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C’era una volta la Liga Veneta, partito autonomista, a tratti secessionista. I militanti ci sono ancora, seppur in calo: organizzano le corriere per Pontida (c’erano 30 pullman e 1500 persone dal Veneto, circa la metà dell’anno scorso) e provano a portare avanti i vecchi ideali. Basta salire su una di quelle corriere per respirare la nostalgia dell’era bossiana e sentire le critiche all’attuale segretario. “Salvini deve fare un passo indietro”, commentano in tanti, mentre una minoranza lo difende. “Nel partito si parla poco di autonomia”, è la polemica più forte. “Roma è ancora ladrona” mette d’accordo tutti. Oggi la Liga Veneta è in subbuglio: è il primo partito in Regione, ma Roberto Vannacci ha portato via consensi e iscritti, e intanto la base rievoca la questione settentrionale. Sullo sfondo, ci sono i prossimi congressi provinciali, oltre a quello federale citato da Matteo Salvini sul palco di Pontida.
Il viaggio verso il “sacro suolo” bergamasco parte alle 7 di mattina da Thiene, nell’Alto Vicentino, città che ha sfornato sindaci e parlamentari leghisti e che ha appena perso un pezzo grosso: Simone Furia, ex segretario cittadino. “Questo partito non rispecchia più la Lega e la Liga di un tempo – spiega -. I politici si formavano dal basso, invece Salvini ha preso Vannacci e l’ha fatto subito vicesegretario, uno che non ha mai fatto un gazebo in vita sua”. Cos’altro non va? “Luca Zaia non fa un passo in più per prendere in mano il partito e in provincia c’è un’intesa con il Pd. Inoltre non si parla più di federalismo”. Un colpevole? “Se rimane Salvini la Lega è destinata a morire”, dice Furia, che non è l’unico fuoriuscito. Negli ultimi anni la Liga vicentina ha visto gli addi di Jacopo Maltauro (consigliere regionale) e del deputato Erik Pretto, passati a Forza Italia. In tanti nel Carroccio non hanno gradito. Alcuni di loro coltivano ancora il sogno del nord indipendente. Ironia della sorte, l’autista del pullman è calabrese.
La parola va a loro, i militanti della vecchia guardia veneta. “Nessuno dei nostri ha digerito la svolta nazionalista, eravamo tutti secessionisti – ammette Sergio Carrera, candidato consigliere alle ultime regionali – dobbiamo tornare ai vecchi valori. Io sono della prima ora”, dice, indicando la camicia verde della Padania. Da 36 anni Carrera porta panini, salumi, vino e caffè per i simpatizzanti leghisti. Il suo obiettivo storico è l’autonomia del Veneto. “Bisogna farla, ma uno Stato di destra deve fare molto di più. Cos’è cambiato in questi quattro anni? Fosse stato per noi, saremmo andati da soli alle ultime regionali”. Chi è l’uomo giusto per un cambio di passo? “Sarebbe Giancarlo Giorgetti, ma non so chi ha il coraggio di dire a Salvini di farsi da parte”.
Gli altri militanti durante il viaggio parlano di sprechi nella pubblica amministrazione. “È una vecchia battaglia dai tempi di Umberto Bossi, ma i leghisti al governo oggi non vogliono risolvere le cose”, attacca qualcuno. “Avremmo dovuto uscire dal governo, visto che Forza Italia e Fratelli d’Italia non ci danno l’autonomia”, sostiene qualcun altro.
Chi dà un volto a queste polemiche è Roberto Marcato, consigliere regionale e probabile candidato sindaco del centrodestra a Padova, anche lui a bordo di un pullman. A domanda diretta, “Roma è ancora ladrona?”, Marcato risponde: “Sì. Il federalismo è la cura al male endemico di questo Paese, cioè il centralismo e la burocrazia. E dobbiamo tornare a parlare della questione settentrionale”. L’occasione l’avrebbero avuta, dato che governano l’Italia da quattro anni. “È vero”. E ora? “Salvini ha proposto di indire un congresso, secondo me è arrivato il momento, anche se non vedo la fila di candidati. Abbiamo una crisi di consenso e dobbiamo ritrovare la nostra identità, senza seguire il fascismo”. Un altro problema del recente passato leghista. “È stata deleteria la virata a destra, ai leghisti veneti non interessano il fascismo e il ponte sullo Stretto di Messina” le parole di Denis Frison, segretario provinciale a Vicenza.
