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Il lancio in orbita di Spectrum, il razzo della tedesca Isar Aerospace, segna la prima volta in cui una società spaziale privata europea sviluppa e realizza un lanciatore orbitale al di fuori dell’ecosistema dell’Agenzia spaziale europea. Un punto di svolta per lo spazio europeo o l’inizio di un’altra spinta alla frammentazione? Airpress ne ha parlato con Marcello Spagnulo, ingegnere ed esperto aerospaziale.
Due giorni fa Spectrum, il razzo di Isar Aerospace, è partito dalla Norvegia e ha raggiunto l’orbita. Si tratta della prima volta per un’azienda privata europea. Che ne pensa?
Credo che sia uno sviluppo importante, d’altronde è la prima volta che una società aerospaziale privata nasce, sviluppa e realizza un lanciatore orbitale completamente al di fuori dell’ecosistema dell’Agenzia spaziale europea. Ed è un fattore particolarmente importante e significativo, perché parliamo di una società del tutto nuova, cresciuta fuori dai canali istituzionali a cui siamo abituati quando pensiamo allo sviluppo dei lanciatori in Europa, un settore che finora ha conosciuto attori consolidati da decenni, e non start-up capaci di arrivare in orbita nel giro di pochi anni.
Parliamo allora dell’origine di questa new entry. Come nasce Isar Aerospace?
L’origine di questa società è interessante da capire, perché ci aiuta a comprendere come funziona il nostro sistema, e come potrebbe funzionare meglio. Isar nasce nel 2018 su iniziativa di tre giovani ricercatori dell’Istituto di tecnologia aerospaziale dell’università di Monaco che erano appena usciti dall’accademia con un’idea e un progetto. Con questo progetto si sono presentati al Bic (Business incubator center) dell’Esa a Monaco, ricevendo un finanziamento seed di circa 50mila euro. Poi (quasi subito in realtà) sono entrati in gioco i fondi privati, a cui Isar si è affidata per i finanziamenti successivi. L’ironia della sorte è che questi ragazzi sono partiti con un piccolo supporto di un incubatore Esa su base nazionale, ma poi non hanno continuato a chiedere fondi all’Esa o alla Commissione europea, preferendo rivolgersi direttamente al mercato dei capitali privati.
Come ha fatto un team così giovane ad arrivare in orbita in questi tempi record?
I ragazzi che hanno sviluppato questo razzo hanno tutta la mia ammirazione, perché hanno cercato un giusto compromesso tra semplicità progettuale, realizzativa, e complessità del sistema. Hanno deciso di creare motori piccoli: il primo stadio è composto da nove motori tutti uguali, e più il motore è piccolo più è gestibile la complessità progettuale e operativa. Il motore del secondo stadio è sostanzialmente lo stesso motore, con le differenze necessarie per funzionare nel vuoto, come un ugello più grande e un rapporto di espansione maggiore. È una scelta analoga a quella di SpaceX: un motore unico per tutto il razzo. Hanno poi scelto un ciclo di combustione a generatore di gas che prende una parte del gas generato e lo usa per alimentare una turbina, mentre i motori più performanti a cui siamo abituati usano cicli più complessi. Ma va detto che, all’inizio, anche SpaceX ha optato per soluzioni simili. Ci sono poi un’altra serie di accortezze intelligenti, dalla stampa in 3D di molte parti del motore alla struttura stessa del lanciatore, che è in fibra di carbonio e risulta molto più leggera delle abituali leghe di alluminio utilizzate per i razzi spaziali. Anche questo dimostra che non servono impianti produttivi faraonici per realizzare prodotti tecnologicamente performanti. In fondo, è la stessa logica che applicano Musk e i cinesi: fare cose tecnologicamente buone, piccole e performanti, con un processo di scala interessante.
Pensa che questo modello possa applicarsi anche al grande tema della riutilizzabilità?
