Il lato più inquieto di Nanni Moretti: quando Michele Apicella diventò il ritratto di un’Italia smarrita

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Tra gli scarabocchi giovanili (Ecce bombo) e i macigni simbolico-politici della maturità (Palombella rossa), Nanni Moretti girò i suoi due film più inquieti, disperati, perfino stilisticamente meritevoli. Bianca e La messa è finita – in sala a macchia di leopardo dal 25 maggio al 7 giugno 2026 grazie a Cat People – sono come le tradizionali due facce della stessa medaglia. L’angoscia e il disadattamento morettiano trovano il loro sincero, assoluto, intonso apice nel giro di un paio d’anni, tra il 1984 e il 1985, nel prisma feroce, isterico, ironicamente tagliente di Michele Apicella/Don Giulio.

Chi li ha già visti all’epoca ricorderà soprattutto l’enorme vaso di Nutella che Michele aggredisce tutto nudo per placare una profonda, metaforica ansia individuale. Chi non li ha mai visti recupererà perfino un Moretti attore che si impegna, che intensifica con giudizio l’umoralità dei suoi personaggi, che invade narcisisticamente lo schermo ma ancora con una fragile dolcezza che poi lentamente sparirà (all’incirca da Caro diario in avanti).

Bianca è il film che sembra persino avere una trama (gialla). Il compunto, strano professore di matematica Michele Apicella, presunto omicida, pedinato da un commissario invadente ante litteram, amante e collezionista di scarpe, racchiuso tra le mura del liceo Marilyn Monroe e la celebre frase “non mi piacciono gli altri”, è un personaggio finemente surreale dentro un contesto spesso grottesco contro il quale sbatte come una mosca dentro un bicchiere. Moretti fa vibrare il suo Michele, vestito con una giacca azzurro carta da zucchero mai più vista al cinema (e nel mondo), tra la ricerca di un sentimento d’amore assoluto e la fastidiosa ovvietà di un qualunque compromesso.

Tempo un anno e il Moretti/Apicella che in Bianca ha perfino capelli, baffi e barba rosso-arancioni diventa il suo (pardon) contraltare: quel Don Giulio con la riga in mezzo ai capelli, dal viso implume, dall’abito talare castigato. Don Giulio torna da un’isola lontana a prestare servizio a Roma, in una parrocchia di borgata che in alcuni momenti pare avere aule come quelle del liceo Monroe. Don Giulio ha però le stesse identiche idiosincrasie del professore Michele in Bianca, compresa l’ossessione per la tenuta di coppia di amici e conoscenti, la reiterazione dei tormentoni su figli e matrimoni, una stucchevole, disperata indignazione moralista verso il prossimo.

E se Michele Apicella in Bianca si fa arrestare senza perdere la sua aguzza e stramba integrità individuale, Don Giulio è l’emblema dell’impotenza persino verso i propri genitori e familiari, attenuata dal flebile finale del ballo delle coppie in chiesa sulle note di Ritornerai.

Le apparizioni cult non si contano: da Remo Remotti (Siro Siri) in Bianca allo strafottente Marco Messeri in La messa è finita, passando per la Bianca/Laura Morante forse mai più così intrinsecamente sexy (con buona pace del Salvatores di Turné) fino all’immortale Ferruccio De Ceresa, papà di Don Giulio. Un cenno a qualche vezzo stilistico che poi in Moretti diventerà pratica sempre più rara e sempre più enfatica. In Bianca, ad esempio, Moretti gira una sequenza che deve essergli costata mesi di vita: quella della doppia carrellata di Apicella che vede Bianca dal pullman (e viceversa), a cui segue un fuoricampo da far paura, con Bianca che scompare da dietro al pullman quando sembrava già raggiunta.

L'articolo Il lato più inquieto di Nanni Moretti: quando Michele Apicella diventò il ritratto di un’Italia smarrita proviene da Il Fatto Quotidiano.

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