Il viaggio continua. Arrivati a Pontida, per entrare nel clima bisogna passare allo stand della Lega Giovani Veneto, la sezione più attiva e festaiola. Il coordinatore è Edoardo Bonato, leghista ortodosso che in passato ha sostenuto Vannacci e ha pure aperto un team dell’ex generale, per poi uscire dopo la rottura. “Non mi pento, anche se ci ha portato via un po’ di consensi. Sono orgoglioso di essere rimasto nel mio partito”. Tra striscioni goliardici e voglia di far festa, i giovani leghisti veneti parlano anche di politica. “Chiediamo autonomia, remigrazione, ascolto e sicurezza. Oggi la Lega è unita; il dibattito interno c’è ed è una risorsa”.
Una nota di colore verde/blu. Tra Vicenza e Milano opera un’associazione di “collezionisti padani”, oggi Fenice Blu, che raccoglie e vende i gadget a tema Lega. “In passato facevamo anche francobolli con valore legale e banconote” spiega Michele Bozzetti, presente sul pratone. Con l’apertura al sud, dal 2017 sono spariti i simboli dell’era bossiana, come il Sole delle Alpi. “I tempi sono cambiati, ma il materiale da collezione piace sempre”.
Tornati a bordo, dopo aver ascoltato gli interventi sul palco, i militanti discutono. “Salvini parla troppo poco di autonomia, deve fare un passo indietro: se la squadra non vince, bisogna cambiare allenatore” è il mantra. Forte è anche il ricordo dei tempi d’oro. “Oggi siamo pochissimi, un tempo bisognava sgomitare per trovare un posto in corriera”. Un giovane consigliere comunale dell’area bassanese spiega che “la questione settentrionale esiste. Salvini ci ha portato al 40%, ma ora paghiamo le conseguenze della svolta nazionalista”.
A bordo dei mezzi, i discorsi si concentrano sulla Lega del futuro e sui sondaggi. Qualcuno spera nel tentativo dei “ribelli” che vogliono riprendere in mano il vecchio logo con la scritta “Nord”. Altri invece criticano la gestione interna, in quella Lega che nasce per difendere i territori, “ma oggi non li ascolta più”. Qui si aprirebbe un altro capitolo: le sezioni provinciali della Liga Veneta (partito collegato alla Lega nazionale, più che una semplice sezione regionale) andranno a congresso nelle prossime settimane e in molte città ci sono delle faide interne. Su questo, bocche cucite. Ma il voto in Veneto interessa anche alla segreteria regionale e federale.
Intanto, in corriera si respira ancora la nostalgia per la vecchia Lega, quella che venerava (e venera ancora) il leone di San Marco. Quella che fu anche di Manuela Dal Lago, ex presidente della provincia di Vicenza, uscita dal partito anni fa. Oggi Dal Lago fa una confidenza a ilfattoquotidiano.it, anche se non va più sul pratone. “Non so se andrò a votare l’anno prossimo, potrei votare scheda bianca. Finché rimane Salvini e non si parla di autonomia, le cose non cambieranno: non so se arrivano al 3%”. Lo dice proprio lei, che 30 anni fa festeggiava la dichiarazione d’indipendenza della Padania. “Non ci sono più i vecchi valori. Zaia era l’uomo giusto per aggregare il nord, ma non è uomo di partito e temeva di perdere. Così Salvini ha messo i suoi uomini”. Il vento secessionista si è spento. “Siamo alla fine di un bel sogno: a Pontida ricordano Bossi, ma hanno ucciso il suo sogno dell’autonomia”. L’inguaribile Liga Veneta.
L'articolo In viaggio verso Pontida con la Liga Veneta, tra nostalgia di Bossi e critiche a Salvini: “Siamo pochi, un tempo era difficile trovare posto” proviene da Il Fatto Quotidiano.




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