Penso assolutamente di sì, e credo che la riutilizzabilità sia nell’orizzonte di questo tipo di aziende. Non mi stupirei se prima o poi il tema venisse affrontato con la stessa logica con cui hanno affrontato gli altri processi, ottenendo successo. Non so se, in questo caso specifico, ad Isar si sono ispirati direttamente a SpaceX, ma hanno comunque provato a fare le cose con il loro stile, ed è quello che porta poi l’innovazione. Sono abbastanza convinto che il tema della riutilizzabilità entrerà in gioco per queste aziende (non c’è solo Isar, ma anche la tedesca Rfa e la spagnola Pld, altra realtà che potrebbe lanciare un razzo orbitale molto presto) nel momento in cui si sentiranno più confortate dai propri successi tecnologici.
Guardando al panorama europeo, chi le sembra più promettente?
Se guardiamo alla European launcher challenge dell’Esa, abbiamo le tre tedesche (Isar, Rfa e Hympulse), la spagnola Pld, l’inglese Orbex (che è fallita) e la francese MaiaSpace, che però non ha ancora realizzato un prodotto vero e proprio. Io vedrei oggi come secondo attore la società spagnola Pld, che sviluppa il Miura e che ha già effettuato un lancio suborbitale di successo, mentre si prepara a quello orbitale. Anche in questo caso, l’origine è simile: idee di ragazzi giovani usciti dall’accademia, sostenuti su base nazionale e poi privata. Sia per Isar sia per Pld, se si fa il bilancio del contributo europeo dell’Esa, si tratta di una frazione percentuale rispetto al costo di sviluppo complessivo. Questo significa che è possibile realizzare lanciatori e satelliti anche in questo modo, anche in Europa. E per i grandi prime contractor che hanno detenuto finora il monopolio dei lanciatori e dei satelliti, è chiaramente un segnale d’attenzione. Se un giorno uno di questi lanciatori entrerà sul mercato a prezzi competitivi rispetto a quelli sviluppati in ambito Esa, molte cose potrebbero cambiare.
Un altro elemento tecnico interessante riguarda il sito di lancio, Isar infatti ha sfidato l’idea che si debba lanciare necessariamente dall’equatore
Assolutamente sì. Tecnicamente, se si lancia dalla Norvegia si privilegiano orbite ad elevata inclinazione, ma Isar sta già cercando anche altri siti di lancio e li ha in parte trovati, visto che ora ha un accordo con il Canada. E non sono escluse altre sorprese, come un futuro in cui Isar chieda di installare una rampa altrove per lanciare su orbite equatoriali, così come gli spagnoli di Pld stanno già facendo nella Guyana francese. Alla fine è un fatto positivo, quantomeno nelle intenzioni di un asset europeo condiviso. Credo che si andrà verso una pluralità di siti di lancio anche per motivi di sicurezza e ridondanza, il che garantisce flessibilità operativa. E se anche razzi e satelliti diventano prodotti di serie, serviranno strutture analoghe, distribuite sul territorio.
Passiamo alla politica industriale. Perché una storia come quella di Isar nasce proprio in Germania?
Avviene perché c’è una coincidenza di interessi economici e politici. Questi ragazzi avevano delle idee e si trovavano in un Paese, la Germania, che dal 2010 afferma pubblicamente di voler sviluppare una propria strategia nazionale spaziale, creando così un terreno fertile per la crescita di realtà come questa. Qui c’è una differenza rispetto al resto d’Europa: se pubblichi una strategia spaziale, questa deve essere seguita da una politica industriale coerente. Il caso Isar non è isolato e racconta la storia di una società che propone un’idea innovativa in una nazione che vuole sviluppare un certo tipo di politica industriale, perché ha una strategia e ha anche i soldi per attuarla. La liquidità tedesca, però, non copre da sola la totalità degli investimenti di sviluppo di Isar e l’azienda si basa molto sui capitali privati. E perché i venture capital danno fiducia e finanziano? Perché sanno che dietro c’è una politica industriale e un governo, quindi se l’azienda avrà successo non sarà lasciata a sé stessa, ma avrà un mercato interno con commesse inserite in una strategia più ampia.
