Il premio Nobel a Navi Pillay è un messaggio chiaro a Washington, Mosca, Pechino e Tel Aviv

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Il Premio Nobel per la Pace 2026 assegnato alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay per i suoi sforzi decennali nella promozione della pace e del diritto internazionale, in altri tempi sarebbe stato salutato come il riconoscimento naturale ad una carriera a sostegno dei diritti umani, della giustizia sovranazionale e della cooperazione internazionale. Oggi, invece, sembra invece una dichiarazione politica a sostegno del diritto internazionale. Come sappiamo, oggi i CV di peso come il suo non mettono al riparo dal distruttismo della destra globale e dei movimenti centristi radicalizzati: l’ICC e l’ONU, soprattutto per la questione in Medio Oriente sono trattati come bad companies delle quali sbarazzarsi il prima possibile. O per dirla come Trump: un tribunale diabolico, illegittimo che va distrutto.

Per questo, la decisione del Comitato per il Nobel sembra davvero un manifesto politico: la Pillay ha avuto esperienza nel Tribunale per il Ruanda, come Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ed ex giudice della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia (qui il suo ritratto, ndr). Ma soprattutto, ha presieduto la Commissione d’Inchiesta Indipendente dell’ONU sui Territori Occupati e Israele che ha concluso come a Gaza sia in corso un genocidio.

Stiamo vivendo un’epoca in cui le architetture del multilateralismo appaiono sempre più fragili, tra guerre di logoramento, veti incrociati al Consiglio di Sicurezza ONU e leader mondiali che vogliono smantellare le istituzioni internazionali e per questo motivo il Comitato Nobel ha voluto inviare un segnale d’allarme. Premiare Navi Pillay significa affermare che non può esserci pace duratura senza il rispetto delle regole condivise. Il messaggio a Washington, Mosca, Pechino e Tel Aviv è univoco: il diritto penale e umanitario non è un optional piegabile alle convenienze geopolitiche del momento.

Anche la Pillay ha attirato sulla sua figura le critiche del governo israeliano e di parte della diplomazia statunitense, che la accusano da tempo di parzialità e “bias” anti-israeliano. Per una fetta consistente del mondo politico occidentale, la scelta del Comitato Nobel non viene letta come un premio super partes, ma come una presa di posizione politica all’interno di un conflitto ancora caldissimo e dopotutto il Comitato si è trovato di fronte a un bivio: scegliere una figura “sicura” per evitare polemiche, oppure premiare chi incarna l’applicazione rigorosa del diritto, accettando le inevitabili reazioni che non tarderanno ad arrivare.

Questo Nobel mostra soprattutto una cosa: anche un’istituzione autorevole e in principio fuori dalle polemiche politiche, oggi, non può non schierarsi. E in questo caso, la scelta era tutt’altro che scontata.

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