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Il sostegno degli Stati Uniti di Donald Trump a Benjamin Netanyahu, questa volta, ha un prezzo: fuori gli estremisti dal prossimo governo. Così, però, col premier uscente che ha già escluso qualsiasi possibile alleanza con la folta rappresentanza dei partiti arabi, che a scrutinio ancora in corso pesa tra i 17 e i 19 seggi alla Knesset, l’unica alternativa di rimanere in carica per il primo ministro è quella di farsi accettare dal gruppone d’opposizione del Change Bloc nato, però, con uno scopo preciso: cacciare Benjamin Netanyahu dal governo.
A riportare la posizione del presidente americano, mai espressa pubblicamente, è stato il portale Ynet che cita fonti vicine al capo della Casa Bianca. Secondo queste fonti, Trump non vuole che del prossimo esecutivo faccia parte di nuovo Itamar Ben-Gvir, volto più estremo della destra israeliana, colui che ha spinto Netanyahu, con la minaccia della crisi di governo, a supportare le politiche più radicali. La presenza del leader di Otzma Yehudit in un futuro governo “non è un’opzione”, dicono le fonti, e probabilmente nemmeno quella del leader di Sionismo Religioso, Bezalel Smotrich.
Sottolineando i propri meriti a scrutini ancora in corso, Trump starebbe quindi ricordando al premier israeliano i termini del loro accordo. Un accordo che ha come tema centrale ovviamente la guerra all’Iran. Un conflitto che il leader di Tel Aviv vuole riprendere il prima possibile, mentre a Washington si cerca una via d’uscita che porti a una graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e un conseguente ribilanciamento dei prezzi del petrolio. Secondo Ynet, i due leader hanno già stabilito la timeline: pieno impegno da parte di entrambi i governi durante il primo dei due anni rimanenti del mandato di Trump, cercando di porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio 2026. Durante il secondo anno si svilupperanno gli sforzi per portare avanti gli Accordi di Abramo, sui quali il presidente americano punta.
Ed è partendo da questo punto che si devono analizzare le possibili vie d’uscita per Netanyahu, sempre che non voglia andare allo scontro col suo principale alleato. Un’alleanza con i partiti arabi, come anche lui ha garantito, è totalmente da escludere. Se così stanno le cose, il premier uscente per poter governare dovrebbe trovare alleati altrove. Una delle strade percorribili è quella di cercare di dividere l’opposizione andando a stuzzicare le ambizioni degli esponenti di estrema destra che ne fanno parte. Tra questi, il profilo più interessante è quello dell’ultranazionalista sostenitore delle colonie, Avigdor Lieberman. I seggi del leader di Israel Beitenu potrebbero bastare per ottenere la maggioranza assoluta di 61 che consente di governare alla Knesset. Ma questo non rispetterebbe il diktat imposto da Trump: fuori Ben-Gvir (e Smotrich?) dall’esecutivo. Per soddisfare questa richiesta, la strada davanti a Netanyahu rimane una sola: convincere l’opposizione che un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich, sia la soluzione migliore per loro e per il Paese.
Ne è convinto anche il presidente Isaac Herzog che, secondo Channel 11, convocherà a breve i leader dei due schieramenti per convincerli a impegnarsi in questo percorso. Difficile però far digerire alle opposizioni un nuovo premierato con alla guida Netanyahu. Lo stesso vale per diversi Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, che hanno chiarito a Trump che non perseguiranno la normalizzazione delle relazioni con Israele finché Bibi rimarrà primo ministro. Trump, però, potrebbe avere la soluzione da proporre: un governo di unità nazionale con una rotazione per la carica di premier.
L'articolo Il diktat di Trump a Netanyahu: “Fuori gli estremisti dal governo”. Così avanza l’ipotesi del governo di unità nazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.




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