Indagati tre ultras della Reggina: “Pressioni sul club, soldi e gestione dei biglietti”. Contestato il metodo mafioso

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Soldi, biglietti e pressioni sulla società. Un’altra curva ultras finisce sotto inchiesta antimafia. È quella della Reggina Calcio e per il momento la procura, guidata da Giuseppe Borrelli, ha notificato tre avvisi di conclusione indagini firmati dal procuratore aggiunto Walter Ignazitto e dal sostituto della Dda Sara Amerio. In sostanza, un gruppo del tifo organizzato avrebbe trasformato il peso della curva sud in uno “strumento di pressione finalizzato all’ottenimento di somme di denaro” dagli ex dirigenti della Reggina.

La notifica, nelle scorse settimane, è arrivata agli indagati Davide Crupi, Girolamo Emanuele Lubrano e Andrea Pennica, ai quali la Direzione distrettuale antimafia contesta i reati di associazione per delinquere ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. Richieste di denaro presentate come contributi per sostenere le spese legali degli ultras, incontri periodici per la consegna delle somme, abbigliamento ufficiale dei calciatori, finanziamenti per le coreografie e, soprattutto, il controllo di una parte della vendita dei biglietti per la Tribuna Sud dello stadio Oreste Granillo.

Le indagini riguardano il gruppo ultras Diffidati liberi-Curva sud Reggio Calabria fondato, secondo gli inquirenti, per esercitare pressioni sulla società La Fenice Amaranto Reggio Calabria poi diventata As Reggina 1914. Per i pm dietro questa frangia del tifo amaranto c’era una presunta associazione a delinquere, composta dai tre indagati, che avrebbe avuto come obiettivo la commissione di una serie di estorsioni ai danni della Reggina Calcio e dei suoi vertici: l’ex patron Antonino Ballarino e l’ex presidente Virgilio Salvatore Minniti, indicati come parti offese.

I fatti contestati, dunque, non riguardano la nuova proprietà dell’imprenditore e senatore Claudio Lotito, che ha recentemente acquistato la Reggina, ma la precedente dirigenza della squadra impegnata nel campionato di Serie D. Il cuore dell’inchiesta riguarda le somme che i dirigenti amaranto sarebbero stati costretti a consegnare periodicamente agli indagati. Formalmente, il denaro sarebbe servito per pagare le spese legali degli ultrà sottoposti a procedimenti penali o amministrativi, compresi quelli colpiti da Daspo, e per sostenere il canone della vecchia sede del tifo organizzato. Dopo avere ascoltato centinaia di intercettazioni telefoniche e ambientali, la procura non ha dubbi: soltanto una parte delle somme sarebbe stata realmente impiegata per le attività della curva. Il resto, per i pm, sarebbe stato trattenuto e suddiviso tra gli appartenenti al gruppo.

Nell’avviso di conclusione indagini vengono ricostruiti una ventina di incontri avvenuti tra il febbraio 2024 e l’aprile 2025: in uno studio in via De Nava, nei pressi di distributori di carburante, davanti a uffici, chiese, locali commerciali e nella sede di una società di formazione. In sei occasioni vengono indicati anche gli importi delle presunte consegne (900 euro, 1000 euro e, in un caso, 2mila e 600 euro) per un totale di 7.300 euro. Il danno patrimoniale subito dalla Reggina Calcio, però, è “di molto superiore” perché gli investigatori non sono riusciti a quantificare l’estorsione per ogni singolo incontro. Le richieste rivolte all’ex dirigenza della squadra di calcio non si sarebbero limitate ai versamenti in contanti. Al club sarebbe stato imposto di consegnare capi di abbigliamento ufficiale dei calciatori. Ma anche di finanziare “la realizzazione di una coreografia esposta in occasione di una partita casalinga, nonostante la stessa fosse peraltro già nella disponibilità degli ultras da tempo”.

Le pressioni esercitate riguardavano anche il controllo dei biglietti della Curva Sud. La società amaranto, infatti, è stata obbligata ad affidare agli indagati la distribuzione dei tagliandi destinati al settore per la tifoseria organizzata. In questo modo, Crupi, Lubrano e Pennica operavano “di fatto – si legge nel capo di imputazione – in alternativa al canale ufficiale rappresentato dalla piattaforma di distribuzione ‘Viva ticket’ e così in un circuito parallelo ed illegale di ticketing, procurando a loro stessi un ingiusto profitto con altrui danno”. Da qui “l’ingresso allo stadio di tifosi (anche sottoposti a Daspo) individuati dagli indagati, senza che gli stessi acquistassero un regolare biglietto e senza, quindi, venire identificati dagli stewards”.

Secondo gli inquirenti, la capacità intimidatoria del gruppo derivava dalla possibilità di mobilitare anche duecento persone tra cui “pregiudicati per reati violenti e soggetti sottoposti a Daspo, avviso orale e misure di prevenzione”. Un ampio seguito di tifosi, perciò, “mobilitabile mediante contestazioni e manifestazioni di piazza, riprese ed amplificate dagli organi di stampa, oltre che con striscioni di contestazioni, emanando comunicati stampa e documenti e pubblicando post su Facebook e video sui social, con lo scopo di screditare, danneggiare l’immagine della società e dei suoi vertici e di intimorire”. Il modus operandi dei tre capi ultras comprendeva non solo l’uso della forza o le ritorsioni fisiche, ma anche “l’utilizzo di toni intimidatori, atteggiamenti aggressivi”. E pure la minaccia di far “disertare lo stadio causando una perdita cospicua di entrate finanziarie”.

Sarebbero rientrate nella stessa logica anche altre condotte illecite, ossia “contestazioni strumentali” idonee a determinare sanzioni sportive ed economiche a carico della società. Invasioni di campo, lanci di fumogeni o, come in occasione di una partita contro la Vibonese, il lancio di bottigliette piene d’acqua sul terreno di gioco che hanno colpito alcuni tesserati. Risultato: un’ammenda di 3mila euro e una gara da disputare a porte chiuse, provocando così un “ulteriore perdita economica derivante dalla mancata vendita dei biglietti”. L’aggravante mafiosa, infine, è scattata a causa della “vicinanza” degli ultras ad ambienti legati alla criminalità organizzata di stampo ‘ndranghetistico “essendo gli stessi provenienti dal quartiere Gebbione (e di cui evocavano la provenienza), su cui esercita la sua egemonia la cosca dei Labate”. Oltre ai reati di associazione a delinquere ed estorsione, Pennica è accusato anche di essere stato in possesso di un cellulare mentre era detenuto, per un’altra causa, nel carcere di Reggio Calabria. Un telefono con il quale Pennica contattava l’ex fidanzata e il coindagato Lubrano.

L'articolo Indagati tre ultras della Reggina: “Pressioni sul club, soldi e gestione dei biglietti”. Contestato il metodo mafioso proviene da Il Fatto Quotidiano.

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