Il woke è la micidiale parabola di quella sinistra partita da De André e finita con Christian Raimo

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di Emanuele Maggio

Non si placa il dibattito suscitato da Giuseppe Conte sul concetto di “woke”. Molto attento a questo tema, lo scrittore Christian Raimo scende dalla sua cattedra e si inoltra, un po’ schifato, nei meandri della Città Vecchia…

Christian Raimo ci racconta la sua promenade riflessiva per i borghi italici…

“Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi (ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi)”…

Christian Raimo vede questi paesini disabitati, diroccati. Vede i vecchi di provincia, quelli che tutti sappiamo, quelli senza denti, senza scarpe decenti…

“Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli… lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano”…

Christian Raimo è inorridito da questi cani alcolizzati, per di più “bianchi”. Quelle fisionomie graffiate fanno pensare a gente da officina, ex operai, ex impiegati, non a ex amministratori delegati…Niente occhiali da sole, niente camicie stirate, niente maniere educate…

“Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino, quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino”…

Nelle piazze vuote un intellettuale di sinistra vede il degrado, il fantasma di una comunità finita, fuggita altrove. Ma Christian Raimo è un intellettuale della sinistra woke e vede altro…

“Li troverai là col tempo che fa, estate e inverno, a stratracannare e a stramaledir le donne, il tempo ed il governo”…

Christian Raimo vede razzismo e maschilismo, commenti alle donne, bifolchi che non hanno avuto tempo e soldi per ingentilirsi con studi umanistici. Come li ha avuti lui, Christian Raimo, progressista sensibilissimo.

“Se tu penserai e giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese”…

Da buon borghese di sinistra, Christian Raimo li condanna mentre cita a sproposito Pasolini. Ma ci tiene a essere chiaro, Christian Raimo. Non riferisce di un paese preciso, ma di tutti quelli che ha visitato, anzi proprio dell’Italia intera: ovunque vecchi bavosi, bevuti, ovunque cameriere giovani, importunate – “non resta altro” dell’Italia, così scrive.

“Dove sono andati i tempi di una volta, per Giunone!”…

Christian Raimo è famoso come scrittore non per quello che scrive, ma perché è “antifascista”; ed è famoso tra gli antifascisti non per quello che fa, ma perché è uno scrittore. Insomma, è famoso per essere famoso. È un Kardashian con la barba. Un intellettuale di sinistra non condannerebbe quelle persone, ma le cercherebbe fino in fondo, scoprendole vittime di questo mondo. Ma Christian Raimo è un intellettuale della sinistra woke.

Si chiede cosa sia il woke, Christian Raimo, durante la sua promenade tra la plebe italica. Non sa di averci lui stesso fornito la definizione più limpida che potevamo desiderare.

No, il woke non è lotta per i diritti civili al posto di quelli sociali. Un Raimo qualsiasi ha buon gioco nel mostrarsi attento anche ai diritti sociali. Piuttosto, il woke è l’inversione di priorità tra diritti civili e diritti sociali. Ai vecchi partiti socialisti e comunisti era chiaro che prima viene l’emancipazione economica e sociale della classe lavoratrice, poi potrà seguire la sua emancipazione culturale e la sua sensibilità verso certe tematiche.

Il tipico sfruttato, anche se buzzurro e retrogrado, era visto come il militante “strutturale”, comunque la pensasse sul mondo. Oggi è praticamente diventato il nemico numero uno delle sinistre, perché giudicato e condannato sul piano culturale e sovrastrutturale – salvo poi lamentarsi quando migra a destra.

Il woke è l’americanizzazione compiuta, è la micidiale parabola di quella sinistra che è partita da Fabrizio de Andrè per finire con Christian Raimo.

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