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L’iniziativa del Rhine Group, guidata da Mario Draghi e da Patrick Collison di Stripe, è significativa per almeno due ragioni: da un lato, ribadisce e rilancia quanto indicato dal Rapporto Draghi del 2024, ossia il momento che, in un saggio di prossima pubblicazione per il “Quaderno de Il Filangieri”, ho definito come punto di rottura rispetto all’humus culturale che aveva dominato il dibattito politico europeo nei decenni precedenti; dall’altro, prende atto che a due anni da tale Rapporto troppo poco è stato fatto e, pena una ulteriore accelerazione del corso storico (guerra in Iran, investimenti dirompenti nell’AI), la posizione dell’Unione europea risulta essere ancora più precaria rispetto al 2024. Da qui la necessità, esistenziale, di una svolta.
Il 2024 rappresenta il primo passo di un cambio di paradigma in atto e segna, a parere di chi scrive, la fine del Brussels Effect, ossia la pretesa, o illusione, di plasmare il corso storico attraverso le regole. L’immagine dell’Europa come “potenza regolatoria” ha infatti sin da subito assorbito il concetto coniato da Anu Bradford nel 2012, sistematizzato poi in un volume di fine 2019 (sulla scia del mito fondativo del GDPR 2016) e preso come riferimento dalla Commissione VdL 1 (2019-2024), specie in relazione alla regolazione ambientale e digitale.
Le date, in questo senso, sono piuttosto emblematiche e il Rapporto Draghi del 2024 si inserisce come vero e proprio spartiacque intellettuale, politico e culturale (e poi anche in termini di iniziative correttive legislative).
L’importanza non deriva tanto dal rapporto in sé – diversi studiosi hanno da ben prima criticato l’Unione europea specie sul fronte dell’innovazione e della competitività – quanto dalla provenienza: ossia il fatto che sia stato firmato da uno dei protagonisti dell’establishment europeo, tra i più autorevoli esponenti di un’intera stagione tecnico-politica. Solo in questo modo il Rapporto, e di conseguenza i suoi contenuti, hanno potuto avere simile risonanza, e porsi come punto di rottura.
Difatti, a dodici anni di distanza dal primo articolo sul Brussels Effect, a cinque dal volume che lo ha sistematizzato, appena scaduto il mandato della Commissione che più ha cercato di interpretarlo (2019-2024), viene pubblicato un rapporto che espressamente pone tra i limiti della competitività europea il suo approccio (iper)regolatorio. Un tanto, sia per quanto concerne una generale tendenza alla legiferazione, sia per quanto riguarda poi il particolare approccio su ambiente e digitale a partire dagli anni Dieci del Duemila, al punto da arrivare a criticare un mostro sacro come il GDPR, inteso come esempio plastico di regolazione tale da appesantire le imprese di oneri dalla dubbia utilità, sacrificando competitività e innovazione. Se consideriamo che sino ad allora il GDPR rappresentava il vero e proprio mito fondativo dell’approccio europeo – ossia una normativa originale, con alti standard qualitativi a tutela dei consumatori, finalizzata a influenzare paesi terzi e multinazionali – è chiaro che il 2024 rappresenta la fine dell’humus culturale del Brussels Effect.
Una fine confermata e rafforzata da quest’ultima iniziativa, che nasce proprio dall’esigenza di accelerare i cambi di paradigma avviati con il 2024, non rivederli. La Commissione VdL2, sulla scia del Rapporto Draghi (che infatti è citato nei preamboli di tutti i più recenti atti europei), ha adottato una serie di misure correttive in termini di modifiche, semplificazioni, posticipazioni di tutta la normativa ambientale e digitale approvata, in modo spesso cieco e autoreferenziale, nel precedente quinquennio dalla Commissione VdL 1. Ma manca ancora la radicalità di un cambio di passo più deciso, che difficilmente può venire da una riedizione della precedente Commissione e, forse, difficilmente può venire dallo stesso Parlamento Ue, cuore del destino legislativo europeo (ossia lo sviluppo di istituzioni atte a legiferare per loro essenza). Il Rhine Group nasce e si inserisce a latere, con una importante componente di impresa: la partecipazione, oltre ad accademici e intellettuali, di esponenti del mondo tech e finanziario (tra i tanti, ION, ASML, Bending Spoons etc.) indica come vi sia una forte esigenza di svolte radicali, in grado di rilanciare la competitività, l’innovazione la produttività, in particolare nel tech, uscendo dal circolo vizioso delle regole fini a sé stesse. Ossia, in sostanza, ribaltare completamente l’approccio del Brussels Effect, di cui Commissione e Parlamento sono stati a lungo espressione.
Il volume che sistematizza il Brussels Effect è stato pubblicato tra la fine del 2019 e gli inizi del 2020, a rappresentare l’apice dell’humus culturale del mondo di ieri: l’illusione di rapporti internazionali stabili, coordinamento e risoluzione delle dispute a livello multilaterale, la regola come condizione di accesso ai mercati e strumento di potenza. L’ironia della storia ha voluto che entrasse in crisi, come paradigma, letteralmente il giorno dopo. Con il 2020 inizia la stagione delle grandi crisi e il ritorno della materialità – munizioni, atomiche, energia, fabbriche, controllo dell’AI, terre rare, filiere. E, soprattutto, della forza nelle negoziazioni: non ti esporto più energia, ti blocco l’accesso ai miei servizi tecnologici, non ti proteggo più, non ti vendo più le terre rare. Davanti a queste categorie spietate, la pretesa di plasmare il corso storico attraverso le regole è crollata come un castello di sabbia e sono riemerse, in tutta la loro drammaticità, le crepe accumulatesi negli anni nelle fondamenta concreto-materiali dell’Ue: il manifesto del Rhine Group non a caso inizia sottolineando che tra le prime cinquanta imprese tecnologiche al mondo, solo quattro sono europee. L’obiettivo è chiaro: uscire dalla stagnazione, perché se non si è in grado di costruire proprie aziende leader e filiere, non si avrà mai il controllo delle proprie infrastrutture strategiche e sociali, in cui l’intreccio tra tecnologia e quotidiano si fa sempre più stretto. Da qui, l’esigenza di ripartire dai talenti, dal mercato, dall’innovazione e dalla produttività. Un cambio di paradigma totale, che sancisce la fine del Brussels Effect e di una rendita di posizione conservativa che vedeva nella regola, e non nei nuovi mercati a monte da sviluppare, il fine.

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