Come europei, cosa dovrebbe farci capire tutto questo sull’evoluzione dell’industria spaziale?
A mio avviso, questo sviluppo ci segnala che ciò che eminenti esponenti politici e accademici definiscono come “perdita di competitività dell’Europa” sia invece una situazione non così irreversibile. Il caso Isar dimostra che le capacità innovative in Europa esistono e che, se non vengono ingabbiate in strutture burocratiche e schematiche ma rispondono a una vera politica industriale e a una vera strategia, allora anche qui si possono fare le cose che vediamo fare in America o in Cina. Quello che ci dice, fondamentalmente, è che dobbiamo chiederci se le strutture europee che abbiamo costruito finora, e che ci hanno permesso di ottenere grandi successi, siano ancora adeguate ai tempi moderni. Non è una critica negativa, ma costruttiva: le cose cambiano e il mondo evolve. Se questa società in sei-sette anni ha sviluppato ciò che aziende molto più grandi in ambito Esa realizzano con molti più soldi e più tempo, la domanda deve essere posta. Per questo sorrido quando sento parlare di questo come di un successo di sovranità europea. È senz’altro un successo di capacità e innovazione europea, ma che si fonda su una base nazionale e di politica industriale nazionale, in questo caso tedesca.
Nei prossimi giorni è atteso il primo summit spaziale internazionale di Parigi, che però ha appena registrato il forfait di Friedrich Merz. Come vede l’evoluzione del contesto europeo, sarà rincorsa alla competizione tra ecosistemi nazionali o ci sono segnali di una cooperazione più strutturata?
Una risposta definitiva non ce l’ho. Quello che posso dire è che questi sono segnali di come la situazione in Europa, e nel resto del mondo, sia cambiata. Non possiamo più guardare al settore spaziale con categorie del secolo scorso, il mondo va in un’altra direzione, e se qualche Stato europeo l’ha già capito, lo sta mettendo in pratica. Non è con un summit deciso solo pochi mesi fa che si mettono a posto le cose. Un vertice di questo tipo lo si organizza se c’è un obiettivo e una necessità condivisi e se gran parte degli Stati del mondo li sentono come propri, non se una singola nazione decide di convocarlo. Mi aspetto che da questo summit francese emerga la necessità, in ambito europeo, di una seria riflessione al livello di capi di Stato e di governo su come reimpostare una politica cooperativa per lo spazio in Europa. Il tema, al di là del fatto di cronaca, è che tra Francia e Germania è in atto un divorzio non solo politico ma anche industriale e strategico, visibile in diversi settori. E il caso Isar è proprio una spia di questo fenomeno.
C’è un dossier in particolare che può fungere da cartina di tornasole per capire se l’Europa sta facendo questo passaggio, e come?
Il problema è che ce n’è più di uno. Il primo è sicuramente l’accesso allo spazio, come abbiamo visto. Il secondo è Iris², il futuro sistema di comunicazione satellitare europeo: anche lì c’è una divergenza notevole, perché i tedeschi vogliono sviluppare un proprio sistema e se la Commissione vorrà realizzare Iris², ci parteciperanno a patto che alle loro aziende venga garantito un adeguato ritorno industriale. Il terzo tema, non ultimo per importanza, è quello dell’esplorazione. In questo summit si dovrebbe discutere anche di cosa vuole fare l’Europa quando non ci sarà più la Stazione spaziale internazionale e, auspicabilmente, ci saranno le stazioni private commerciali. In altre parole, come e dove mandare i nostri astronauti nello spazio. Da questo summit non mi aspetto grandi novità, perché non vedo una convergenza di strategia a livello europeo.

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