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AGI - Una madre che racconta di un figlio chiuso nella sua stanza. Una donna separata che dice di non credere più nella coppia. Per Cristina Berrettini, antropologa e consulente familiare, non sono due storie diverse. Sono due manifestazioni dello stesso fenomeno: una cultura che ha trasferito sulle famiglie, sulle relazioni e sui ragazzi un peso che un tempo veniva sostenuto da reti più ampie, comunità, riti collettivi, strutture sociali.
Berrettini, che lavora a Roma con famiglie, coppie e adolescenti, ha maturato questa lettura anche dopo aver ascoltato Massimo Recalcati al Festival delle Idee di Roma. “Lui parlava di ragazzi che spariscono. Io pensavo alle coppie che arrivano nel mio studio. E ho capito che stavo ascoltando la stessa storia raccontata da età diverse”, spiega.
Che rapporto c’è tra disagio giovanile e crisi della coppia?
“Per anni li ho considerati due problemi distinti. Poi ho capito che non stavo lavorando su due emergenze separate. Stavo ascoltando due generazioni che cedevano sotto lo stesso peso. Il disagio giovanile e il collasso della coppia non sono due sintomi diversi: sono lo stesso sintomo, visto a età diverse”.
Da dove nasce questo peso?
“Da una cultura che ha trasformato il fallimento in colpa. Alain de Botton lo spiega molto bene in Status Anxiety: nelle società meritocratiche, l’idea che ciascuno possa farcela se lo merita ha un rovescio inevitabile. Chi non ce la fa, se lo merita e nel fallimento non sono più contemplati la sfortuna, il limite umano o evento della vita, ma solo la colpa personale. E questa logica entra nelle case, nei rapporti, nella relazione con i figli”.
Come passa questa ansia dai genitori ai figli?
“'Nel pensiero di Winnicott emerge una domanda fondamentale del bambino: sono amato anche quando fallisco? Il punto è che il genitore non trasmette intenzionalmente ansia da prestazione. La trasmette perché ci vive dentro. La cultura meritocratica diventa il mare in cui nuota. Il figlio riceve il messaggio anche se nessuno lo esplicita”.
È qui che nasce il ritiro sociale?
“In parte sì. Recalcati descrive due risposte possibili. Alcuni ragazzi reagiscono con l’iperperformance: visibilità a tutti i costi, godimento senza freni, eccesso. Altri fanno l’opposto: spariscono. Diventano invisibili, escono dalla scena. La cosa più controcorrente, e per me più importante, è questa: non sempre è fragilità. A volte è una risposta adattiva. In un sistema in cui o vinci o sei in colpa, scomparire può diventare la risposta più sensata disponibile”.
E la coppia dove si colloca in questa dinamica?
“A monte. Esther Perel ha mostrato come il matrimonio sia cambiato storicamente. Prima era un’alleanza economica, poi un legame affettivo. Oggi è diventato un progetto identitario totale. Chiediamo a una sola persona di essere stabilità emotiva, specchio intellettuale, sostegno psicologico, conferma di chi siamo e promessa di chi vogliamo diventare. È un carico enorme. Nessuna coppia nella storia umana era stata costruita per reggere tutto questo da sola”.
Quindi molte coppie non finiscono perché manca l’amore?
“Esatto. Nel mio lavoro vedo coppie che non hanno smesso di amarsi. Si sono semplicemente esaurite. Vedo genitori che amano profondamente i figli e, senza accorgersene, trasmettono loro l’ansia che li consuma. E vedo adolescenti che non sono fragili: sono testimoni lucidissimi di un sistema che ha chiesto troppo alle persone sbagliate”.
Che cosa accomuna adulti e ragazzi quando arrivano da lei?
“Si scusano. Gli adulti si scusano per come è andata la relazione. I ragazzi si scusano per come stanno. Il primo lavoro che faccio è togliere loro quella scusa di mano. Non perché siano senza responsabilità, ma perché quella colpa spesso non appartiene interamente a loro. Il mio sguardo antropologico mi permette di fare un passo indietro rispetto alla singola storia: prima di chiedermi cosa non funziona in questa persona, mi chiedo in quale sistema questa persona si trova a vivere. È una differenza di metodo che in consulenza cambia tutto”.
Perché continuiamo a leggere questi fenomeni separatamente?
“Perché è più semplice. Abbiamo convegni sul disagio giovanile e convegni sulla crisi della coppia. Politiche per la famiglia e politiche per la salute mentale degli adolescenti. Ma finché li tratteremo come problemi distinti, continueremo a rattoppare i sintomi senza toccare la causa”.
Qual è, allora, la causa?
“Non è che le persone siano diventate più fragili. È che abbiamo smantellato le strutture che reggevano il peso, e poi ci siamo stupiti quando le persone hanno cominciato a cadere. Il filo che unisce il disagio dei figli e il collasso delle coppie non è la fragilità individuale. È una cultura che ha trasformato ogni momento della vita in una performance da valutare”.
Esiste una soluzione?
“La risposta onesta è che non esiste una soluzione individuale a un problema strutturale. Il reset, se arriva, arriva attraverso comunità e nuovi riti collettivi. Non riti come decorazione culturale, ma nella loro funzione originaria: momenti in cui una persona viene accompagnata attraverso una soglia senza dover dimostrare nulla”.
Da dove si può ripartire?
“Dalla consapevolezza. Non basta, ma è già un inizio. Capire che non tutto il dolore individuale nasce da una colpa individuale cambia il modo in cui guardiamo i figli, le coppie, le famiglie. E forse anche il modo in cui proviamo a ricostruire quello che abbiamo lasciato cadere”.







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