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La guerra in Medioriente allontana l’orizzonte di un confronto diretto tra il presidente americano, Donald Trump, e quello cinese, Xi Jinping, scompaginando nel frattempo le economie del mondo. L’incontro che si sarebbe dovuto tenere a Pechino tra il 31 marzo e il 2 aprile scorso è stato rinviato alla metà del prossimo maggio. Peraltro, il fallimento del faccia a faccia a Islamabad tra Vance–Witkoff–Kushner e Araghchi–Ghalibaf (questi ultimi, rispettivamente, ministro degli Esteri e presidente del parlamento iraniani) manifesta la ferma volontà del regime degli ayatollah di continuare con il programma di arricchimento dell’uranio, col sostegno alle milizie sciite della regione, a partire da Hezbollah, e di mantenere il pieno controllo dello Stretto di Hormuz.
Donald Trump non sembra dare eccessivo peso all’esito di questo primo round di colloqui. Con il suo “Vinciamo, qualunque cosa accada”, sembra più voler esorcizzare le ripercussioni negative che si riverbereranno sul duro confronto in atto, piuttosto che esprimere la certezza di una vittoria militare a breve termine. D’altronde, l’inizio della campagna elettorale per il voto di mezzo termine del 3 novembre prossimo è ormai imminente e il tycoon non può permettersi di impantanarsi in una crisi alla quale è stato praticamente costretto dal premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e dalle potenti lobby neocon statunitensi. Ma come si stanno avvicinando a un ipotetico vertice le due massime potenze mondiali? Quali potrebbero essere i temi in agenda? Ebbene, da parte americana, va detto che l’anno appena trascorso è stato contrassegnato, in politica estera e in quella economica, da una serie di iniziative plateali che, volendo usare un termine del gergo militare, hanno sempre avuto Pechino come “obiettivo di profondità”. Senza infatti considerare la guerra dei dazi e il faticoso accordo raggiunto sul controllo dell’introduzione illegale di fentanyl negli States, è indubbio che la cacciata della società cinese CK Hutchinson dal controllo dei terminali portuali panamensi di Cristobal e Balboa, sui due oceani, avvenuta a fine gennaio scorso, formalmente, a opera della Corte Suprema di Panama (citata sul precedente articolo) aveva il fine ultimo di ostacolare la Cina sul piano geopolitico, economico e dell’approvvigionamento delle risorse energetiche. Il controllo del Canale di Panama avrebbe costituito l’anello di giunzione per chiudere il cerchio della Belt and road initiative (Bri), consentendo al Dragone di avere porti mercantili, propri o in locazione, lungo l’intera circonferenza terrestre.
Quanto alla Groenlandia, è noto che, grazie all’alleanza strategica con la Russia, la Cina si considera da tempo una potenza marittima artica e confidava nella penetrazione commerciale nella grande isola, a ridosso delle coste americane, per accorciare durata e distanza delle rotte marittime intercontinentali. La conclusione della vertenza tra Washington e Copenaghen, favorevole alla Casa Bianca, ha provocato dure reazioni da parte di Pechino che ribadiva la natura del tutto pacifica della propria iniziativa.
E ancora, il Venezuela del presidente Nicolas Maduro è stato a lungo l’alleato più stretto di Xi Jinping nel continente americano. Con oltre 500.000 barili/giorno, pari al 5% delle importazioni, la Repubblica Popolare Cinese (RPC) rappresentava il principale acquirente del petrolio venezuelano. Da quando Delcy Rodriguez ha assunto la carica di presidente ad interim, il Venezuela non esporta più petrolio verso la Cina. Ma è davvero così? In realtà, uno studio della società di ricerca Kpler ha evidenziato che almeno il 22% del petrolio importato da Pechino proviene da Paesi sotto sanzioni, eludendo le dogane attraverso cambi di etichettatura del greggio da parte di nazioni compiacenti, per lo più asiatiche. Ovviamente, a costi stracciati per via dei divieti vigenti. Infine, la guerra contro l’Iran. La fretta di dover chiudere la partita senza la prospettiva di una vittoria militare e senza un regime change iraniano non solo lascia le monarchie del Golfo, alle quali Washington aveva garantito la totale sicurezza, alle prese con le gravissime conseguenze dei bombardamenti iraniani, ma anche con la prospettiva di continuare a convivere con un vicino scomodo, pericoloso, che ha causato 50 anni di instabilità regionale e che sarà paradossalmente riuscito a tener testa alla prima potenza militare del mondo.
