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Negli ultimi trenta giorni Giorgia Meloni ha ricevuto a Roma Narendra Modi, il presidente sudcoreano Lee Jae Myung e la prima ministra giapponese Sanae Takaichi. Nel frattempo il Parlamento italiano ha approvato il trasferimento della portaerei Garibaldi all’Indonesia, mentre a Torino si è svolto un evento dedicato alle connessioni tecnologiche tra il sistema industriale italiano e il Vietnam, sempre più considerato una porta d’accesso al mercato ASEAN. L’attività dell’Italia nell’Indo-Pacifico si sta strutturando, stiamo osservando un pattern che descrive una rete di relazioni più o meno da prima pagina ma ormai quotidiana, e dunque sta diventando ancora più strategica, sistemica e profonda.
Ma tutto questo accade mentre da Washington arriva un segnale che rischia di essere percepito come una modifica dell’orizzonte strategico che finora ha fatto da scenario alla regione. L’amministrazione Donald Trump ha infatti deciso di riportare il comando militare americano per la regione alla storica denominazione di U.S. Pacific Command (USPACOM), abbandonando il nome Indo-Pacific Command introdotto nel 2018 proprio durante il primo mandato di Donald Trump.
Può sembrare una questione di nomenclatura. In geopolitica, però, le parole raramente sono soltanto parole. “Le ridefinizioni linguistiche contano eccome”, osserva a caldo una fonte asiatica di uno dei principali paesi dell’Indo-Pacifico.
La definizione della regione non nacque per caso. Dietro quel concetto c’era l’idea che Oceano Indiano e Pacifico costituissero ormai uno spazio strategico integrato, attraversato dalle stesse rotte commerciali, dagli stessi flussi energetici e da una crescente interdipendenza geopolitica. Alla base vi era soprattutto la visione formulata nel 2007 dall’allora premier giapponese Shinzo Abe nel celebre discorso Confluence of the Two Seas al Parlamento indiano. Da quel momento l’Indo-Pacifico è diventato molto più di una formula accademica. È stato adottato da governi, organizzazioni internazionali, aziende, forze armate e think tank come una chiave interpretativa per comprendere la competizione strategica del XXI secolo.
Per questo il ritorno a Pacific Command merita attenzione. È ancora presto per capire se si tratti semplicemente di un richiamo alla tradizione storica americana oppure del riflesso di una revisione più ampia. Il Pentagono garantisce che niente sta cambiando. “L’area di responsabilità di USPACOM, che si estende dalle acque al largo della costa occidentale degli Stati Uniti fino al confine occidentale dell’India, rimane esattamente la stessa” dice in una nota il Dipartimento della Guerra statunitense. “La missione fondamentale del comando e il suo costante impegno a mantenere un teatro libero e aperto insieme agli alleati e ai partner regionali non cambiano”, si legge in un comunicato del Dipartimento della Difesa – che sostituisce con la parola “teatro” il concetto di FOIP. È l’acronimo di “Free and open Indo-Pacific”, anche questo coniato da Abe, fatto proprio dagli Usa e ripetuto fino all’esasperazione negli ultimi anni, ora oggetto di un rilancio da parte di Tokyo su cui la premier Takaichi ha anche chiesto la collaborazione dell’Italia nei giorni scorsi.
Nel cambiamento di nomenclatura strategica, alcuni osservatori vi leggono una minore enfasi sul ruolo dell’India. Altri vi vedono il segnale di un approccio meno multilaterale e più centrato sugli interessi diretti degli Stati Uniti. Altri ancora sottolineano come il richiamo al “Pacifico” evochi una fase storica precisa: quella della supremazia americana costruita dopo la Seconda guerra mondiale.
Nel frattempo, però, il resto del mondo sembra continuare a ragionare in termini indo-pacifici (e forse continueranno a farlo anche gli americani). I dossier in discussione con India, Giappone e Corea del Sud riguardano semiconduttori, sicurezza economica, spazio, energia, intelligenza artificiale, supply chain e materie prime critiche. Temi evocati in tutti gli incontri ospitati a Roma recentemente d’altronde, che attraversano indistintamente gli interessi di governi e collettività di Mediterraneo, Oceano Indiano e Pacifico. Lo dimostrano anche la crescente attenzione verso Indonesia e Vietnam e la diffusione di concetti come “Indo-Mediterraneo”, sempre più presenti nel dibattito strategico europeo.
Forse è proprio questo il paradosso più interessante. Mentre Washington sembra interrogarsi sull’utilità della definizione, l’Indo-Pacifico continua a esistere come realtà materiale. Le navi attraversano gli stessi stretti, l’energia percorre le stesse rotte, i semiconduttori dipendono dalle stesse filiere e le crisi regionali continuano a produrre effetti lungo tutta la fascia che collega il Mediterraneo occidentale al Pacifico occidentale (perché è l’Indo-Pacifico nella sua estensione geografica reale).
Nella nuova edizione di Indo-Pacific Salad partiamo proprio da qui: dai recenti incontri tra l’Italia e alcuni dei principali partner asiatici per capire come stia cambiando il rapporto tra Roma e una regione che, al di là delle definizioni, incide sempre di più sulla sicurezza economica, industriale e tecnologica europea. Se il nome Indo-Pacifico stia entrando in discussione oppure no, è una domanda che continueremo a seguire, seguendo anche i prossimi interessanti appuntamenti italiani con i player regionali. E seguendo soprattutto le reazioni di India, Giappone, Corea del Sud e degli altri attori regionali – non ultima la Cina – che potrebbero dirci molto sul futuro dell’architettura strategica asiatica.
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