Il generale riluttante. Come il presidente del Libano pensa di salvare il suo Paese

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Fedele all’abito che non indossa più, ma che ha indossato per tantissimi anni, il Presidente della Repubblica libanese, l’ex capo dell’esercito libanese, Joseph Aoun, non è uomo incline a rilasciare interviste. Dopo il fallimento del suo tentativo di far decollare in Libano un difficile e soffertissimo “cessate-il-fuoco asimmetrico” con Israele, ha deciso di farlo, e ha rilasciato un’intervista alla Cnn.

Il punto di partenza è stata la risposta al ministro degli Esteri iraniano, per il quale “il destino della guerra tra Iran e Stati Uniti non è separato dalla lotta in corso in Libano”. Aoun ha respinto in toto questa affermazione, affermando: “I nostri figli vengono uccisi, le nostre case vengono distrutte. Gli iraniani usano il Libano come carta negoziale con gli Stati Uniti. Questo è inaccettabile”.

Quindi, rivolgendosi ai pasdaran (che secondo il governo libanese guiderebbero le operazioni miliziane di Hezbollah) ha aggiunto: “Questo non è il vostro Paese, voi non dovete immischiarvi nelle cose di questo Paese, voi non state cercando di aiutarci. Il nostro popolo sta pagando il prezzo per i vostri interessi”. Quindi rivolgendosi a Hezbollah, il partito libanese legato ai pasdaran iraniani, ha cambiato tono, sostenendo che devono capire che il solo modo per salvare ciò che rimane del Libano è sedersi e negoziare la pace, attraverso la diplomazia. Ha alzato di nuovo la voce quando gli è stato chiesto del rifiuto da parte del leader di Hezbollah dei termini del cessate il fuoco negoziati dai suoi delegati con quelli del governo israeliano. Rivolgendosi al leader di Hezbollah direttamente ha detto: “Il nostro popolo non è tuo”. Riferendosi a famiglie decimate dagli attacchi israeliani ha aggiunto: “Non sono proprietà di Naim Qassem”, il leader di Hezbollah. Per Joseph Aoun, i libanesi confiderebbero in lui per porre termine alla guerra.

Quindi si è rivolto agli israeliani: “Non ne avete a sufficienza della guerra dal ’48 ad oggi? Volete davvero vivere in pace? Se è così sediamoci e parliamone”. Ma tra le tante parole pronunciate al riguardo, quelle che maggiormente colpiscono sono queste: “Possono radere al suolo l’intero Paese, distruggerlo, invaderlo, ma non raggiungeranno mai i loro obiettivi”. Lo stesso vale per Hezbollah: “Possono trascinare il Paese intero in una guerra prolungata, ma anche loro non raggiungeranno mai il loro obiettivo”. È ora per entrambi di sedere al tavolo negoziale, a suo avviso. “Il mio compito, ha detto rivolgendosi all’audience libanese, è salvare il Paese e sono determinato a farlo. Quando c’è la volontà, c’è sempre una strada”.

Il Presidente del Libano non è un nome di spicco dell’agone politico mondiale, storicamente è stato spesso considerato un burocrate di periferia, un passacarte, una figura che porta il Libano in un campo o nell’altro della contesa mediorientale, o di quella araba. Joseph Aoun con questa intervista ha tentato di dire che lo Stato che preside esiste.

Come è noto la sua elezione in Parlamento, all’inizio del 2025, non ebbe i voti necessari per raggiungere il quorum, e il generale incontrò riservatamente i leader di Hezbollah, poi il consenso in aula salì e al secondo scrutinio fu eletto. Questo ha fatto ritenere a molti che una qualche intesa fu raggiunta tra il generale e i capi del partito di Dio. Già nel suo primo discorso, appena eletto, però fu chiarissimo nel rivendicare allo Stato il monopolio delle armi su tutto il territorio nazionale. E Hezbollah accettò alcune confische dei suoi depositi di armi, si è detto depositi importanti.

Poi il meccanismo si è inceppato. Aoun, ottenendo altre confische, chiese all’inviato statunitense, Tom Barrack, un miliardario amico di Trump, di far pesare questi risultati con Israele per ottenere che, come lui stava procedendo verso l’attuazione degli accordi sul disarmo di Hezbollah, così loro procedessero sul pieno ritiro dal Libano, dove invece conservavano, dalla fine della guerra del 2024, cinque avamposti militari, mentre l’accordo prevedeva un ritiro completo. Barrack lo fece, ma non ottenne risultati. Questo fu usato da Hezbollah per sospendere la consegna degli armamenti.

Cosa pensi, come intenda procedere il Presidente, soprattutto con Hezbollah, non è chiarissimo. Il disarmo è un impegno al quale non può rinunciare essendo la cifra della sua presidenza. Vede di qui l’inizio del cammino che può ridare efficacia e vita allo Stato libanese. Ce ne potrebbero essere altri? Molti lo dicono, ma per Aoun è questo il primo nodo da sciogliere. Sembra evidente. Forse pensa, ipotizzano alcuni, al modello irlandese, quando al termine di un negoziato politico di anni l’Ira consegnò le armi senza scontri, senza sparatorie. Si può sostenere che, almeno sin qui, lui non ha condiviso l’idea di un’azione basata sulla forza da parte dell’esercito, un disarmo coatto.

Quale sia la sua road map non è noto, si può desumere qualcosa da quanto fa, propone, prospetta. Oggi vede però il suo Paese frantumarsi, il sud in macerie, un milione di profughi, e alcuni giornalisti libanesi scrivono in queste ore che il suo negoziatore a Washington, durante i colloqui con gli israeliani, sarebbe stato più volto sul punto di andarsene. L’intervista rende evidente che il presidente pone un problema politico anche a Israele.

Quello che sembra improbabile è che Aoun condivida la strada prospettata da un nome di punta della politica libanese, Walid Jounblatt. Lui, oltre a favorire il disarmo di Hezbollah ma non coatto, cioè non con la forza, ora aggiunge che al tavolo negoziale bisognerebbe aggiungere anche l’Iran, cioè il riferimento politico di Hezbollah. Questa strada non sembra quella che appare emergere dal discorso del Presidente, come anche da questa intervista. Qui si vede da una parte la richiesta a Israele di cambiare la propria strategia di sicurezza, che non la produrrà, e a Hezbollah di far prevalere l’elemento libanese, nazionale. Questo mi sembra il punto di un leader nella difficoltà della storia, ma del quale è giusto parlare, perché comunque sembra voler affermare, nonostante la difficoltà e sofferenza per i passi da compiere, che il suo Paese esiste. Pur essendo chiaramente nella tormenta.

Gli altri protagonisti vengono sempre citati, giustamente: anche questa intervista sembra dire cose importanti. Anche questo può essere un modo per affermare la propria esistenza.

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