La Cina, al contrario, ha sempre mantenuto un profilo molto basso. La determinazione di Xi Jinping e l’acume politico del suo ministro degli Esteri, Wang Yi, stanno trasformando una congiuntura estremamente sfavorevole in un’opportunità di consolidamento di influenza nel Medioriente, nel Sud Est asiatico, in Sud America e finanche in Europa. Solo tre anni fa Pechino riusciva a mediare uno storico accordo per la ripresa delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita, finalizzando con le maggiori potenze del Golfo forniture di greggio spalmate in 25 anni in cambio di investimenti per 850 miliardi di dollari. Il confronto militare che ora si è aperto nella regione ha comportato una fortissima contrazione degli scambi. Ma guardando oltre l’orizzonte, la RPC ha cercato di ovviare alle crisi geopolitiche in atto e alle scelte trumpiane in politica estera operando, per prima cosa, con la c.d. “strategia della formica”, ossia accumulando scorte in previsione di una crisi che avrebbe colpito le rotte energetiche fino a quintuplicare i quantitativi di greggio stoccato in patria (da 84.000 barili/giorno del 2024 a 430.000 barili/giorno del 2025). Ma la Cina ha pure incrementato le forniture dal Brasile, dall’Africa (Angola, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo e Libia) e persino dal Canada che sta sopperendo a quelle che, prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, provenivano dagli Stati Uniti. Sul piano politico-militare, Pechino si muove su più livelli. Esercita una fortissima pressione militare su Taiwan con attività addestrative aeronavali e terrestri, sulle aree prospicenti la Repubblica di Cina (ROC), e con quotidiane violazioni dello spazio aereo taiwanese. La scadenza del 2030, fissata dal presidente Xi per l’annessione della “provincia ribelle” si avvicina sempre più anche se l’auspicio maggiore consiste nella pacifica annessione “amministrativa”.
Dall’altro lato, va considerata l’azione di forza operata sin dal 2015 con la creazione delle isole artificiali su una decina di atolli nell’arcipelago delle Spratly, nel Mar Cinese Meridionale, e con la loro trasformazione in una base aerea. Un colpo di mano che, attraverso un uso strumentale del Diritto Internazionale, oggi consente alla RPC di rivendicare il possesso di acque territoriali in un’area marittima in cui, tra l’altro, è da anni in atto un contenzioso tra Cina, Filippine, Vietnam, Malaysia, Taiwan e Brunei. Nelle relazioni internazionali, Pechino tende a fornire l’immagine più rassicurante possibile. Smorza i toni sulle controversie internazionali, invoca il rispetto dei diritti umani di fronte agli attacchi di Israele in Libano e ai bombardamenti in Iran e sui Paesi del Golfo, ma mai un commento sulla guerra russo-ucraina. Pur sostenendo una forma di neutralità, supporta l’economia e la produzione bellica russa (componenti per droni, nitrocellulosa per esplosivi e fibra ottica) e quella iraniana (è cinese la rete digitale che ha sostituito internet, dopo le intercettazioni americane). Ma è attraverso il soft power che la Cina offre il meglio di sé. Il 25° Vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di fine estate scorsa, ha riunito oltre venti leader asiatici con, in testa, Vladimir Putin e Narendra Modi, tuttavia relegati a un ruolo ancillare, ribadendo la centralità della RPC nella guida verso un nuovo ordine mondiale multipolare, basato su un’economia non più dollaro centrica. E, poi, la penetrazione commerciale in Occidente, e in Europa in particolare, che non conosce soste, ricorrendo anche a pratiche che rasentano la soglia minima dell’ortodossia. Con lo sviluppo della BRI, la Cina è infatti padrona del Pireo e detiene, in locazione, terminali portuali a Malta, Vado Ligure, Amburgo, Rotterdam, Amsterdam, in Francia e nel Regno Unito, con la conseguenza di avere il controllo sulle attività doganali relative alle merci esportate in tali Paesi. Così, da più parti si sono sollevati sospetti su evasione di dazi e tasse. Dunque, si va profilando un confronto globale sul quale oggi pesano alcune scelte azzardate da parte americana che ne stanno mettendo sempre più in discussione coerenza, reali capacità di dialogo, consenso interno e credibilità della forza militare. La superiorità di queste ultime non è ancora in discussione, ma il loro uso spesso spregiudicato, con obiettivi, a volte, difficili da conseguire nel breve termine e, in altri casi, apparentemente privi di una strategia meditata, rischia di appannarne l’effettiva efficacia.
Per la prima volta, la partita potrebbe chiudersi a favore di Pechino con gli USA costretti a convergere su diversi dossier sensibili. Ad esempio, sulla necessità di porre fine alla guerra russo-ucraina, magari partendo dalle condizioni care a Putin per giungere a un armistizio: cessione dei territori occupati da Mosca, neutralità dell’Ucraina e progressiva eliminazione delle sanzioni. Quindi, sulla crisi in Medioriente, con il mantenimento del programma nucleare iraniano in cambio del ritorno alla normalità su Hormuz e, naturalmente, con gli ayatollah sempre alla guida del Paese.
Su Taiwan si focalizzerà tuttavia l’attenzione maggiore. Fino a quando gli Stati Uniti, oltre che a fornire armamenti a suon di miliardi di dollari, saranno disposti a impegnarsi militarmente a sua difesa? Nella corsa al primato mondiale, la Cina non è più legata al solo domino di un territorio. Ha ormai assunto la fisionomia di una potenza talassocratica con la più grande flotta mercantile del mondo. Il pericolo di una competizione potrebbe, prima o poi, far scattare la “trappola di Tucidide”, capace di infiammare il pianeta.
È quindi fondamentale un confronto, ma al momento la Casa Bianca non si trova in una netta posizione di forza e, probabilmente, alla vigilia del 15 maggio assisteremo a un nuovo rinvio dei colloqui. Tuttavia, alla fine, “questo matrimonio sarà da fare”.

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