Infantino va ai Caraibi a caccia di aiuto e si spaccia per Robin Hood del pallone: “Alcuni non hanno bisogno né vogliono che gli altri crescano”

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Nel momento in cui il suo potere dentro la Fifa comincia a traballare, Gianni Infantino vola ai Caraibi a caccia di sostegno. E lo fa presentandosi quasi nei panni del Robin Hood del pallone: dalla parte delle federazioni più piccole, contro chi avrebbe già abbastanza risorse e non vorrebbe vedere crescere gli altri. Il presidente della Fifa ha incontrato nella Repubblica Dominicana i rappresentanti della Caribbean Football Union (CFU), ottenendo l’appoggio dell’organizzazione che fa parte proprio di quella Concacaf diventata nelle ultime settimane una delle principali oppositrici della sua leadership.

Il messaggio scelto da Infantino è quello della redistribuzione delle opportunità. La Fifa, sostiene, deve garantire alle federazioni più deboli le migliori “opportunità, accesso e risorse” possibili, riducendo la distanza dalle grandi potenze. Un discorso che arriva nel pieno della crisi provocata dal progetto Fifa Forward Enterprise (FFE), il piano per aprire agli investitori privati una quota del business legato alle competizioni Fifa, Mondiali compresi. Una proposta che ha provocato la reazione di Uefa, Concacaf e Afc e costretto la Federazione internazionale alla retromarcia.

È proprio in questo scenario che Infantino rivendica il sostegno raccolto ai Caraibi: “È importante partecipare, impegnarsi nel dialogo, esprimere punti di vista e opinioni; sono successe molte cose nelle ultime settimane ed è importante essere ascoltati, prestare attenzione e anche poter esprimere ciò che si prova. Quindi, nel complesso, penso che sia una cosa positiva; sono molto, molto contento di tutto il supporto che sto ricevendo qui”.

La sua linea è quella di “far crescere il calcio in ciascuno” dei 211 Paesi che compongono la Fifa. Infantino ha costruito proprio così il suo consenso, fuori dal perimetro dell’Europa, forte dei petroldollari e dei voti appunto delle Federazioni più piccole. Per questo sa benissimo da chi è rappresentato il fronte contrario a questa politica e lo attacca: “Alcuni, purtroppo, non hanno bisogno né vogliono che gli altri crescano, ma dobbiamo ridurre questo divario tra i paesi grandi, molto grandi, e tutti gli altri”. Un affondo che inevitabilmente suona anche come una risposta alle grandi federazioni e alla Uefa, oggi in prima fila nella contestazione.

Quindi la rivendicazione del ruolo di riequilibratore del calcio mondiale: “I grandi attori stanno facendo un ottimo lavoro, e li lodiamo e ci congratuliamo con loro, e ovviamente dovrebbero continuare a crescere, ma dobbiamo dare una possibilità a tutti gli altri. Dobbiamo trovare investimenti per tutti, opportunità per tutti“.

Il problema per Infantino è che questa offensiva politica arriva mentre intorno a lui si sta sgretolando una parte del consenso costruito negli anni. Il vicepresidente Fifa Sandor Csanyi gli ha ritirato il sostegno, Scozia, Inghilterra, Galles e Irlanda hanno preso le distanze in vista delle elezioni del 2027, mentre il senior advisor Carlos Cordeiro si è dimesso e Kevin Lamour è stato licenziato dopo essersi opposto al progetto sugli investitori privati. Persino gruppi di tifosi hanno lanciato una petizione per chiederne le dimissioni.

E nelle stesse ore Aleksander Ceferin ha escluso di volersi candidare alla presidenza della Fifa, ma ha descritto per Infantino uno scenario sempre più stretto: prendere atto di non avere più abbastanza sostegno oppure presentarsi alle elezioni di marzo e trovare un avversario. È dentro questa battaglia che va letto il viaggio nella Repubblica Dominicana. Infantino cerca voti e alleati proprio nella periferia del grande calcio. E prova a trasformare la sua battaglia per restare al vertice in quella per dare ai piccoli ciò che, sostiene, i grandi non vorrebbero concedere.

L'articolo Infantino va ai Caraibi a caccia di aiuto e si spaccia per Robin Hood del pallone: “Alcuni non hanno bisogno né vogliono che gli altri crescano” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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