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“Allora perché non ospiti un migrante a casa tua?”. Detto, fatto. Davide (Alessandro Borghi), il protagonista del film Nessun dolore, film diretto da Gianni Amelio, Fuori Concorso a Venezia 83, fa quello che veniva provocatoriamente chiesto in tv dalle Iene ad Alessandro Gassman. E non un(a) migrante soltanto, modello Mazzacurati: ma anche i vecchi genitori, i nonni, il fratello, amici, conoscenti, fino a stipare inverosimilmente l’appartamento di ingrugniti stranieri.
Ovvio, Nessun dolore non è una commedia francese contemporanea dove si ride su stereotipi e luoghi comuni progressisti ed immigrazionisti. Bensì una delle classiche opere minimaliste, tragicodolenti, dal tipico Amelio touch, carica di sguardi silenziosi, sospensioni di senso e di tempo, e qui pure di un ricorrente singulto del protagonista.
Davide è un curato educato trentenne venditore di libri usati in una baracchina di una piazza romana. Quando la docente universitaria Elsa (Valeria Golino), una delle sue abituali clienti nonché fornitrice gratuita di volumi da rivendere, si offre di stare mezz’ora al banco per consentire a Davide di pranzare, in pochi istanti il libraio finisce travolto in un gorgo di drammatici micro eventi: un migrante spinge il proprio bambino ad affidarsi a Davide, il bambino pedinerà il libraio che prima gli offre da mangiare, poi dei soldi, infine nell’allontanarlo lo fa finire involontariamente in mezzo a una strada dove viene travolto da un motorino.
L’accadimento sconvolge talmente Davide prima spingendolo ad una lunga veglia ospedaliera del bimbo finito tra la vita e la morte, poi ad invitare a dormire a casa una migrante respinta proprio dall’atrio dell’ospedale. Così mentre il bimbo spirerà, la casa di Davide si riempirà di migranti senza che lui possa provare un vero desiderio di reagire. Pur non raccontando nulla ad Elsa, con cui sfiora un attimo di romantica reciproca attrazione, l’accumularsi di presenze in casa lo porterà ad essere arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione.
La parabola francescana dell’uomo che si spoglia letteralmente di ogni bene per lasciarlo al prossimo, di una figura di fantasma (vende libri che nessuno compra) tra una pletora di figure invisibili (la proliferazione di immigrati è ad ogni angolo di film), slitta da una sorta di tradizionale ameliano neorealismo ad un astrattismo metaforico con qualche brusco gradino, più politicamente provocatorio che organico al testo. Il Davide di Nessun dolore è una sorta di Albanese/Antonio Pane di L’intrepido fuso nel poetico dissolvimento esistenziale del carabiniere Lo Verso di Il ladro di bambini, là dove la fuga dalla realtà si fa pacifica interiorizzazione di una latente inconscia involontaria trasformazione. In una Roma livida, inusuale, più mitteleuropea che mediterranea, autenticamente sprovincializzata, Amelio continua a mostrare che tra gli over 80 del cinema italiano è quello a cui scorre ancora parecchio cinema nelle vene, che non perde l’abitudine del filmare, del costruire la scena, mai un’inquadratura uguale all’altra, mai un campo e controcampo che si somigliano, con la trovata di quel baracchino chiuso per pioggia con i due amanti isolati abbracciati stretti in mezzo al brulicare del mondo che fa venire i brividi
Poi certo, chiaro, la casa zeppa di chiassosi, ingombranti, perfino un po’ truci migranti farà discutere direttamente sulle colonne del commento politico. Anche se Nessun dolore, rimanendo magari lontani o non condividendone l’approccio umanistico, rimane il film di un vecchio leone che ancora non ha abdicato alla poesia dell’immagine cinema. Colonna sonora con Madame e Ornella Vanoni.
L'articolo Il migrante a casa e la poesia dell’immagine: Nessun dolore di Gianni Amelio tra umanismo e provocazione al Festival di Venezia proviene da Il Fatto Quotidiano.





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