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Basta ripercorrere le cronache che hanno accompagnato la fase di organizzazione delle Olimpiadi Milano Cortina 2026 per capire come attorno all’evento sportivo fosse scattata – non detta, non ammessa, non formalizzata – la consegna del silenzio. Era opportuno non dare risalto alle criticità nel faticoso percorso di avvicinamento alle due settimane olimpiche e ai dieci giorni paralimpici. Una questione di interesse e identità nazionali, accompagnata dall’imperativo categorico di fare bella figura davanti al mondo. Così si sono allineati (quasi) tutti. Sul versante politico la maggioranza governativa e anche una parte delle opposizioni, con le lodevoli eccezioni di Movimento Cinquestelle e Alleanza Verdi Sinistra, gli unici partiti che non hanno fatto finta di non vedere. Sul versante civile, all’indifferenza dell’opinione pubblica si sono contrapposte le associazioni ambientaliste e di partecipazione civica.
Ma c’è un terzo profilo di desistenza colpevole rispetto all’esercizio doveroso dell’analisi e della critica. Gli organi di informazione, a cominciare dai quotidiani e dalle emittenti nazionali, hanno evitato di porsi troppe domande. C’era da aspettarselo da quelli che sostengono la linea del governo Meloni, i quali hanno solo pontificato il successo (presunto) dei Giochi. Anche i giornali generalisti più diffusi si sono limitati alle modiche quantità del dubbio, quando era impossibile non farlo (le inchieste della Procura di Milano, i ritardi conclamati nel realizzare le strutture sportive…). Un’attenzione puntuale è venuta, ma a macchia di leopardo, solo da alcuni quotidiani locali, senza però affondare il colpo, anche se i disagi hanno riguardato le comunità locali, bacino di diffusione editoriale.
Nella maggioranza dei casi il copione è stato quello di non disturbare i manovratori, che fossero ministri, presidenti di Regione, amministratori locali, oppure gli organizzatori di Fondazione Milano Cortina, con presidente Giovanni Malagò. Anche su questo piano ci sono state voci dissonanti, come i lettori del Fatto Quotidiano e de ilfattoquotidiano.it sanno bene, avendo potuto fruire di resoconti giornalistici, analisi di documenti e di bilanci, reportage dai luoghi dove sono sorte le opere olimpiche e si sono svolte le gare. Le Olimpiadi hanno rappresentato le contraddizioni e gli interessi della politica, degli appalti, delle lobby economiche e sportive. Un quadro scandaloso che non avrebbe dovuto passare inosservato.
La consegna del silenzio ha trovato un’ulteriore conferma in questi giorni, a riprova che il tempo dell’indignazione e della questione posta dallo spreco dei soldi pubblici sembra appartenere ormai al passato. Open Olympics, la Rete civica di associazioni ambientaliste trainata da Libera, ha pubblicato il quarto rapporto di monitoraggio delle spese per l’organizzazione delle Olimpiadi e per l’attuazione del Piano olimpico approvato nel 2022 dal governo Draghi e rielaborato l’anno successivo dal governo Meloni. I dati non sono una novità per chi ha avuto la pazienza di seguire le nostre cronache, che hanno anticipato la ricerca su lavori, appalti e finanziamenti. Vederli attualizzati sei mesi dopo la conclusione dei Giochi in un documento ricco di numeri e percentuali, è una conferma agghiacciante.
Il Piano ufficiale delle opere sale a 3,62 miliardi di euro (in realtà la spesa è di quasi 5 miliardi). Formalmente metà delle opere sono state concluse (49 su 98), ma equivalgono solo al 25 per cento dei finanziamenti (980 milioni di euro). Restano incompiuti interventi che superano abbondantemente i due miliardi e mezzo di euro, pari al 75 per cento della spesa. In esecuzione ce ne sono 19, in gara 9 e in progettazione 21. Il 58 per cento della spesa riguarda interventi non ancora iniziati sei mesi dopo la fine delle gare.
La montagna di soldi non è l’unico scandalo. Ci sono anche i tempi. La vita della società pubblica Simico è stata prorogata a fine 2033: altri sette anni per mettere a terra tutti i lavori. Non è tutto. L’organizzazione dei Giochi è costata più di due miliardi, con uno sforamento del budget di oltre 600 milioni rispetto al miliardo e 400 milioni preventivato. Chi ripianerà le perdite? Il governo Meloni ha già stanziato 543 milioni di euro a favore del commissario per le Paralimpiadi dominato nell’estate 2025 con lo scopo principale di dirottare i soldi a Fondazione Milano Cortina, così da coprirne i disavanzi. Un mese fa il governo ha destinato altri 150 milioni di euro proprio per consentire “l’equilibrio di bilancio” di una società “privata”, anche se è costituita da soci pubblici, ha usufruito di finanziamenti statali per quasi 700 milioni di euro e ha potuto agire negli appalti senza seguire le regole di trasparenza della pubblica amministrazione. Se non basterà ci dovranno pensare Regione Lombardia, Province autonome di Trento e Bolzano, Comuni di Milano e Cortina.
Cosa c’entrano i giornali? La rassegna-stampa del giorno dopo la pubblicazione del Rapporto di Open Olympics è avvilente. Sono stati scritti alcune decine di articoli, ma perlopiù su organi d’informazione locale. Nessun giornale nazionale (con l’esclusione di “Avvenire”) ha pubblicato alcunché. Non i giornali economici, né quelli sportivi, né i principali quotidiani italiani. I nomi indovinateli voi. È come se sprechi ed extracosti, ritardi e incompiute, promesse non mantenute e opere sbagliate non meritassero di essere menzionati. La denuncia di Open Olympics è così evaporata. E con essa anche il racconto dello scandalo delle insostenibili Olimpiadi italiane.
L'articolo Il rapporto Open Olympics su sprechi e ritardi di Milano-Cortina per i grandi giornali non esiste proviene da Il Fatto Quotidiano.




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