. Quando seppi dell’esistenza di quell’essere – nato pur sempre da un ventre di donna – non volevo credere a ciò che su di lui mi riferivano. Ma quando poi sentii con le mie orecchie gli stessi racconti ripetuti da testimoni diretti, mi resi conto che ne parlavano come di uno dei tanti, normalissimi casi dell’inferno di Treblinka. E dovetti rassegnarmi al fatto che quel mostro era esistito”.
Zepf, raccontato da Vasilij Grossman in L’inferno di Treblinka, è esistito davvero. Si chiamava Josef (Sepp era il diminutivo) Hirtreiter, membro del reparto SS Totenkopfverbände che si occupava della gestione dei campi di concentramento della Germania nazista. Non era uno degli ideologi del Terzo Reich e nemmeno uno scienziato ambizioso che ha visto nel nazionalsocialismo tedesco uno strumento per dare sfogo alle proprie ossessioni. Hirtreiter era un manovale poco istruito che non fu artefice dell’ascesa hitleriana, bensì ne subì il fascino. Nelle pagine del suo meraviglioso resoconto della liberazione dei campi di concentramento nazisti a seguito dell’Armata Rossa, Grossman descrive lui, insieme a molti altri membri delle SS, come degli esseri unici che hanno vissuto sul confine che separa l’uomo dalla bestia, l’umano dal disumano.
I numeri, però, dicono altro. Al loro picco si calcola che i membri delle SS fossero circa 1 milione, un quarantesimo circa della popolazione maschile totale della Germania. Hirtreiter, per quanto sia riuscito come altri a distinguersi per la sua ferocia, non era un caso di eccezionale malvagità, ma solo uno del mare di manganelli disposti a fare qualsiasi cosa in nome della propria fedeltà al Führer. È solo un altro esempio della banalità del male descritta magistralmente da Hannah Arendt nel racconto del processo ad Adolf Eichmann.
Coincidenza vuole che nei giorni scorsi sia finalmente riuscito a vedere Norimberga di James Vanderbilt, con un gigantesco Russell Crowe. Ma la cosa che più mi ha entusiasmato è che raccontando la storia dello psichiatra americano Douglas Kelley, chiamato a redigere i profili psicologici dei gerarchi nazisti a processo, Vanderbilt rompe con la narrazione del Terzo Reich come un incidente della storia, un evento eccezionale e irripetibile. Ospite di una trasmissione radiofonica dopo il ritorno negli States, Kelley, interpretato da Rami Malek, risponde alle domande dei conduttori: “Lei aveva a che fare con i nazisti, che deve ammettere sono persone uniche”. “Non sono uniche – replica infervorato – Ci sono persone come i nazisti in ogni Paese del mondo oggi”. “Non in America”, replica l’altro. “Sì, in America. I loro schemi di personalità non sono oscuri, sono persone che vogliono stare al potere. E mentre lei dice che non esistono qui, io direi che sono piuttosto certo che ci siano persone in America che scavalcherebbero volentieri i cadaveri di metà del pubblico americano se potessero ottenere il controllo dell’altra metà. Volete pensare che non possa succedere di nuovo, ma succederà di nuovo se continuiamo a lasciare che i politici usino il razzismo e il nazionalismo come metodo per ottenere potere personale. Alimentano l’odio, è quello che facevano Hitler e Göring ed è da manuale. E se pensate che la prossima volta che succederà ce ne accorgeremo perché indosseranno uniformi spaventose, siete completamente fuori di testa! Sono noi, okay? I tedeschi siamo noi”.
La storia ha dato ragione a Kelley che nel 1958, rimasto inascoltato, si è tolto la vita. Lo avevamo già visto con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e successivamente col genocidio del Rwanda, con le carneficine nella Jugoslavia sventrata dai nazionalismi, col sadismo dello Stato Islamico in Siria e Iraq. È il virus del male che ogni tanto ritorna, infetta, uccide e poi, in qualche modo, sparisce facendo credere che non tornerà più. Rimango convinto che l’Olocausto sia stato il più eclatante genocidio della storia moderna non per una particolare caratteristica della società tedesca della prima metà del Novecento, ma per la potenza politica, economica e militare esagerata di cui godeva all’epoca il Reich. Se quelle stesse capacità, 50 anni dopo, fossero state a disposizione degli estremisti Hutu del Rwanda probabilmente l’esito sarebbe stato simile.
Quando ho letto degli omicidi raccapriccianti di Hirtreiter ho digrignato i denti. Lo faccio ogni volta che racconti o immagini sono troppo crudi per me. E ho pensato che quel gesto istintivo ultimamente l’ho ripetuto spesso. Anche poche ore fa, quando ho letto il terribile racconto dell’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani, dell’abbordaggio della Flotilla, anticipato dai video del sadico ministro israeliano Itamar Ben Gvir. E mi è tornato in mente Kelley. Perché in questi due anni e mezzo ho digrignato i denti di fronte alle immagini di un colono israeliano che prende a bastonate un’anziana palestinese inerme, leggendo la storia e sentendo le registrazioni di Hind Rajab o il racconto dei bambini mangiati dai topi a Gaza, di fronte ai brindisi di, ancora lui, Ben Gvir e di gran parte della Knesset per l’approvazione della legge sulla pena di morte ai palestinesi (come si può esultare per la concessione del potere di togliere la vita a qualcun altro?), con tanto di spille e torte a forma di cappio, e anche per la violenza cieca di un settler israeliano contro un cane indifeso, colpevole solo di essere di proprietà della popolazione palestinese nei Territori Occupati. Il povero animale non sa niente del conflitto israelo-palestinese e non ha scelto chi dovesse essere il suo padrone. Ma la violenza cieca, appunto, questo non lo vede e si accanisce pure su di lui.
Ho capito che, come quella di Hirtreiter, la violenza gratuita e diffusa, che va ben oltre quella già disumana dei governi, è il segno che il virus del male ha infettato una società e le sue ‘persone normali’. A quel punto, non sembrano esserci più limiti.
Nei villaggi intorno a Treblinka, racconta Grossman, gli abitanti non potevano vedere ciò che accadeva all’interno del campo, ma nei giorni in cui le urla strazianti delle donne si facevano troppo forti, questi fuggivano nei boschi per non doverle sentire. Oggi, Israele ha reso Gaza inaccessibile come un grande campo di sterminio, ma i suoi cittadini e la comunità internazionale hanno a disposizione tutte le immagini che servono per rendersi conto di ciò che sta avvenendo nella Striscia e in Cisgiordania. Eppure, questo non è bastato a riempire le piazze a Tel Aviv o Gerusalemme, non è servito a convincere i governi ad agire per rispettare la promessa che ripetono in ogni Giornata della Memoria: “Mai più!”.
L'articolo Israele e la banalità del male proviene da Il Fatto Quotidiano.





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